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Cronache

Giallo su incidente di caccia in Trentino, un giovane ucciso e un pensionato suicida

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Un solo colpo di fucile  alla nuca che ha centrato Massimiliano Lucietti, 24 anni, di Pejo, in Trentino, e lo ha ucciso. Chi ha sparato al giovane cacciatore e perchè? Lucietti era uscito di casa per andare a caccia, da solo, nei boschi di Celledizzo ma dopo qualche ora il suo corpo senza vita è stato ritrovato da un altro cacciatore, un forestale in pensione che neppure 24 ore dopo aver trovato il corpo del giovane, per il quale inizialmente si era pensato al suicidio, si è tolto la vita. Ed ha lasciato un biglietto con il quale ha chiesto di non essere incolpato per la morte del ragazzo. Un vero mistero anche perchè ad un primo esame fatto dai carabinieri del Ris appare chiaro che chi ha sparato stava ad almeno mezzo metro dalla vittima e che il foro d’entrata è sulla nuca: come avrebbe fatto Massimiliano Lucietti a togliersi la vita in questo modo? Saranno i rilievi irripetibili, l’esame medico legale e le investigazioni a chiarire che cosa davvero è accaduto e come e perchè è morto il cacciatore 24enne. Ma anche se tra le due morti c’è qualche collegamento.

 

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Cronache

Italia prima per frodi nei fondi Ue e nel Recovery

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Roma sotto i riflettori della Procura europea (Eppo) per frodi nella gestione dei fondi europei ed in particolare del Recovery Fund. Secondo il rapporto 2023 sulle attività dell’Eppo, l’Italia risulta il Paese con il valore più alto in termini di danni finanziari al bilancio dell’Ue stimati a seguito di varie malversazioni. Un importo pari a 7,38 miliardi di euro a fronte di 618 indagini attive. Per Andrea Venegoni, procuratore distaccato all’Eppo e supervisore dei casi italiani, questi numeri si spiegano anche alla luce della “capacità investigativa”, del “ruolo molto attivo” e del “profilo di grande esperienza dei pubblici ministeri italiani”. “Noi – dice – ci avvaliamo molto della Guardia di Finanza, ma anche dell’agenzia delle dogane e degli stessi carabinieri; d’altra parte, non in tutti i Paesi esistono organismi di polizia specializzati nelle indagini finanziarie o tributarie come avviene da noi”. Nel rapporto annuale dell’Eppo, spicca il dato sulle indagini relative ai finanziamenti del Recovery Fund, balzate in un solo anno da 15 a 206 con un danno stimato di oltre 1,8 miliardi di euro. Si tratta di circa il 15% di tutti i casi di frode di spesa gestiti dalla Procura europea durante il 2023, ma in termini di danno stimato corrisponde a quasi il 25%. Un dato, stima l’Eppo, destinato ad aumentare man mano che si accelera con l’attuazione dei Pnrr. Anche in questo caso, l’Italia si conferma maglia nera, con 179 indagini, seguita a distanza da Austria (33) e Romania (8). Il motivo è lapalissiano.

“L’ammontare di denaro che l’Italia riceve rispetto agli altri Stati è maggiore” spiega Venegoni. Roma, insieme a Madrid, è il principale beneficiario dei fondi del NextGenerationEU, con 191,5 miliardi di euro tra garanzie e prestiti destinati al Pnrr italiano. Allargando lo sguardo, il rapporto dell’Eppo indica un netto aumento delle indagini aperte in Europa, 1.371, il 58% in più rispetto allo scorso anno, con un danno complessivo stimato per il bilancio dell’Ue di 19,2 miliardi di euro. Di questi, il 59% è legato a gravi frodi transfrontaliere in materia di Iva. “Sono frodi – osserva il procuratore europeo – dietro cui si nasconde a volte la criminalità organizzata, per la quale i fondi europei possono essere una fonte di finanziamento tutto sommato non particolarmente rischiosa perché sono reati di natura economica non facili da accertare”. E sulla corruzione ed i reati economici si è concentrato anche l’Ocse che ha riunito a Roma il ‘Forum Zero Corruption’.

“L’integrità è fondamentale per gli investimenti nel paese, ha spiegato l’ad di Autostrade per l’Italia Roberto Tomasi. “Ci stiamo impegnando perché lo riteniamo un fattore abilitante del nostro piano di investimenti”. Dobbiamo essere molto chiari sul target dei nostri obiettivi: zero incidenti, zero rischi sicurezza sul lavoro e zero corruzione”. “Nell’Europa Occidentale stiamo assistendo ad una flessione nella lotta alla corruzione”, ha avvertito l’ambasciatore e direttore generale di Confindustria, Raffaele Langella. “Sei paesi su 31, compresa l’Italia, hanno registrato un risultato migliore nell’ultimo rapporto, mentre otto su 31 hanno fatto peggio rispetto agli anni precedenti”. Un fenomeno, è stato il monito di Langella, che “ammazza l’imprenditoria, la libertà ma anche le persone e questo non dobbiamo mai dimenticarlo”.

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L’urlo choc all’autista donna, ‘stupro, stupro’

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Un bus di linea guidato da un’autista donna, un gruppo di ragazzini minorenni che sale sul mezzo di ritorno da scuola, e ad un certo punto un coro agghiacciante che parte dal fondo della corriera: “stupro, stupro…”. E’ l’episodio scioccante subito da una giovane dipendente della Mom, la società di trasporto pubblico di Treviso, che da tempo è costretta a convivere con bande di bulli e violenti che salgono sui pullman come entrassero in un saloon. Il fatto è avvenuto alla fine del 2023, sulla tratta Conegliano-Pieve di Soligo, la zona dei vigneti del prosecco.

A bordo quella sera c’era per fortuna anche una pattuglia della polizia municipale, che ‘soccombendo’ numericamente rispetto al gruppo di violenti, una trentina di studenti, ha pensato bene che far sentire in sicurezza la donna alla guida, restano a bordo del mezzo per alcune fermate. Non risulta sia in corso una indagine ufficiale sul grave episodio, ma non è escluso si arrivi all’identificazione dei protagonisti del gesto vergognoso, per segnalarli alle autorità. Tra la società Mom e le forze dell’ordine c’è un dialogo continuo. Pattuglie dei vigili urbani, e Carabinieri controllano le tratte e le fermate più ‘calde’.

Mom ha aggiunto anche un gruppo di 7 vigilantes privati che verificano la situazione sui mezzi, a tutela degli autisti e dei passeggeri. Alla giovane autista sarebbe stato offerto di cambiare turni di lavoro, su linee meno frequentate da bulli e baby gang. Ma lei ha rifiutato, preferendo continuare a fare il suo normale servizio. Non è la prima volta comunque che episodi di micro-criminalità e intemperanze verbali vedono protagonisti gruppi di ragazzi sulle corriere del servizio pubblico nella provincia della Marca. Mom copre le tratte extraurbane con 350 autobus, su tutta la pedemontana, da Vittorio Veneto e Bassano del Grappa. Il presidente della società, Giacomo Colladon, ha informato del problema Questore e Prefetto di Treviso.

“Il nostro personale – ha spiegato – fa il possibile perché sia garantito l’ordine pubblico e la tranquillità per i passeggeri, e le forze dell’ordine sono spesso presenti”. Per Colladon, tuttavia, molto si spiega “con una larghissima parte di genitori che non fanno più i genitori”. “Ho una certa età – ha aggiunto – e se avessi commesso una cosa simile mio padre mi avrebbe preso a calci nel sedere prima ancora di informarsi sui dettagli dell’accaduto. Invece qui siamo di fronte a famiglie assenti che non insegnano il rispetto per il prossimo, quando il prossimo è anche il conducente dell’autobus sul quale stai viaggiando o il controllore che ti chiede di esibire il biglietto”.

Anche i sindacati denunciano la gravità della situazione: “la violenza, verbale o fisica contro i lavoratori è sempre grave, ma quando va a colpire una donna con ingiurie sessiste è inaccettabile” afferma Stefano Bergamin, vicesegretario della Fit Cisl Belluno Treviso, e alla guida della Rsu di Mom. Le donne che conducono i bus di Mom sono il 10% del totale degli autisti della società. “Lo scorso – ricorda Bergamin – all’avvio della tratta estiva Treviso-Jesolo, un’altra autista era stata pesantemente insultata sempre con offese a sfondo sessista. Nel mirino sono spesso finite anche le agenti accertatrici durante i controlli di routine all’interno dei mezzi”.

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‘Ndrangheta stragista, ‘convergenza interessi mafie-politica’

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“Altro esito indubbio che il presente giudizio ha consegnato è costituito dagli accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici, in una evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro ‘desiderata’”. È quanto c’è scritto nelle 1.400 pagine della sentenza “‘Ndrangheta stragista” depositata dalla Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria che, nel marzo 2023, ha confermato l’ergastolo per Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone accusati dell’attentato in cui il 18 gennaio 1994 morirono i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.

Quello contestato al boss di Brancaccio e all’esponente della cosca Piromalli è un agguato rientrante nelle cosiddette “stragi continentali” che hanno insanguinato l’Italia all’inizio degli anni Novanta. A proposito di politica, nella sentenza c’è scritto pure che “con tutta evidenza Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta si interessarono al nuovo partito di Forza Italia, per come dichiarato da numerosi collaboratori. Emerge come Cosa Nostra avesse deciso di creare un movimento autonomista, al pari di quanto accadeva nel resto del Sud Italia, ma che in seguito tale progetto era stato abbandonato in favore dell’appoggio al nascente partito di Forza Italia, con alcuni dei cui esponenti i siciliani avevano avviato contatti, tant’è che le stragi cessarono nel corso dell’anno 1994, sussistendo l’aspettativa che il nuovo soggetto politico avrebbe ‘aiutato’ le organizzazioni criminali che l’avevano elettoralmente sostenuto”.

La sentenza della Corte d’assise d’appello ha confermato le richieste della Dda di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri e, in particolare, le risultanze dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo che, insieme all’aggiunto Walter Ignazitto, ha rappresentato l’accusa anche nel processo di secondo grado.

“Non pare certamente frutto di una casualità – si legge nella sentenza scritta dal presidente Bruno Muscolo e dal giudice a latere Giuliana Campagna – la coincidenza nella scelta degli obiettivi da colpire, individuati sia in Calabria che a Roma negli appartenenti all’Arma dei carabinieri, uomini evidentemente simbolo della difesa dello Stato, che dovevano essere attaccati in momenti pressoché contestuali in punti geografici distanti tra loro, ma con un’unica finalità, ossia ‘piegare’ lo Stato alle richieste di attenuazione e/o eliminazione del carcere duro per mafiosi e ‘ndranghetisti ed alla revisione della legislazione sui collaboratori di giustizia, che rappresentavano entrambi aspetti di particolare rigore per i criminali interessati, impeditivi della realizzazione dei propri interessi”.

“Ritiene la Corte che il copioso materiale probatorio non consenta una fondata ricostruzione alternativa rispetto a quella operata dall’organo di accusa” scrivono ancora i giudici, secondo i quali non c’è “nessun dubbio che, su iniziativa di Totò Riina, Cosa Nostra decise di avviare tra il 1991 ed il 1992 una strategia stragista al fine di sferrare un attacco contro lo Stato, che sarebbe poi dovuto culminare con la strage dei carabinieri allo stadio Olimpico di Roma all’inizio del 1994”.

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