Esteri
Milei accusa la moglie di Sanchez, è crisi diplomatica
Le insinuazioni di presunta corruzione nei confronti della moglie di Pedro Sanchez non erano nuove, ma questa volta è scoppiata la crisi diplomatica, dopo che il presidente dell’Argentina, Javier Milei, ha rilanciato oggi le invettive dal palco della kermesse del partito dell’ultradestra Vox al Palacio de Vistalegre, prima scagliandosi contro il socialismo, da lui definito “corrotto e cancerogeno”, e poi, senza citare il premier Pedro Sanchez, definendo la sua consorte, Begona Gomez, “corrotta”.
Il riferimento era al caso sul quale la procura ha avviato un’indagine per corruzione, che il marito premier ha attribuito alla “macchina del fango” e che lo aveva indotto a una pausa di riflessione di cinque giorni per meditare sulle sue eventuali dimissioni, che poi non ci sono state. Immediata e durissima la reazione di Madrid, che ha richiamato per consultazioni “sine die” l’ambasciatore spagnolo a Buenos Aires e ha preteso da Milei “pubbliche scuse” nel corso di una dichiarazione istituzionale del ministro degli Affari esteri, José Manuel Albares, per dare maggiore enfasi alla condanna.
“Chiediamo al signor Milei di rispettare le forme dovute tra nazioni, che escludono ingerenze negli affari interni, e anche che sia all’altezza del grande Paese che rappresenta e della posizione che occupa, che non avrebbe mai dovuto abbandonare le forme e il rispetto, tanto meno mentre era nella capitale della Spagna,” ha affermato Albares. Il capo della diplomazia spagnola ha definito “estremamente gravi” le accuse di Milei e ha affermato che in assenza di scuse, la Spagna prenderà “misure adeguate per difendere la sua sovranità e dignità”.
Dichiarazioni “che non non hanno precedenti nella storia delle relazioni internazionali, soprattutto tra due Paesi e due popoli uniti da forti legami di fraternità”, ha detto Albares. “Il signor Milei ha portato le relazioni tra Spagna e Argentina al momento più critico della nostra storia recente”, ha aggiunto il ministro. Sulla dichiarazione istituzionale, l’esponente del governo ha consultato i portavoce parlamentari, ricevendo “un’ampia” adesione di tutte le forze politiche, tranne il conservatore Partito Popolare e Vox, che si sono smarcati.
Esteri
Missione di Trump in Cina, Casa Bianca ordina di distruggere badge e telefoni usa e getta per timori di spionaggio
La Casa Bianca avrebbe ordinato a staff e giornalisti al seguito di Donald Trump in Cina di distruggere badge, accrediti e telefoni usa e getta prima di salire sull’Air Force One. La misura sarebbe stata adottata per prevenire possibili attività di spionaggio da parte della Cina.
Massima allerta sicurezza durante e dopo la missione di Donald Trump in Cina. Secondo quanto riferito da giornalisti al seguito del presidente americano, la Casa Bianca avrebbe ordinato a membri dello staff e reporter di disfarsi di tutto il materiale fornito dalle autorità cinesi prima di risalire a bordo dell’Air Force One.
Via badge, accrediti e telefoni
A riportare l’episodio è stata la giornalista del New York Post Emily Goodin attraverso un messaggio pubblicato su X.
“Nulla che ci è stato dato dai cinesi durante la missione può essere portato a bordo” ha scritto la cronista.
Secondo quanto emerso, il personale americano avrebbe dovuto eliminare:
- badge di accesso
- accrediti stampa
- telefoni usa e getta utilizzati durante la visita
Il timore di attività di spionaggio
La conduttrice di Fox News Ainsley Earhardt ha spiegato che, secondo fonti interne, tutti gli americani presenti a Pechino avrebbero ricevuto telefoni temporanei da utilizzare esclusivamente durante la permanenza in Cina.
Una volta conclusa la visita, i dispositivi sarebbero stati distrutti o abbandonati per evitare qualsiasi rischio di compromissione o attività di intelligence.
Il timore della Casa Bianca sarebbe legato a possibili operazioni di sorveglianza elettronica o raccolta dati da parte delle autorità cinesi.
La sicurezza digitale diventa centrale
L’episodio conferma il clima di crescente diffidenza tecnologica tra Washington e Pechino.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno più volte accusato la Cina di attività di cyberspionaggio, intrusioni informatiche e raccolta illegale di dati sensibili.
Pechino ha sempre respinto le accuse.
Un clima da nuova guerra fredda tecnologica
La vicenda arriva mentre le relazioni tra Usa e Cina attraversano una fase delicatissima tra tensioni commerciali, Taiwan, sicurezza informatica e competizione globale sull’intelligenza artificiale.
La gestione quasi “militare” della sicurezza durante il viaggio di Trump mostra quanto il tema dello spionaggio tecnologico sia ormai centrale nei rapporti tra le due superpotenze.
Precedenti e protocolli di sicurezza
L’utilizzo di telefoni usa e getta e la distruzione di materiali sensibili non rappresentano una novità assoluta nei viaggi diplomatici ad alto rischio.
Tuttavia, la rigidità delle misure adottate durante questa missione in Cina evidenzia il livello di attenzione raggiunto dalle autorità americane.
Esteri
Arabia Saudita ed Emirati avrebbero colpito l’Iran: il Medio Oriente verso una guerra regionale totale
Secondo il New York Times, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito direttamente obiettivi in Iran in risposta agli attacchi iraniani contro i loro territori. Sarebbe la prima azione militare diretta dei due Paesi arabi contro Teheran, in un quadro di crescente escalation regionale che coinvolge anche Stati Uniti e Israele.
Il conflitto in Medio Oriente rischia di entrare in una fase ancora più pericolosa e imprevedibile. Secondo il New York Times, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito direttamente obiettivi in Iran in risposta agli attacchi lanciati da Teheran contro i loro territori nelle ultime settimane.
La ricostruzione del quotidiano americano, basata sulle dichiarazioni di funzionari statunitensi in carica e in pensione, rappresenta uno scenario senza precedenti: sarebbe infatti la prima azione militare diretta condotta dai due Paesi arabi contro la Repubblica islamica iraniana.
Al momento non sono stati diffusi dettagli ufficiali sugli obiettivi colpiti né sulla tempistica delle operazioni. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti non hanno confermato pubblicamente le indiscrezioni.
La risposta ai raid iraniani nel Golfo
Negli ultimi mesi l’Iran ha intensificato gli attacchi contro obiettivi nei Paesi del Golfo considerati vicini agli Stati Uniti e a Israele. Secondo diverse fonti internazionali, Teheran avrebbe colpito infrastrutture strategiche e aree sensibili in Arabia Saudita e negli Emirati, provocando danni significativi e aumentando il livello dello scontro regionale.
Nell’area sono presenti anche importanti basi militari statunitensi, elemento che rende ancora più delicato il quadro geopolitico.
Gli Stati Uniti mantengono infatti una presenza militare stabile sia in Arabia Saudita sia negli Emirati Arabi Uniti, considerati partner strategici di Washington nella regione.
La rivalità storica tra Riad e Teheran
Dietro l’attuale escalation c’è una rivalità che dura da decenni. Arabia Saudita e Iran si contendono il predominio politico, economico e religioso del Medio Oriente, in uno scontro che intreccia geopolitica, sicurezza energetica e divisioni confessionali.
Riad rappresenta il principale riferimento dell’Islam sunnita, mentre Teheran è il centro dell’Islam sciita. Questa contrapposizione ha alimentato per anni conflitti indiretti in Siria, Yemen, Libano e Iraq.
Anche i rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Iran restano storicamente complessi e segnati da profonde diffidenze strategiche.
Il ruolo di Israele e il rischio di allargamento della guerra
Gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre rafforzato negli ultimi anni la loro cooperazione con Israele attraverso gli Accordi di Abramo, contribuendo a ridefinire gli equilibri regionali.
Per Teheran, Israele continua a rappresentare il principale nemico strategico. L’eventuale coinvolgimento diretto di Arabia Saudita ed Emirati nel conflitto potrebbe quindi aprire una nuova fase della guerra mediorientale, con il rischio concreto di un allargamento regionale dello scontro.
Al momento non esistono conferme ufficiali indipendenti sugli attacchi attribuiti ai due Paesi arabi. Tuttavia, la sola diffusione di queste informazioni da parte di una testata autorevole come il New York Times segnala quanto la situazione nell’area stia diventando sempre più instabile.
Esteri
Zelensky teme un coinvolgimento diretto della Bielorussia: “Rafforzeremo il fronte Chernihiv-Kiev”
Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina rafforzerà il fronte Chernihiv-Kiev per fronteggiare un possibile coinvolgimento più diretto della Bielorussia nella guerra. Secondo Kiev, la Russia starebbe aumentando la pressione su Alexander Lukashenko per ampliare le operazioni militari dal territorio bielorusso.
Volodymyr Zelensky lancia un nuovo allarme sul possibile coinvolgimento diretto della Bielorussia nella guerra contro l’Ucraina. Secondo il presidente ucraino, Russia starebbe aumentando la pressione sul leader bielorusso Alexander Lukashenko per ampliare il ruolo di Minsk nel conflitto.
“Mosca vuole trascinare Minsk nella guerra”
Nel suo discorso serale, riportato dall’agenzia Ukrinform, Zelensky ha affermato che Kiev segue con attenzione i colloqui tra Mosca e la leadership bielorussa.
“Comprendiamo perfettamente di cosa si stia discutendo tra la Russia e la leadership bielorussa” ha dichiarato.
Secondo Zelensky, i russi starebbero cercando di coinvolgere Minsk “in modo più deciso” nelle operazioni militari.
Il timore per il fronte nord
Il presidente ucraino ritiene possibile un aumento delle attività offensive dal territorio bielorusso.
Tra gli scenari evocati da Kiev vi sarebbe una nuova pressione militare lungo la direttrice Chernihiv–Kiev, già considerata strategica nelle prime fasi della guerra.
Zelensky ha inoltre ipotizzato che eventuali operazioni possano riguardare anche Paesi della NATO confinanti con la Bielorussia.
“Rafforzeremo la linea Chernihiv-Kiev”
Per questo motivo il presidente ucraino ha annunciato nuove misure difensive.
Zelensky ha spiegato di aver incaricato le Forze di Difesa e Sicurezza ucraine di predisporre un piano operativo che sarà discusso a breve dallo Stato Maggiore.
“Rafforzeremo la linea Chernihiv-Kiev” ha sottolineato il leader ucraino.
La Bielorussia resta alleata chiave di Mosca
Dall’inizio della guerra la Bielorussia ha rappresentato uno dei principali alleati strategici della Russia.
Il territorio bielorusso è stato utilizzato da Mosca per operazioni militari, spostamenti di truppe e lancio di attacchi contro l’Ucraina, pur senza un coinvolgimento diretto massiccio dell’esercito di Minsk nei combattimenti.
Kiev teme ora che il Cremlino possa tentare di ampliare ulteriormente quel ruolo, aprendo nuovi fronti di pressione militare lungo il confine settentrionale.
Tensione crescente nell’Europa orientale
Le dichiarazioni di Zelensky arrivano in una fase di forte instabilità regionale, mentre continuano i combattimenti lungo il fronte orientale e aumentano le tensioni geopolitiche tra Russia e Nato.
L’eventuale ingresso più attivo della Bielorussia nel conflitto rappresenterebbe un ulteriore elemento di rischio per la sicurezza dell’intera area.


