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Economia

Addio bonus baby sitter per chi rinuncia al congedo

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Le mamme lavoratrici non potranno piu’ chiedere il beneficio per il servizio di baby sitting a fronte della rinuncia al congedo parentale: la legge di bilancio per il 2019, infatti, non ha prorogato la misura in vigore dal 2013. La notizia crea un nuovo fronte di contrasto nella maggioranza, con la Lega che si smarca scaricando la responsabilita’ sull’alleato, visto che “il dossier e’ stato gestito direttamente dal ministro Di Maio”. E il Movimento che a stretto giro si dice “stupito” dell’attacco visto che la scelta di non rifinanziare la misura era stata collegiale ed era stata presa perche’ “vi aderivano pochissime famiglie, nemmeno 10 mila mamme”. La norma consentiva alle mamme di “scambiare” il congedo parentale con un bonus fino a 600 euro mensili per un massimo di sei mesi (quelli previsti per il congedo parentale facoltativo) per pagare la baby sitter attraverso il libretto famiglia o la retta dell’asilo nido. Chi lo ha gia’ chiesto entro l’anno scorso – ha spiegato l’Inps in un messaggio – deve usarlo entro il 31 dicembre 2019. L’addio alla misura non e’ piaciuto al Pd che con il presidente dei senatori del partito, Andrea Marcucci, sottolinea che gli esponenti del Governo “straparlano di famiglia” ma si muovono “scientificamente contro”. Il “contributo per i servizi di baby-sitting e per i servizi all’infanzia” era stato introdotto in via sperimentale per il triennio 2013-2015 e poi prorogato per il biennio 2017-2018. La legge di bilancio per il 2019 non l’ha rinnovato e quindi dal 1 gennaio 2019, le madri lavoratrici non possono piu’ presentare domanda per l’accesso al beneficio. Chi ha fatto domanda entro l’anno scorso potra’ usufuire delle prestazioni lavorative per i servizi di baby-sitting entro il 31 dicembre 2019, con possibilita’ di dichiararle entro febbraio 2020 nella sezione del Libretto Famiglia. Qualora residuassero mesi interi di beneficio non fruito, questi saranno considerati oggetto di rinuncia con il ripristino dei corrispondenti mesi interi di congedo parentale (il beneficio e’ divisibile solo per mesi). Ad esempio nel caso di lavoratrice che abbia ottenuto un contributo baby-sitting di tre mesi (per un importo di 1.800 euro) e abbia utilizzato il contributo entro il 2019 per un importo pari a 610 euro, si considera oggetto di rinuncia un solo mese, mentre gli altri due si considerano entrambi fruiti poiche’ e’ stato superato l’importo di 600 euro, che determina l’impossibilita’ di frazionare il secondo mese di fruizione. Il contributo per far fronte agli oneri degli asili nido invece potra’ essere fruito fino al 31 luglio 2019. Gli eventuali mesi interi di beneficio non fruiti entro questo termine saranno considerati oggetto di rinuncia, con il ripristino dei corrispondenti mesi di congedo parentale.

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Vestager: da Ita-Lufthansa rischi per la concorrenza

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Dribbla, come di rito, le polemiche. Ma lancia comunque un messaggio forte e chiaro. L’Europa valuta le nozze tra Ita e Lufthansa guidata soltanto da una stella polare: la tutela della libera concorrenza e dei cittadini. La guardiana dell’antitrust Ue, Margrethe Vestager, difende senza esitazioni il suo ruolo di mediatrice nell’operazione italo-tedesca – entrata ormai nei suoi giorni cruciali – e risponde indirettamente anche alle critiche espresse da Matteo Salvini su un possibile “atto ostile” nei confronti dell’Italia nel caso di un niet. La missione dell’Ue, taglia corto la danese, è “garantire che, quando viaggiano, i consumatori possano scegliere tra diverse compagnie, voli e prezzi competitivi”.

Fronti su cui l’alleanza tra la newco e il vettore tedesco pone dei “rischi”. Il finale non è però ancora scritto: “spetta alle parti”, è l’incoraggiamento della commissaria, trovare il compromesso necessario a strappare entro il 4 luglio la benedizione Ue. Impegnata ad analizzare i “diversi aspetti” della fusione – attraverso la quale Lufthansa acquisirebbe il 41% di Ita con la prospettiva di salire al 100% entro il 2026 -, in questi giorni di fitti negoziati a livello tecnico e dirigenziale, la Commissione europea non arretra sulle richieste volte a scongiurare un aumento delle tariffe e una diminuzione dei collegamenti a danno dei cittadini.

“In un caso come questo c’è un rischio che i prezzi salgano e le frequenze calino”, ha sintetizzato Vestager, facendo riferimento soprattutto al nodo su cui l’intesa con le due parti appare ancora lontana: le lunghe – e remunerative – rotte da Fiumicino verso gli Stati Uniti e il Canada. Nell’ultimo pacchetto di impegni – il quarto da gennaio – appena presentato a Bruxelles dalle parti, l’offerta avanzata dai tedeschi resta quella di congelare l’alleanza sui viaggi oltreoceano in via temporanea – per due o tre anni al massimo -, rinviando l’ingresso di Ita nell’influente joint venture che riunisce la compagnia guidata da Carsten Spohr con United Airlines e Air Canada.

Le trattative poi vanno avanti anche per avvicinare le posizioni sulla cessione degli slot a Milano-Linate: le parti sarebbero pronte a rinunciare a una ventina di coppie giornaliere di slot nello scalo milanese. Un numero sensibilmente superiore rispetto alle 11 (22 tra andata e ritorno) proposte in precedenza, ma inferiore alla soglia (circa trenta) richiesta dall’Ue. Il braccio di ferro, assicura la vicepresidente, è guidato esclusivamente da una valutazione “basata sui fatti e sulle analisi” dell’antitrust Ue. E non ha alcuna connotazione politica.

“Non è possibile essere commissaria alla Concorrenza e avere un’opinione relativamente al fatto che un accordo sia politicamente preferibile oppure no”, scandisce la commissaria, pur riconoscendo che l’operazione è “molto importante anche per gli italiani che vogliono viaggiare”. La sensibilità del dossier è del resto innegabile anche nei corridoi di Palazzo Berlaymont. E l’ipotesi che Lufthansa – giunta in queste ore con una delegazione a Bruxelles – non sia disposta a fare altri sacrifici, è sempre più concreta. Dopo le trattative, secondo quanto fanno trapelare fonti tedesche, c’è soltanto la possibilità di “un intervento politico”. Il finale – cruciale anche per il futuro di Ita – sarà scritto con tutta probabilità già nei primi giorni di giugno.

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Parte la Confindustria di Orsini: dialogo e punti fermi

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I “pilastri” sono “unità, identità, dialogo”. Il messaggio a governo e sindacati è: “Sediamoci per confrontarci, con tutti. Noi ci siamo”. La Confindustria di Emanuele Orsini parte così, con un invito al confronto, “che non deve essere conflittuale ma costruttivo”: serve “una visione Paese. Quello che tutti devono avere in mente è una idea di crescita. Fatto questo, vinciamo tutti”. Ma non mancano i punti fermi, prese di posizione molto nette. Come il riferimento al referendum promosso dalla Cgil: “In un momento in cui i giovani selezionano le imprese dove lavorare” parlare di no al Jobs Act “mi sembra una follia”.

E poi la proposta della Cisl per la partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende: “Non sono d’accordo”. E con il Governo chiarisce subito: “Serve “certezza del diritto”, è un “no a misure retroattive”, come sul superbonus. “L’unica cosa che vuole l’imprenditore è conoscere le regole del gioco”, altrimenti “non posso fidarmi più di te”. La base del confronto con il Governo sarà su “proposte di Confindustria a costo zero o su proposte da considerare un investimento”: gli industriali sono consapevoli che i margini di azione sono stretti, come sulla legge di bilancio, “ma si possono costruire percorsi virtuosi che possano dare una spinta all’economia”.

Con il voto dell’assemblea, eletto presidente di Confindustria con il 99,5% dei voti validi, Emanuele Orsini ricompatta l’associazione degli industriali dopo il clima difficile della competizione elettorale. Subito dopo presenta in “dieci capitoli” le sue priorità per il quadriennio 2024-2028: dall’Europa all’energia, dagli investimenti al capitale umano, dal Sud alle infrastrutture, dalla certezza del diritto a trasporti, logistica e industria del turismo. Una nuova idea è tra le proposte a costo zero: lanciare, con garanzie pubbliche, “un piano casa ad un costo sostenibile”, per i giovani, per chi per lavorare si deve spostare da una città all’altra. In Europa, dice il neoeletto presidente di Confindustria, servono “idee chiare per una politica industriale che non sia antindustriale. Dobbiamo smetterla con comportamenti ideologici”. L’energia “è un tema di competitività ma anche di sicurezza nazionale. Serve indipendenza energetica: è impossibile farlo solo con le fonti rinnovabili, serve un mix energetico”, anche con il nucleare di nuova generazione su cui va aperto un confronto con il Governo anche perché, con i mini reattori, “l’obiettivo sia una rete nazionale elettrica e non una rete di imprese”.

Infrastrutture, trasporti, logistica, turismo: per gli industriali c’è molto da investire. Il Ponte sullo Stretto? Bene come per ogni nuova infrastruttura, “ma bisogna arrivarci, allo Stretto”. Gli investimenti: il pressing è per un efficace piano ‘industria 5.0′, “abbiamo bisogno di misure che abbiano una visione almeno a 5 anni”. Sul Sud poi “servono davvero riflessioni profonde: non possiamo dividere il Paese”: sull’autonomia differenziata vanno rivisti “alcuni capitoli”, bisogna “fare dei ragionamenti un po’ più complicati e complessi”, su temi come energia, logistica, infrastrutture “non si può dividere” il Nord dal Sud.

“Sono molto contento: il voto di oggi ha dimostrato che il nostro sistema è riuscito a ricompattarsi. E’ fondamentale”, dice Emanuele Orsinidopo l’elezione. Ed Edoardo Garrone, suo principale competitor nella corsa alla presidenza, rileva: “L’ampio consenso testimonia un clima di rinnovata unità di intenti di Confindustria di cui non posso che rallegrarmi. Emanuele e la sua squadra dovranno affrontare importanti sfide”. Sulla ‘identità’ la sfida di Orsini è interna al sistema degli industriali: “Sostenere le istanze di tutti. La difficoltà sarà riuscire a rappresentare anche l’ultimo associato della territoriale più piccola: significa far grande Confindustria”.

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Nuovo balzo del gas, l’Austria teme lo stop dalla Russia

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La Russia è ancora in grado di muovere il prezzo del gas in Europa, nonostante il ruolo marginale delle sue forniture in alcuni Paesi, tra cui l’Italia. E’ bastato l’allarme dell’operatore austriaco Omv a far scattare gli acquisti sul mercato di Amsterdam, dove i future sul mese di giugno hanno aperto in calo sotto i 33 euro (-0,62% a 32,8 euro al MWh), per chiudere con un rialzo del 4,2% al 34,39 euro al MWh.

Un “messaggio urgente” , quello di Omv, che è stato diffuso nella mattinata per informare il mercato sul rischio di un blocco delle forniture da parte di Gazprom Export. Un timore – spiegano a Vienna – dovuto alla decisione di una “corte straniera” ottenuta da una “grande compagnia energetica europea” che, se applicata in Austria, costringerebbe Omv a pagare le forniture di gas a tale compagnia europea anziché a Gazprom Export, con il rischio che quest’ultima decida di chiudere i rubinetti. “Nel caso in cui scatti la restrizione della corte sui pagamenti – spiega Omv – è possibile che Gazprom Export interrompa le forniture di gas, colpendo il mercato del gas austriaco”, come già avvenuto altrove in situazioni analoghe.

L’operatore sottolinea che la propria controllata Ogmt (Omv Gas Marketing & Trading) sarà comunque in grado di “garantire le forniture di gas ai propri clienti con alternative provenienti da fonti non russe, grazie agli sforzi di diversificazione compiuti negli ultimi anni”. Già oggi Vienna si procura il gas dai giacimenti in Norvegia e in Austria e da altri produttori internazionali. Inoltre sono attivi contratti di fornitura di gas naturale liquefatto di lungo termine che viene importato attraverso il rigassificatore di Omv di Rotterdam (Olanda). L’operatore austriaco partecipa poi come “potenziale acquirente” alle aste comuni della Piattaforma Ue per l’Energia. Infine Vienna precisa di avere accesso a “tutti i principali mercati dell’Europa Centrale e del Nordovest” e di disporre della “corrispondente capacità di trasporto” del gas. Proprio l’Austria, con il 77,32% di stoccaggi a 756,52 TWh è il 4/ paese europeo per scorte di gas dopo la Germania (71,37% a 176,58 TWh), l’Italia (71,33% a 142,7 TWh) e i Paesi Bassi (60,72% a 87,45 TWh).

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