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Mosca attacca gli Usa, da Pechino condanna ambigua

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Il conflitto israelo-palestinese rappresenta “un grandissimo pericolo” perché potrebbe estendersi con il coinvolgimento di “parti terze”. L’allarme lanciato dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, si riferisce in primo luogo agli Stati Uniti, che hanno annunciato lo spostamento di navi da guerra nel Mediterraneo orientale. Mentre gli altri Paesi che hanno già rifiutato di schierarsi con l’Occidente sul conflitto in Ucraina – in particolare quelli del gruppo Brics – ripropongono la loro posizione neutrale anche sulla nuova crisi mediorientale. A partire dalla Cina, che “si oppone e condanna le azioni che colpiscono i civili”, rifiutando però di prendere le parti di Israele, come vorrebbero gli americani.

Il leader della maggioranza democratica al Senato Usa, Chuck Schumer, che guida una delegazione bipartisan in visita a Pechino, ha detto al capo della diplomazia cinese Wang Yi di essere rimasto “molto deluso” dalla posizione della Repubblica popolare, che “non ha mostrato vicinanza o sostegno per Israele durante questi tempi difficili”. Ma i dirigenti cinesi non cambiano opinione, sottolineando che la pace in Medio Oriente può arrivare solo con la soluzione a due Stati – quello palestinese a fianco di quello israeliano – prevista dall’Onu e ufficialmente sostenuta da Usa e Ue.

La stessa posizione espressa dalla Russia attraverso il ministro degli Esteri Serghei Lavrov, che ha ricevuto a Mosca il segretario generale della Lega Araba, Ahmed Aboul Gheit. Quanto sta accadendo in Medio Oriente dimostra che “l’attuale status quo non è sostenibile”, ha sentenziato Lavrov, facendo appello ad un cessate il fuoco immediato e all’avvio di negoziati per realizzare appunto la soluzione a due Stati, l’unica a suo avviso capace di garantire la pace. Ma il ministro russo accusa Washington di volere boicottare gli sforzi di pace con la loro “politica distruttiva”. Tra i Paesi Brics l’unico a schierarsi decisamente contro Hamas è l’India, con il premier Narendra Modi che si è detto “profondamente scioccato dagli attacchi terroristici” e ha assicurato che New Delhi è “solidale con Israele in questa difficile ora”.

Sulle posizioni cinesi e russe si schiera invece il Brasile, che ieri ha presieduto una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il Paese sudamericano ha chiesto il cessate il fuoco e un’iniziativa per far sì “che Israele e Palestina vivano in pace e sicurezza con confini concordati di comune accordo e riconosciuti a livello internazionale”, ha ribadito il ministro degli Esteri Mauro Vieira. Sulla soluzione a due Stati insiste anche il Sudafrica, ma con accenti più polemici nei confronti di Israele. “La nuova conflagrazione è nata dalla continua occupazione illegale della terra palestinese, dalla continua espansione degli insediamenti, dalla profanazione della moschea di Al Aqsa e dei luoghi santi cristiani e dall’oppressione del popolo palestinese”, ha scritto in un comunicato il Dipartimento per le relazioni internazionali di Pretoria. Mentre a Città del Capo ieri diverse centinaia di membri della comunità musulmana si sono radunati alla moschea Al Quds in una manifestazione di sostegno ai palestinesi.

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Israele: ucciso comandante Hezbollah Hossein Salami

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Israele: ucciso comandante Hezbollah Hossein Salami

In un raid israeliano nel sud del Libano è stato ucciso Hassan Hossein Salami “il terrorista di Hezbollah responsabile della regione di Hajir”. Lo ha fatto sapere il portavoce militare sottolineando che “Salami faceva parte dell’Unità Nasser di Hezbollah e ha comandato di recente le attività terroristiche degli Hezbollah contro civili e soldati, inclusi lanci di missili anti tank verso la città di Kiryat Shmona e i comandi della 769/a Brigata”.

 

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Militare Usa si dà fuoco all’esterno dell’ambasciata israeliana a Washington: non sarò complice di genocidio

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Un militare di 25 anni della Forza aerea degli Stati Uniti in servizio attivo si è dato fuoco all’esterno dell’ambasciata israeliana a Washington per protestare contro la guerra condotta da Israele a Gaza. In un video ottenuto dall’emittente televisiva statunitense “Cnn”, il militare afferma di chiamarsi Aaron Bushnell, e di non voler piu’ “essere complice di un genocidio”.

Prima di darsi fuoco, l’uomo afferma che la sofferenza che sta per avvertire “e’ minima rispetto a quella dei palestinesi”. Nel video si vede il militare in divisa poggiare la videocamere al suolo, cospargersi di un liquido infiammabile e darsi fuoco. Prima di collassare, l’uomo grida piu’ volte “Palestina libera”.

Agenti di polizia intervengono poco dopo con degli estintori per estinguere le fiamme. La portavoce della Forza aerea Usa, Rose Riley, ha confermato alla “Cnn” che “un aviere in servizio attivo e’ stato coinvolto nell’incidente di oggi”. Il dipartimento di polizia di Washington ha riferito che il militare è stato ricoverato in ospedale e versa “in condizioni critiche”. La “Cnn” ricorda che un episodio simile si e’ verificato nel mese di dicembre, quando un uomo si e’ dato fuoco all’esterno del consolato israeliano ad Atlanta in quello che la polizia locale ha definito “un atto estremo di protesta politica”.

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New York Times: difficile per i Democratici rimpiazzare Biden con un altro candidato

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I Democratici Usa non hanno modo di sostituire il presidente Joe Biden nel ruolo di candidato del partito in vista delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo novembre “sintantoche’ il presidente rimarra’ candidato alla rielezione”. Lo scrive il quotidiano “New York Times”, mentre il Paese continua a interrogarsi sullo stato di salute fisica e mentale dell’attuale inquilino della Casa Bianca. il quotidiano sottolinea che e’ troppo tardi per aprire le primarie del Partito democratico a “un altro sfidante adeguato”, e che “non esiste un meccanismo per scegliere un candidato differente”. “Non esistono ragioni per ritenere che Biden possa interrompere la sua candidatura”, scrive il quotidiano. “Ma se lo facesse, o se per lui diventasse impossibile continuare – ad esempio per una crisi di salute – il prossimo passo dipenderebbe dalle tempistiche della sua dipartita”. Lo stesso – chiosa il quotidiano – sarebbe vero “nel caso in cui l’ex presidente Donald Trump dovesse lasciare la contesa per ragioni di salute o per questioni legali relative ai processi penali a suo carico”.

Secondo il “New York Times”, se Biden fosse costretto a ritirare la propria candidatura prima della fine delle primarie, gli elettori vedrebbero limitata la loro scelta agli altri “semisconosciuti” candidati che partecipano al processo di assegnazione dei delegati. Quasi certamente, pero’, questi candidati secondari non otterrebbero il sostegno di un numero sufficiente di delegati alla convention del partito, in programma nel mese di agosto. La vicepresidente Kamala Harris “non diventerebbe automaticamente la candidata” del Partito democratico, dal momento che non prende parte alle primarie. E’ probabile pero’ che molti delegati deciderebbero di sostenerne la nomina. Il fronte democratico si e’ gia’ interrogato per mesi in merito a potenziali candidati alla presidenza alternativi all’attuale inquilino della Casa Bianca: il nome circolato piu’ spesso e’ quello del governatore della California, Gavin Newsom, ma per il momento – scrive il quotidiano – la potenziale candidatura di queste figure alla convention, nel caso di un ritiro anticipato di Biden resta “pura speculazione”.

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