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Sud, 220 milioni in più alla sanità. C’è il nodo case comunità

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Più fondi alla sanità del Sud. Il nuovo Fondo sanitario nazionale (Fsn) per il 2023, la cui ripartizione è stata deliberata oggi dal Cipess (Comitato interministeriale programmazione economica e sviluppo sostenibile), ha infatti spostato 220 milioni di euro dalle regioni del Centro-Nord al Meridione in virtù dei nuovi criteri di riparto utilizzati quest’anno per la prima volta. Un “passo importante”, lo definiscono dal ministero della Salute, mentre resta accesso il dibattito relativo alla rimodulazione del Pnrr che, secondo la Fondazione Gimbe, ha portato al taglio di 500 strutture territoriali e Case di comunità. Ad illustrate il Fsn 2023 sono stati oggi il Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ed il Sottosegretario di Stato con delega al Cipess, Alessandro Morelli, al termine della riunione del Comitato.

Il Fondo ammonta a 128.005,20 milioni di euro, al netto della somma di 864 milioni destinati al Fondo per il concorso al rimborso alle Regioni delle spese per l’acquisto di farmaci innovativi. E per il 2024 al Ssn andranno ulteriori 5,1 miliardi di euro. Il livello del fabbisogno sanitario nazionale standard, ha detto Gemmato, “ha registrato un progressivo aumento passando dai 107 miliardi del 2013 ai quasi 129 miliardi del 2023, maggiore di 3 miliardi di euro rispetto al 2022”. Ma la novità è che questo è il primo anno in cui vengono applicati i nuovi criteri di riparto, approvati nel dicembre 2022 dalle Regioni: i nuovi criteri tengono conto, oltre che della popolazione residente, anche del tasso di mortalità della popolazione under-75 e di altri indicatori come l’incidenza della povertà relativa individuale, il livello di bassa scolarizzazione e il tasso di disoccupazione. In particolare, i 220 milioni, ha spiegato Gemmato, “saranno suddivisi tra 8 regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Sardegna.

E’ un risultato importante”. Tra le voci finanziate con il Fsn, una delle priorità sono le liste di attesa: “386 milioni di euro sono previsti per il 2023 e 500 milioni nel 2024 per abbatterle”, ha detto il sottosegretario assicurando che “il nostro Sistema sanitario nazionale è in sicurezza”. Ma se la partita del Fsn pare definita, è ancora confronto aperto sulla revisione della Missione Salute del Pnrr richiesta dal Governo e approvata nei giorni scorsi dalla Commissione Europea. La nuova versione, commenta Gimbe, taglia, rispetto alla formulazione originaria, 479 strutture territoriali così divise: 312 case di comunità, 120 centrali operative territoriali, 47 ospedali di comunità. Si rinuncia inoltre a 25 interventi di anti-sismica. Un intervento “inevitabile” per “l’aumento dei costi di realizzazione di opere preventivate in era pre-pandemica e antecedenti alla crisi energetica”.

Tuttavia, se ad essere espunte saranno le strutture da realizzare ex novo, rileva il presidente Nino Cartabellotta, “saranno prevalentemente le Regioni del Centro-Sud a essere penalizzate”. Bene invece l’incremento del target del numero di over-65 da prendere in carico in assistenza domiciliare (che passa da almeno 800 mila a 842 mila) e del numero di pazienti assistiti in telemedicina (da almeno 200 mila a 300 mila). È invece “poco comprensibile – commenta – la rimodulazione al ribasso del numero di posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva di ben 1.803 unità”. Una lettura non condivisa da Gemmato, secondo il quale la rimodulazione del Pnrr non comporta penalizzazioni e le strutture non verranno tagliate. Nella prima fase, ha precisato, “erano previste con il Pnrr 1350 Case di comunità; con la rimodulazione passano a 1038, ma la restante parte sarà finanziata con fonti diverse, ovvero con la legge ex articolo 20 relativa all’edilizia sanitaria”. Dunque, ha concluso il sottosegretario, “non verranno perse Case di comunità sul territorio”.

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La Reggia di Caserta si amplia, Mattarella all’apertura

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La Reggia di Caserta ha nuovi spazi che saranno fruibili dal pubblico; il museo si è ampliato di altri 3.000 metri quadrati riconquistando quelle che erano le sale della Gran Galleria, ovvero lo spazio più ampio, dopo quello della Cappella Palatina, del palazzo progettato dall’architetto Luigi Vanvitelli. Ed oggi a termine dell’anno vanvitelliano (dodici mesi ricchi di iniziative), indetto in occasione del 250mo anniversario della nascita del Vanvitelli, è stato il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ad inaugurare i nuovi spazi. Una inaugurazione, alla presenza del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, che rappresenta una nuova tappa del lungo percorso avviato qualche anno fa e che vede la Reggia con il suo museo occupare gradualmente tutti gli spazi – circa 55mila metri quadrati – che l’Aeronautica militare sta lasciando.

E la Reggia, che è museo autonomo solo dal 2014, guarda al futuro con programmi ambiziosi che saranno resi possibili, come ha sottolineato la direttrice Tiziana Maffei, grazie all’impegno dei funzionari e degli impiegati. Intanto, gli spazi della Gran Galleria da domani e fino al 15 luglio ospiteranno la mostra “Visioni” dedicata a Luigi Vanvitelli con “Attraversamenti” di Luciano D’Inverno e “Genius et Loci – La drammaturgia dello sguardo” di Luciano Romano. Gli scatti, selezionati dal Museo, sono confluiti in un’unica esposizione, curata da Gabriella Ibello, pensata come un ipertesto e un metatesto che raccontano l’opera, il genio creativo e l’ingegno illuminato del Vanvitelli. Mattarella è giunto a Caserta in mattinata.

Accolto dal presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca e dal sindaco, Carlo Marino, prima di raggiungere la Reggia ha fatto tappa nella chiesa di San Francesco di Paola, posta al confine con il Comune di Casagiove, dove sono custodite le spoglie di Vanvitelli. E all’uscita Mattarella è andato a salutare i bambini dell’istituto comprensivo che hanno intonato l’inno nazionale.

Ma all’arrivo alla stazione il presidente è stato accolto dall’applauso di un gruppo di una cinquantina di migranti. Un cittadino ghanese ha poi consegnato ad un funzionario della Digos di Caserta, che a sua volta l’ha dato al capo della sicurezza del presidente della Repubblica, un bastone portato dal Ghana che “simboleggia la saggezza dell’autorità che lavora per l’unità del popolo”, e insieme al bastone una lettera in cui si chiede un incontro al Presidente per parlargli della mancanza di spazi sociali a Caserta e un bigliettino di un bimbo con un disegnino. “Sono luoghi che trasudano storia e che vengono restituiti al loro destino originario. La Reggia è un posto iconico conosciuto in tutto il mondo come esempio di bellezza”, ha detto il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, sottolineando che oggi grandi spazi “vengono riconsegnati alla collettività”. Nel 1973 fu un altro presidente a visitare la Reggia: Giovanni Leone. Era l’anno del 200mo anniversario della nascita di Vanvitelli.

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Premierato, il fronte del No a battesimo da Landini

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“Un appello per un Movimento unitario a difesa della costituzione” e per contrastare sul piano intellettuale, politico e sociale il premierato e l’autonomia differenziata sarà lanciato domani pomeriggio nella sede della Cgil, che ospiterà l’annuale assemblea dell’associazione Salviamo la costituzione, guidata dal professor Gaetano Azzariti. Un movimento pronto ad andare fino in fondo, nel caso si dovesse arrivare ad un referendum sul premierato. Oltre al costituzionalista e al padrone di casa Maurizio Landini, sono previsti gli interventi di don Luigi Ciotti, di Gianfranco Pagliarulo (presidente dell’Anpi), Rosy Bindi e dell’ex presidente della Consulta Ugo De Siervo, nonché quella di numerose altre associazioni come Magistratura democratica, Antigone, Fondazione Basso, in un fronte che ricorda quelli che animò i Comitati del No ai referendum del 2006 e del 2016 contro le riforme di Berlusconi e Renzi. Solitamente le assemblee annuali di Salviamo la costituzione venigono tenute nelle università, ma questa volta è stata scelta la sede della Cgil, non a caso.

“Siamo molto preoccupati – spiega Azzariti – , domani lanceremo un appello per un Movimento unitario a difesa della Costituzione, un appello a tutte le forze culturali, politiche e sociali unite dalla fortissima preoccupazione per le vicende che vediamo, con una analisi complessiva che va dalle manganellate al premierato”. Il titolo dell’Assemblea è infatti “Un capo assoluto in un’Italia spezzata” e nella locandina viene ritratto Napoleone. Per Azzariti davanti a tutto ciò “sono impossibili atteggiamenti di negoziato”. L’Appello chiederà la formazione di un fronte largo, privo di protagonismi, in cui ci sia rispetto reciproco sul modello dell’associazione Salviamo la costituzione, dove, spiega Azzariti, “ci sono i buoni e i cattivi senza che noi sappiamo chi sono gli uni e chi gli altri, dove stanno Cgil e Cobas che solitamente litigano tra loro”.

Insomma “il massimo allargamento possibile, il massimo rigore davanti ai cedimenti”. “Noi però non siamo conservatori – spiega Azzariti – come diceva Calamandrei siamo rivoluzionari nella legalità costituzionale”. Per questo sarà avanzata una controproposta di un modello parlamentarista e di un regionalismo solidale. “E’ inutile seguire la via degli altri, proponendo un premierato buono. Il tema di fondo è, impegniamoci a evitare il peggio e proponiamo il meglio”. E se si arrivasse a un referendum sul premierato: “il nostro impegno per il no è implicito” conclude Azzariti.

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Stefania Pezzopane: ho pagato un prezzo per amare Simone Coccia

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“Non sono stata ricandidata in Parlamento dal mio partito, il Pd, perché ha pesato la sconfitta delle comunali a L’Aquila. Ma sono anche certa di aver pagato un prezzo per aver scelto di amare Simone Coccia, un ex spogliarellista di 24 anni piu giovane di me”. Stefania Pezzopane, ex onorevole del Partito Democratico, si confida a Storie di donne al bivio da Monica Setta e racconta i dieci anni d’amore con Coccia nella puntata in onda mercoledì 6 marzo, in seconda serata su Rai 2. “Faceva scalpore il fatto che una donna borghese come me, sposata, madre, si fosse innamorata di un giovanotto tatuato che mi corteggiava con una rosa rossa e l’allegria – dice – Me ne hanno dette di tutti i colori: che ero una rincoglionita e che Simone stava con me solo perché ero un personaggio pubblico. Dal Pd nazionale non si è mai levata alcuna voce contraria, ma fra i dirigenti locali la maldicenza su di me c’è stata. Io e Simone siamo stati sottoposti a una pressione infernale e nel marzo scorso ci siamo lasciati. Ma ad agosto siamo tornati insieme e stiamo bene. Abbiamo deciso di non sposarci, ma ci amiamo. Se ho dovuto scegliere tra lui e la carriera politica? Forse si – prosegue – Ho scelto comunque l’amore e tornassi indietro rifarei mille volte la stessa scelta. Continuo a fare politica nel Pd e sempre con passione. Ho ricordi bellissimi come il bacio di Obama. Era venuto in Abruzzo dopo il terremoto e io cercai di fare una foto con lui. Mi vide cosi piccola, si intenerii e mi abbracciò quasi in ginocchio davanti a me. Quella foto ha fatto il giro del mondo”.

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