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Lavoro

Povero e insicuro, la mappa del lavoro in Italia

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Sottopagato, precario, insicuro. In Italia il lavoro non sempre è sinonimo di emancipazione sociale ed economica e a farne le spese sono soprattutto giovani, donne e stranieri, come emerge dalle analisi dei principali istituti che monitorano il mercato il lavoro nel nostro Paese.

* LAVORO POVERO E PRECARIATO. Secondo il Rapporto annuale dell’Istat sono circa un milione i dipendenti che nel settore privato percepiscono meno di 8,41 euro all’ora e una retribuzione totale inferiore a 12mila euro l’anno. Quasi cinque milioni di occupati, il 21,7% del totale, sono “non standard”, ovvero a tempo determinato, collaboratori o in part-time involontario, quindi “vulnerabili”. Per 1,9 milioni di famiglie l’unico componente occupato rientra in questa categoria. 816mila lavoratori sono “doppiamente vulnerabili”, perché risultano sia a tempo determinato o collaboratori, sia in part-time involontario. Donne, giovani e stranieri i più penalizzati.

* MORTI SUL LAVORO. L’Inail segnala che nei primi 10 mesi del 2022 si contano 909 denunce di decessi sul lavoro. Le denunce di infortuni mortali dopo i lockdown e le restrizioni del 2020 sono aumentate di quasi il 10%. Nei primi mesi di quest’anno l’Inail rileva anche una maggiore incidenza tra donne e under 40. Quanto agli infortuni tra gennaio e ottobre 2022 ne sono stati denunciati 595.569, in aumento del 32,9% rispetto allo stesso periodo del 2021.

* GENDER GAP. Anche se l’occupazione cresce, facendo segnare con il 60,5% dello scorso ottobre il valore più alto dal 1977, non si inverte la rotta del divario di genere. L’Inapp segnala infatti che i tassi di occupazione di uomini e donne continuano a restare distanti, rispettivamente 69,5% e 51,4%, con un gap di quasi 18 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione femminile è al 9,2% contro il 6,8% degli uomini, divario che aumenta per i giovani fra i 15 e i 24 anni con tassi del 32,8% per le ragazze e 27,7% per i ragazzi.

* LAVORO INVISIBILE. Grave anche la piaga del lavoro nero. Secondo la Cgia di Mestre, basandosi sui dati più recenti, a inizio 2020 in Italia c’erano 3,2 milioni di lavoratori irregolari, pari al 12,6% degli occupati. Radicato anche il fenomeno del caporalato: nel 2021, denuncia la Flai Cgil, sono stati circa 230mila gli occupati impiegati irregolarmente nel settore primario (55mila donne), oltre un quarto del totale, con una fetta consistente di stranieri non residenti impiegati in agricoltura.

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Economia

Boom di dimissioni dal lavoro, 1,6 milioni in 9 mesi

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Negli Stati Uniti è ormai noto come “Great resignation”, le grandi dimissioni. In Italia non è della stessa portata ma di certo, dopo la pandemia, il fenomeno delle dimissioni dal lavoro si fa sempre più spazio. Continua così ad aumentare il numero di coloro che decidono di lasciare il posto. Per scelta o per necessità, per guardare avanti rispetto alla propria occupazione e carriera o per far meglio conciliare le esigenze della famiglia. I motivi possono essere vari, ma di fatto la tendenza osservata a partire da due anni a questa parte si conferma con numeri in salita. Sono oltre 1,6 milioni, infatti, le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022, il 22% in più rispetto allo stesso periodo del 2021 quando ne erano state registrate più di 1,3 milioni.

La fotografia arriva dagli ultimi dati trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, ed il numero indica i rapporti di lavoro cessati per dimissioni, e non il numero dei lavoratori coinvolti. Tra le cause di cessazione dei rapporti di lavoro le dimissioni costituiscono, dopo la scadenza dei contratti a termine, la quota più alta. Ma le cifre indicano come risalga anche il numero dei licenziamenti, dopo la fine del blocco deciso con la crisi pandemica: tra gennaio e settembre 2022, infatti, sono stati circa 557mila i rapporti interrotti per decisione del datore di lavoro contro i 379mila nei primi nove mesi del 2021, con un aumento del 47% rispetto ad un periodo in cui era però in vigore il blocco.

Guardando il solo terzo trimestre dell’anno scorso, le dimissioni sono state 562mila, in crescita del 6,6% (pari a +35mila) sul terzo trimestre 2021. Dati che confermano, dunque, come continui il trend positivo partito dal secondo trimestre 2021, seppure con una variazione inferiore rispetto ai trimestri precedenti. Per quanto riguarda i licenziamenti, nel terzo trimestre del 2022 ne sono stati registrati quasi 181mila, con una crescita del 10,6% (pari a +17 mila) rispetto al terzo trimestre del 2021. Sarà dunque per un mercato del lavoro che diventa più dinamico, per una scelta di vita diversa o per le conseguenze della crisi, ma il fenomeno delle dimissioni cresce e si fa trasversale. E riguarda sia gli uomini, in prevalenza, sia le donne. A spingere, secondo gli oservatori, da un lato può essere stata la ripresa occupazionale, dopo la caduta determinata dal picco della crisi Covid, con maggiore mobilità e opportunità anche per chi vuole cambiare lavoro, soprattutto per i profili tecnici e specializzati.

Dall’altro lato, al contrario, proprio la crisi e la necessità o il desiderio di un diverso equilibrio tra vita privata e professionale possono aver spinto a scegliere di dire addio al proprio posto di lavoro. Per Giulio Romani della Cisl bisogna “rivedere i modelli organizzativi verso una maggiore qualità”, visto che le imprese in cui si sviluppa benessere lavorativo e qualità del lavoro sono una minoranza e sono quelle dai 10 ai 250 dipendenti. Ma la platea delle imprese italiane, spiega, “è però occupata per circa il 95% da microimprese, quelle con la minore produttività, all’interno delle quali mediamente si fatica di più a sviluppare forme di welfare integrativo e dove non si pratica la contrattazione aziendale e non si costruiscono sistemi premianti trasparenti. Dove si eroga poca formazione, si genera minore conciliazione vita-lavoro, si intravedono le minori prospettive di crescita economica e professionali”.

“L’aumento delle dimissioni – spiega Tania Scacchetti della Cgil – può avere spiegazioni molto differenti: da un lato può positivamente essere legata alla volontà, dopo la pandemia, di scommettere su un posto di lavoro più soddisfacente o più ‘agile’, dall’altro però, soprattutto per chi non ha già un altro lavoro verso il quale transitare, potrebbe essere legato a una crescita del malessere dovuta anche ad uno scarso coinvolgimento e ad una scarsa valorizzazione professionale da parte delle imprese”. Per Ivana Veronese della Uil “molte le dimissioni volontarie, forse un segno di come le priorità si siano modificate anche nella testa delle lavoratrici e lavoratori: se da qualche parte c’è uno smart-working più flessibile, se la retribuzione dove lavoro è troppo bassa o gli orari troppo disagevoli, se ho voglia di provarci davvero, un lavoro, magari anche sicuro, lo si può lasciare”.

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Economia

La disoccupazione cala in Europa, ma non per i giovani

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La disoccupazione scende in Europa, ma non per i giovani, penalizzati – non solo in Italia – da salari bassi e condizioni di lavoro instabili. Secondo i dati del consorzio di agenzie che compongono la European Newsroom (Enr), il rimbalzo dell’economia europea seguito alla pandemia ha spinto la ripresa del mercato del lavoro, nonostante l’impatto della guerra in Ucraina.

Per Eurostat a novembre 2022 il tasso di disoccupazione nell’eurozona è stato del 6,5% e del 6% in Ue, ai minimi storici. In controtendenza i giovani: il tasso di disoccupazione tra gli under 25 ha raggiunto il 15,1% lo scorso novembre sia in Ue che nell’eurozona, in aumento dello 0,1% rispetto a ottobre 2022.

Questa tendenza è particolarmente evidente in Spagna, dove il tasso di disoccupazione giovanile si è attestato al 32,3% a novembre, il più alto in Ue e in Bosnia-Erzegovina con un picco di quasi il 40%. In Italia la diffusione di forme di lavoro non-standard ha contribuito a un peggioramento della qualità complessiva dell’occupazione, comportando anche livelli retributivi mediamente più bassi.

Per la Germania, che vanta il tasso di disoccupazione giovanile più basso dell’Ue (5,8% a a novembre, dati Eurostat), una delle maggiori sfide del 2023 è invece rappresentata dalla carenza di manodopera qualificata.

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Economia

La scure di Amazon, taglia 18.000 posti di lavoro

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 Amazon taglierà 18.000 posti di lavoro, più di quanto inizialmente previsto, compiendo il taglio maggiore della sua storia. Le riduzioni, iniziate in novembre, si concentreranno nell’area delle risorse umane e nella divisione retail, andando a colpire il 6% dei dipendenti corporate della società “Abbiamo navigato un’economia incerta e difficile in passato e continueremo a farlo”, spiega l’amministratore delegato Andy Jassy. “Questi cambi ci aiuteranno a perseguire opportunità di lungo termine con una struttura di costi più solida”, aggiunge. I tagli erano nell’aria da mesi – all’inizio l’ipotesi era di 10.000 riduzione – ma l’ammontare totale annunciato sembra indicare che Amazon si sta posizionando per una possibile recessione, data da molti analisti per scontata nel 2023.

Il colosso fondato da Jeff Bezos è stato uno dei maggiori beneficiari della pandemia, quando milioni di persone hanno preso d’assalto i suoi scaffali digitali per gli acquisti. Per tenere il passo con il boom della domanda, Amazon era stata costretta a raddoppiare la sua rete logistica e assumere migliaia di dipendenti. La fine dei lockdown e la possibilità di tornare a fare shopping nei negozi reali ha poi costretto il colosso a lanciare una revisione per il taglio dei costi, divenuta ancora più centrale con il rallentamento dell’economia mondiale. Una frenata economica alla quale non sono rimaste immune le altre big della Silicon Valley e non solo. Meta ha annunciato il taglio di oltre 11.000 posti e Elon Musk ha dimezzato il personale di Twitter. In casa Google, secondo indiscrezioni, i dipendenti tremano all’idea di una possibile ondata di tagli mentre Salesforce ha annunciato la riduzione del 10% della propria forza lavoro ammettendo di aver assunto troppo durante il boom della pandemia. Tagli sono in arrivo anche a Stitch Fix, dove è attesa una riduzione del 20% del personale. Anche fuori dalla Silicon Valley, comunque, tagli sono stati avviati. A Wall Street Goldman Sachs si appresta a ridurre il numero dei dipendenti di 4.000 unità per rispondere alle nuove prospettive economiche che vendono una stretta delle condizioni finanziarie a anche a causa dei rialzi dei tassi di interesse da parte della Fed. Non va meglio nelle grandi catene di negozi. Il colosso di prodotti per la casa Bed Bath & Beyond sta valutando le sue alternative strategiche e non esclude la possibilità di una bancarotta.

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