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Politica

Partono le Europarlamentarie del M5s tra nomi storici e laureati e Di Maio va a New York

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Una legenda ad hoc per classificare gli “skill” di ogni candidato caratterizza le liste dei circa 2600 candidati al primo step delle Europarlamentarie. I vertici del Movimento danno infatti il via al percorso che, nel giro di un paio di settimane, potrebbe portare alle liste definitive con cui Luigi Di Maio prova a recuperare terreno sulla Lega tenendosi per se’ il “potere” di decidere chi saranno i capilista. Con un’incognita, che ancora pende sul Movimento: il ruolo che avrà Alessandro Di Battista nella lunga corsa per il 26 maggio. Per ora, si punta tutto sui “laureati”. Oltre il 70% dei candidati, esulta il blog, possiede infatti una laurea. E, nella compilazione delle liste, è visibile quel sistema di meriti annunciato dal Movimento per la selezione. Il primo step vedrà il voto su Rousseau degli iscritti su base regionale. Poi si passerà alla sessione del voto per circoscrizione, alla quale i candidati accederanno con i voti presi nella propria Regione “oscurati”. Nel frattempo, avverte il blog, saranno effettuati controlli ancor piu’ “capillari” sui profili: il rischio di fedine penali sporche e’ dietro l’angolo.

Europarlamentarie 2019: ecco i profili dei candidati

Ciascun profilo si accompagna con la legenda dei meriti: la laurea, le menzioni speciali, la partecipazione ad almeno un evento Open Rousseau, la conoscenza dell’inglese di livello B2 o superiore, esser stato volontario a eventi M5S o rappresentante di lista, essere portavoce del Movimento o avere un alto livello di specializzazione. E, l’ordine delle candidature segue il numero di “skill” associato a ciascun candidato. Con qualche sorpresa, come quella di Filippo Nogarin, sindaco uscente di Livorno che, nelle liste per la Toscana, è piuttosto in fondo avendo “solo” due skill. Da una primissima visione delle candidature, spuntano europarlamentari uscenti, attivisti storici, esponenti che, nelle passate elezioni locali o nazionali, non ce l’hanno fatta. Come nel caso della giuliana Viviana Dal Cin, prima non eletta alla Camera e indicata alle Regionali del Friuli Venezia-Giulia come assessore al Bilancio M5S. O come nel caso di Silvia Malevindi, già candidata a Ventimiglia, e Enrico Petrocchi, in campo in passato per il Comune di Genova. Nel Lazio tornano a correre Fabio Massimo Castaldo e Fabio Tamburrano, in Calabria cerca una riconferma Laura Ferrara mentre in Valle d’Aosta tocca a attivisti conosciuti soprattutto localmente come Daniele Cucinotta o Piero Puozzo. In Sicilia, tra le Regioni a piu’ forte trazione pentastellata, emerge qualche escluso “eccellente” come Antonella Di Prima, gia’ candidata alle Europee ma negli ultimi mesi contraria a molte scelte dei vertici; o come Alessandro Cacciato, “guru” delle start-up. C’e’, invece, l’ex Iena Dino Giarrusso, assieme a imprenditori (Gianluca Maria Cali’), uscenti (Ignazio Corrao) e a una pletora di collaboratori di esponenti M5S. “Solo da noi succede questo”, è l’endorsement al metodo di selezione che arriva da Di Maio dagli Usa, dove il leader M5S avra’ un tour di incontri tra “big” della Silicon Valley ed esponenti dell’amministrazione Trump. Un modo, per Di Maio, per riaffermare la sua leadership all’esterno ma anche all’interno del Movimento. E per riavvicinarsi a quegli Usa rimasti a dir poco irritati dal Memorandum sulla Via della Seta.

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Politica

Toti e incognita dimissioni, vuol vedere leader partito

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A questo punto, stante il rigetto dell’istanza di revoca dei domiciliari e l’incognita del Riesame (cui il legale di Giovanni Toti ha intenzione di ricorrere), la partita a scacchi tra il governatore, ai domiciliari dal 7 di maggio con l’accusa di corruzione, e la procura di Genova ha bisogno di una tattica diversa per evitare lo stallo. E così, mentre sul fronte giudiziario il legale si muove per far rimettere Toti in libertà il governatore chiede la possibilità di confrontarsi prima con la sua maggioranza a livello regionale e poi con i leader dei partiti che quella maggioranza sostengono.

La richiesta di incontro in presenza o da remoto con la maggioranza regionale che continua a sostenerlo e con i segretari nazionali potrebbe essere formalizzata già nei prossimi giorni perché sta già diventando urgente una decisione sulle dimissioni del governatore, decisione che – come ha già detto il suo legale nelle ore seguenti l’arresto – può essere presa soltanto dopo un confronto con i partiti che sostengono la maggioranza. Le dimissioni, peraltro, potrebbero convincere il gip Faggioni, che ha motivato il suo ‘no’ sostenendo la possibilità di eventuali reiterazioni del reato e di un possibile inquinamento delle prove. Indubbiamente, Toti potrebbe essere restio a lasciare il governo della Regione ma se ciò deve avvenire la responsabilità del gesto deve evidentemente poter ricadere su tutta la maggioranza. Ma il summit con i partiti che lo sostengono potrebbe avere senso anche per quello che riguarda il lavoro propriamente tecnico del Consiglio regionale.

“Certamente nelle prossime ore presenteremo al Tribunale la richiesta da parte di Toti sia di potersi confrontare con la sua lista che, ricordiamo, è il primo gruppo per forza numerica del Consiglio regionale, e, inoltre, di poter avere un confronto con i leader regionali dei partiti della coalizione e con il Gruppo parlamentare di riferimento a livello nazionale. Potranno seguire, a stretto giro, ulteriori richieste di incontri con ulteriori personalità politiche” scrive il suo avvocato specificando a chiare lettere che le dimissioni non sono l’oggetto degli incontri”.

Le riunioni però sono “indispensabili a un primo confronto circa le politiche regionali ad ampio spettro che il consiglio, e specificamente la maggioranza, dovrà portare avanti in attesa del ritorno alla piena agibilità politica del presidente”. Cosa che potrà avvenire solo se Toti torna in piena libertà. La decisione del Riesame sarà dirimente e se non sarà sufficiente il legale ha già annunciato che andrà “fino in Cassazione”. Intanto i pm continuano a sentire testimoni: domani verrà ascoltato il presidente dell’Aeroporto Lavarello.

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In Evidenza

M5S, Grillo tenta il commissariamento di Conte: il rischio è che venga fatto fuori proprio il fondatore

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Due indizi non fanno una prova, ma sono un segnale tangibile dei cambiamenti in atto nel Movimento 5 Stelle (M5S). Beppe Grillo, il fondatore e garante del Movimento, sta cercando di prendere il controllo della situazione, convocando la vecchia guardia e proponendo un direttorio che potrebbe mettere in discussione la leadership di Giuseppe Conte.

La vecchia guardia torna in scena

Negli ultimi giorni, Grillo è stato visto in compagnia di volti storici del M5S. Ha cenato con Claudio Cominardi, ora tesoriere del Movimento, e Alessio Villarosa, ex parlamentare cacciato per non aver votato la fiducia al governo Draghi. Inoltre, ha avuto un incontro di un’ora con l’ex sindaca di Roma, Virginia Raggi. Questi incontri suggeriscono un tentativo di Grillo di risollevare il partito con l’aiuto dei veterani.

Il caso di Villarosa

Alessio Villarosa ha rivelato l’incontro con Grillo sui social, lodando il fondatore del Movimento come una delle menti più visionarie che abbia mai conosciuto. Villarosa ha criticato la mancanza di visione e di vicinanza ai territori nell’attuale gestione del M5S, sottolineando che la credibilità persa a causa del sostegno ai governi sbagliati potrebbe essere riconquistata solo con un cambiamento significativo e con una maggiore presenza di Grillo.

Il Direttorio

All’interno del Movimento si sta diffondendo l’idea di creare una struttura di sostegno all’attuale dirigenza, definita da alcuni come un “nuovo direttorio” o un “triumvirato di saggi”. Questa rete di figure di spicco dovrebbe coadiuvare Conte nelle sue decisioni. Tuttavia, è improbabile che Conte accetti una simile proposta, che richiederebbe anche una modifica dello statuto tramite votazione.

Il ruolo di Virginia Raggi

Il vertice tra Grillo e Raggi è stato uno degli appuntamenti politici più rilevanti degli ultimi giorni. Raggi, da tempo indicata come una dei delusi dall’attuale gestione, potrebbe svolgere un ruolo chiave come “sentinella” delle dinamiche interne al Movimento, grazie alla sua posizione nel comitato di garanzia e ai suoi buoni rapporti con Grillo.

La crisi del Movimento

La crisi del M5S è tutt’altro che risolta. “La crisi non è passata, è solo all’inizio,” ha affermato un parlamentare. “Il tempo delle fazioni è finito: o si rema tutti insieme o si rischia di affondare.” Le pressioni interne e le tensioni tra i diversi gruppi rischiano di sfociare in un regolamento di conti, con Conte che potrebbe decidere di espellere definitivamente Grillo dal Movimento.

Il futuro del Movimento 5 Stelle è in bilico. Beppe Grillo cerca di riprendere il controllo con l’aiuto della vecchia guardia, ma il rischio di uno scontro con Giuseppe Conte è alto. Le prossime settimane saranno decisive per capire se il M5S riuscirà a ritrovare l’unità o se sarà travolto da un regolamento di conti interno.

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Cronache

I segreti di Pulcinella, l’ex capo della Cei Ruini: rifiutai la richiesta di Scalfaro di far cadere Berlusconi

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La Cei si oppose alla richiesta dell’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, di fare cadere il governo guidato da Silvio Berlusconi, subito dopo l’estate del 1994. Lo conferma il cardinale Camillo Ruini in una intervista al Corriere della Sera firmata da Francesco Verderami. “Effettivamente – racconta Ruini che allora era il capo della Conferenza episcopale italiana – andò così. La nostra decisione di opporci a quella che ci appariva come una manovra, al di là della indubbia buona fede di Scalfaro, fu unanime. E pensare che Scalfaro era stato per me un grande amico. Rammento quando De Mita nel 1987 gli aveva offerto di diventare presidente del Consiglio, in opposizione a Craxi e con la benevolenza del Pci. Scalfaro allora era venuto da me e mi aveva detto che avrebbe rifiutato. ‘Fa bene’, avevo risposto. E infatti a palazzo Chigi sarebbe poi andato Amintore Fanfani”.

“Per questo – prosegue il cardinale – rimasi colpito dal modo in cui aveva cambiato posizione, così nettamente. Penso che Berlusconi abbia mostrato i suoi pregi e i suoi limiti, come tutti gli altri politici, ma che non abbia avuto in alcun modo fini eversivi. I pericoli per la Repubblica semmai erano altri”, commenta Ruini. Nella lunga intervista Ruini racconta gli ultimi decenni della storia dei rapporti tra Chiesa italiana e politica, dal rapporto con la Dc al crollo della Prima Repubblica, quindi l’avvento di Silvio Berlusconi che “non consideravamo un pericolo per la Repubblica”.

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