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Sibilia e Gravina irremovibili con Nicchi: arbitri devono fermare partita se vi sono cori razzisti

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Rizzoli e Nicchi sanno che va applicata la norma sui cori. Il presidente di Federcalcio Gabriele Gravina non ammetterà deregulation o scarsa attenzione. «Gli arbitri fermeranno le partite ed applicheranno il regolamento quando sentiranno i cori o saranno avvertiti di insulti razzisti o di discriminazione territoriale provenienti dagli spalti. Poi, se sospendere definitivamente la gara o riprenderla, spetterà al delegato della polizia deciderlo, così come previsto, perché poi bisogna fare i conti con sessantamila tifosi da far uscire» ha ribadito Gravina. L’ennesima goccia che ha fatto traboccare il vaso sono stati gli insulti gravi e reiterati di Udinese e Roma al Friuli e dalla provocatoria insistenza degli ultrà juventini nel loro «Vesuvio lavali col fuoco». Cosí Gravina ha sentito il designatore, Nicola Rizzoli, e Cosimo Sibilia, il suo vicario, e ha deciso che da questo momento in poi gli arbitri non possono più far finta di nulla. Perché in fondo, è quello che hanno fatto fino ad ora. L’unico arbitro serio é stato Claudio Gavillucci, che a maggio fermò la partita Samp Napoli. Un gesto che Nicchi gli ha fatto pagare con una severità inaudita. L’ha dismesso. Vuol dire lo ha mandato a dirigere le partite dei ragazzini dilettanti della Ciociaria. Ora vedremo che cosa faranno i tifosi della Atalanta. Che quanto a razzismo, alcune frange, non sono secondi quasi a nessuno.

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Esteri

Iran, ipotesi di raid Usa per tre giorni: Trump frena

Il Pentagono avrebbe elaborato nuove opzioni militari contro l’Iran, tra cui una campagna di circa tre giorni contro missili, droni e altri possibili obiettivi. Trump esclude attacchi prima delle elezioni americane del 3 novembre e parla di negoziati produttivi. Non è stata annunciata una decisione operativa, mentre restano le preoccupazioni per Israele e per la navigazione nello Stretto di Hormuz.

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Il Pentagono prepara nuove opzioni militari contro l’Iran, tra cui una campagna intensa di circa tre giorni, mentre Donald Trump esclude attacchi prima delle elezioni americane del 3 novembre. I preparativi descritti nelle indiscrezioni riguarderebbero arsenali missilistici, droni e possibili obiettivi energetici. Non risulta però annunciata una decisione definitiva di riprendere le operazioni su larga scala.

La pianificazione militare procede parallelamente ai contatti diplomatici. Il presidente americano parla di discussioni «produttive» con Teheran, ma mantiene la pressione economica e militare. Sullo sfondo restano le difficoltà della navigazione nello Stretto di Hormuz e le conseguenze della guerra sui mercati energetici.

Il piano per una campagna di tre giorni

Secondo le ricostruzioni emerse, i nuovi piani sarebbero stati elaborati su richiesta di Trump e discussi durante una riunione a Camp David, presieduta dal vicepresidente JD Vance.

L’opzione descritta prevede attacchi concentrati in circa tre giorni contro le capacità militari iraniane, in particolare l’arsenale di missili e droni, che sarebbe stato parzialmente ricostituito dopo le prime fasi della guerra.

Tra i possibili obiettivi figurerebbero anche infrastrutture energetiche e centri di comando delle Guardie della Rivoluzione. Le indiscrezioni prospettano inoltre un rafforzamento dello schieramento americano nella regione, fino alla presenza di tre portaerei.

Si tratta di scenari operativi: la loro preparazione non equivale all’autorizzazione politica a eseguirli.

Trump esclude attacchi prima delle midterm

Il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti non attaccheranno l’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, sostenendo che il confronto diplomatico stia producendo progressi.

Questa posizione si affianca alle informazioni sui preparativi militari, senza chiarire quali decisioni potrebbero essere prese successivamente.

Negli ultimi mesi Trump avrebbe respinto cinque proposte di operazioni su larga scala contro l’Iran o contro gli houthi, il movimento yemenita sostenuto da Teheran. Le nuove opzioni rappresenterebbero quindi un ulteriore passaggio nella valutazione delle possibili azioni americane.

Non ci sono elementi sufficienti per stabilire che la dichiarazione del presidente sia una manovra di depistaggio o che un attacco sia già stato deciso.

Israele valuta il rischio di una nuova escalation

Le indiscrezioni coinvolgono anche Israele. Il capo di stato maggiore delle forze armate, Eyal Zamir, sarebbe stato informato da interlocutori americani dei preparativi per una possibile ripresa dei combattimenti nelle prossime settimane.

La preoccupazione israeliana riguarda soprattutto una possibile risposta di Teheran con nuovi lanci di missili. Uno scenario che, nelle valutazioni riportate, potrebbe incidere anche sulle elezioni israeliane previste per il 27 ottobre.

L’eventuale rinvio del voto resta tuttavia un’ipotesi legata all’evoluzione della sicurezza: non è una decisione annunciata.

Hormuz e l’incertezza sui prezzi dell’energia

Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti più delicati del conflitto. Le minacce alla navigazione e le difficoltà nel transito delle petroliere continuano a pesare sulle aspettative dei mercati e sulla sicurezza degli approvvigionamenti.

Trump sostiene che il petrolio stia attraversando lo stretto in grandi quantità e promette una diminuzione dei prezzi una volta conclusa la guerra. Le sue dichiarazioni sui volumi di transito non possono però essere considerate, da sole, una verifica della normalizzazione dei flussi.

Anche l’idea che una nuova offensiva possa ridurre rapidamente il costo dell’energia resta incerta. Un’intensificazione dei combattimenti potrebbe invece aumentare i rischi per le infrastrutture e per le rotte commerciali, con effetti difficili da prevedere.

Preparativi militari e negoziati restano aperti

La situazione presenta dunque due percorsi paralleli: da una parte i piani del Pentagono, dall’altra i tentativi di raggiungere un’intesa con Teheran.

La posizione pubblica di Trump esclude attacchi prima delle midterm, ma non definisce la strategia successiva. Restano da chiarire l’esito dei negoziati, le condizioni di un eventuale accordo e le conseguenze di una nuova escalation.

Le ipotesi su un uso del conflitto per condizionare o bloccare le elezioni americane non sono accompagnate, negli elementi disponibili, da riscontri sufficienti e non possono essere presentate come fatti.

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Economia

Eni taglia il gasolio a 2,19 euro: il tetto resta a 2,25

Nuovo ribasso del gasolio Eni: il prezzo consigliato passa da 2,21 a 2,19 euro al litro, tornando al livello del primo price cap annunciato il 25 settembre. Il limite ufficiale rimane però a 2,25 euro. Il taglio equivale a un euro su 50 litri, se applicato integralmente alla pompa.

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Eni riduce di altri due centesimi il prezzo del gasolio consigliato ai distributori, portandolo da 2,21 a 2,19 euro al litro. Il tetto ufficiale resta invece fissato a 2,25 euro. Il nuovo ribasso riporta il listino allo stesso livello del primo price cap, annunciato il 25 settembre.

Il prezzo consigliato torna a 2,19 euro

La riduzione riguarda il prezzo consigliato alla rete del marchio, che scende sotto il limite massimo attualmente previsto dalla compagnia.

Il taglio di due centesimi corrisponde a un euro in meno su un rifornimento di 50 litri, qualora il ribasso venga interamente applicato dal distributore.

Prezzo consigliato e tetto sono distinti

Il ritorno a 2,19 euro al litro non modifica il tetto ufficiale di 2,25 euro: il primo è il livello del listino consigliato, il secondo il limite previsto per contenere eventuali picchi.

La distinzione è importante per evitare di interpretare il ribasso come l’annuncio di un nuovo massimale.

Il precedente aumento dopo lo stop allo sconto fiscale

Il tetto iniziale di 2,19 euro era collegato all’agevolazione sulle accise allora in vigore. Dopo la fine dello sconto fiscale, era stato portato a 2,25 euro.

Eni aveva successivamente abbassato il prezzo consigliato a 2,21 euro. Con l’ulteriore riduzione, il listino torna ora al livello precedente, pur mantenendo invariato il tetto.

Per conoscere il costo effettivo del rifornimento resta necessario verificare il prezzo esposto alla pompa, distinguendo tra modalità self service e servito.

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Stabilicum, come si vota: preferenze, premio e nuove soglie

Lo Stabilicum introduce un sistema proporzionale con premio di maggioranza per la formazione vincente che raggiunge almeno il 42% in entrambe le Camere. Tornano fino a tre preferenze, ma restano capilista e liste del premio bloccati. La riforma disciplina anche l’indicazione del candidato premier, le soglie di accesso, il voto fuori sede e la presentazione delle liste.

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Tornano le preferenze, ma una parte dei parlamentari continuerà a essere scelta attraverso liste bloccate. Il premio di maggioranza scatterà soltanto se la stessa formazione vincerà e raggiungerà almeno il 42% sia alla Camera sia al Senato. Sono le principali novità dello Stabilicum, la riforma elettorale approvata definitivamente dal Parlamento l’8 ottobre.

Il sistema assegna i seggi su base proporzionale, correggendolo con un premio per il vincitore. Cambiano anche le modalità di indicazione del candidato premier, il voto dei fuori sede e i requisiti per presentare le liste.

Il premio: almeno il 42% in entrambe le Camere

La lista o coalizione che ottiene più voti può ricevere un premio di 70 deputati e 35 senatori, a condizione di raggiungere almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere.

Se la soglia viene raggiunta soltanto in una Camera, oppure vincono formazioni diverse nei due rami del Parlamento, il premio non scatta. La maggioranza di governo dovrà quindi essere costruita attraverso accordi parlamentari.

È previsto anche un limite: la formazione beneficiaria del premio non può superare 220 deputati e 113 senatori, senza conteggiare gli eletti all’estero.

Fino a tre preferenze, ma il capolista resta bloccato

L’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, segnando sulla scheda i nomi dei candidati prescelti.

Le liste nei collegi plurinominali comprendono sette candidati, incluso il capolista bloccato, che non partecipa alla competizione delle preferenze. Se la lista conquista un solo seggio nel collegio, viene eletto il capolista; le preferenze determinano la scelta degli altri eletti.

Restano bloccate anche le liste di coalizione destinate al premio di maggioranza: i loro candidati vengono eletti se il premio scatta. Le preferenze, dunque, non riguardano tutti i parlamentari.

Le regole sulla rappresentanza di genere

Quando si esprime più di una preferenza, occorre rispettare l’alternanza di genere, indicando candidati di sesso diverso.

Non sono invece previste quote minime tra uomini e donne per i capilista bloccati. Nelle liste destinate al premio, nessun genere può superare il 60% dei candidati.

Sono consentite pluricandidature fino a cinque collegi: una stessa persona può quindi presentarsi in più territori.

Il candidato premier non sarà sulla scheda

I partiti devono depositare, insieme al programma elettorale, il nome della persona proposta per l’incarico di presidente del Consiglio. Le formazioni alleate devono indicare lo stesso candidato.

Il nome non comparirà sulla scheda e l’indicazione non introduce l’elezione diretta del premier. Restano ferme le prerogative del presidente della Repubblica, al quale spetta la nomina del presidente del Consiglio.

Sbarramento al 3% per le liste

La soglia per le singole liste è fissata al 3%, mentre per le coalizioni è del 10%. È previsto un meccanismo di recupero per la lista della coalizione con il risultato migliore tra quelle rimaste sotto lo sbarramento.

Per raggiungere il 42% necessario al premio vengono conteggiati anche i voti dei partiti alleati che non superano il 3%, compresi quelli sotto l’1%.

Come funziona il voto fuori sede

Potrà votare nel comune di temporaneo domicilio chi si trova fuori dalla propria regione per studio o lavoro da almeno nove mesi, oppure per cure da almeno tre mesi.

La possibilità è estesa ai caregiver che assistono figli o familiari ricoverati fuori regione. Occorre iscriversi all’apposito albo almeno 45 giorni prima del voto.

Firme per le liste e voto all’estero

Per le formazioni prive delle esenzioni previste, il numero minimo di firme necessario a presentare una lista sale da 1.500 a 6.000 per collegio. Sono previste esenzioni per determinati gruppi parlamentari già costituiti e requisiti ridotti per alcune componenti del gruppo Misto.

Cambiano infine le ripartizioni del voto all’estero: due alla Camera, Europa e resto del mondo, e una al Senato. Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige mantengono regole specifiche.

 

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