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Mali: 64 morti in attacchi terroristici di al Qaida

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Sessantaquattro persone, tra cui 49 civili e 15 soldati, sono state uccise in due attacchi “terroristici” rivendicati da un gruppo affiliato ad al Qaeda che hanno preso di mira una nave passeggeri e una base dell’esercito nel nord del Mali. Lo ha reso noto il governo. I due attacchi separati hanno preso di mira “la nave Timbuktu” sul fiume Niger e “la postazione dell’esercito” a Bamba, nella regione di Gao (nord), con un “bilancio provvisorio di 49 civili e 15 soldati uccisi”, secondo una dichiarazione del governo che non ha specificato quante persone sono morte sulla nave e nel campo.

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Il corpo di Navalny alla madre, incertezza sui funerali

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A oltre una settimana dalla morte in una colonia penale artica e dopo un penoso stillicidio di notizie contraddittorie, il corpo di Alexei Navalny è stato finalmente consegnato alla madre, Lyudmila. Ma non è ancora chiaro se i funerali potranno essere pubblici, come vuole la famiglia, o si dovranno svolgere in segreto, come chiedevano le autorità. “Il corpo di Alexei è stato consegnato a sua madre, ringraziamo tutti coloro che lo hanno richiesto insieme a noi”, ha scritto sui social media la ex portavoce dell’oppositore del Cremlino, Kira Yarmysh. Per poi chiarire che Lyudmila e la salma di Navalny si trovano ancora a Salekhard, il capoluogo della regione artica di Yamalo-Nenets dove il corpo è stato finora conservato nell’obitorio di un ospedale. I funerali non sono ancora stati organizzati e, aggiunge la portavoce, “non sappiamo ancora se le autorità interferiranno nella possibilità che vengano celebrati nel modo in cui vuole la famiglia e che Alexei merita”.

La restituzione del corpo è avvenuta entro i due giorni che sono, secondo quanto ha sottolineato il team Navalny, il limite imposto dalla legge russa dopo l’accertamento della causa della morte. Poiché giovedì la madre aveva firmato il certificato medico presentatole, che attesta le cause “naturali” del decesso, gli investigatori avevano tempo fino ad oggi per consegnare il corpo alla famiglia. Ieri, tuttavia, la madre aveva fatto sapere che le autorità le avevano dato un ultimatum di poche ore per accettare di tenere funerali segreti, minacciando altrimenti di seppellire il corpo nella colonia penale IK-3, dove Navalny è morto. La donna aveva detto di avere rifiutato. “Voglio – aveva detto – che io, e anche gli altri a cui è caro Alexei e per chi la sua morte è diventata una tragedia personale, abbiamo la possibilità di dirgli addio”.

Tutta l’attenzione è quindi ora concentrata sulle modalità delle esequie, per sapere se sarà consentito un saluto pubblico all’oppositore che per anni ha sfidato il presidente Vladimir Putin. Un evento che, anche per la sua carica emotiva, potrebbe dar luogo a manifestazioni di protesta. Oggi, nel secondo anniversario dall’inizio della cosiddetta ‘operazione militare speciale’ in Ucraina, la polizia ha fermato una trentina di persone a Mosca e in alcune altre città mentre deponevano ancora fiori sui memoriali improvvisati per Navalny. Altre tre sono state fermate mentre protestavano individualmente contro il conflitto. Nella capitale, inoltre, gli agenti hanno portato via alcune persone, tra cui quattro giornalisti, durante il raduno settimanale di alcune decine di mogli di soldati al fronte che chiedono il ritorno dei mariti.

Tre dei reporter, secondo la testata Sota, a cui appartengono due dei fermati, sono stati già rilasciati. Una delle partecipanti, citata sempre da Sota, ha detto che, come avvenuto finora, alle donne è stato concesso di deporre fiori sulla tomba del Milite Ignoto davanti alle mura del Cremlino, ma sotto stretto controllo degli agenti. La consegna del corpo di Navalny è avvenuta nel nono giorno dal decesso, uno dei momenti cruciali del lutto ortodosso (insieme al terzo e al quarantesimo giorno), dopo che la vedova, Yulia, aveva accusato in un videomessaggio Putin di essere un “falso credente” e di “violare” anche le “leggi divine” con il rifiuto di restituire la salma. “E’ impossibile immaginare una malvagità più grande”, aveva aggiunto Yulia Navalnaya, affermando che il presidente, che dell’alleanza con la Chiesa ortodossa ha fatto uno dei cardini del suo potere, continava a “torturare anche da morto” il marito. Navalnaya aveva affermato nei giorni scorsi che lo stesso Putin aveva “ucciso” Navalny e il team dell’oppositore ha promesso una ricompensa di centomila euro ai membri delle forze di sicurezza che decidessero di fornire informazioni sulle modalità della morte.

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Aiuti militari e risposta rapida, il patto Roma-Kiev

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Per dieci anni, in caso di un nuovo attacco all’Ucraina, l’Italia si impegna alla “collaborazione immediata e rafforzata”, con un meccanismo di risposta di emergenza in 24 ore. E continuerà a fornire assistenza finanziaria e aiuti militari in linea con quanto accaduto finora. Sono i cardini dell’accordo fra Roma e Kiev sulle garanzie di sicurezza, firmato da Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky nel secondo anniversario del conflitto. Un “fatto concreto” in una giornata di gesti simbolici, lo ha definito la premier spiegando i contorni di un’intesa che va sulla falsa riga di quelle che l’Ucraina ha definito nelle ultime settimane con Francia, Germania, Gran Bretagna, Danimarca, e nelle ultime ore anche con il Canada. È l’attuazione di quanto deciso a margine del vertice Nato di luglio a Vilnius, per dare vita a una serie di intese bilaterali che di fatto avvicinano ulteriormente Kiev all’Alleanza atlantica. Meloni non chiarito nel dettaglio l’impegno economico, a differenza di Trudeau che parla di “un accordo storico” da “oltre due miliardi di euro”. Ha rimarcato però che “è quello più completo e importante siglato con un Paese non parte della Nato”.

Gli impegni variano dalla cooperazione in ambito industriale della difesa a quello economico, dalle infrastrutture critiche ed energetiche al sostegno umanitario, passando per lo scambio su cybersecurity e intelligence, e la ricostruzione. L’Italia ha già garantito i finanziamenti per il tetto della Cattedrale della Trasfigurazione di Odessa, danneggiato dai bombardamenti russi del 23 luglio scorso. E si candida a un “ruolo di primo piano” per il post guerra, anche ospitando nel 2025 la Ukraine Recovery Conference. Nei giorni scorsi, secondo indiscrezioni, la diplomazia ucraina ha fatto pressioni per inserire nel patto con l’Italia anche l’impegno al sostegno militare. Un elemento che sembra essere stato incluso, a leggere il comunicato ucraino e a sentire Meloni. “Continuiamo a sostenere l’Ucraina in quello che ho sempre ritenuto il giusto diritto del suo popolo a difendersi – ha spiegato nella conferenza a Palazzo Mariinskyi, prima della riunione del G7 in videoconferenza -. Questo presuppone necessariamente anche il sostegno militare perché confondere la tanto sbandierata parola pace con la resa, come fanno alcuni, è un approccio ipocrita che non condivideremo mai”.

Dal canto suo Zelensky ha chiarito di apprezzare “la decisione dell’Italia di continuare a sostenere l’Ucraina fino al 2024”, ribadendo che l’urgenza per il suo popolo è ricevere gli armamenti al momento giusto. Gli F16 dal Belgio sono in arrivo per il 2025. Non a caso, una giornalista ucraina ha chiesto a Meloni se l’Italia può cedere i suoi elicotteri in disuso. “Noi siamo all’ottavo pacchetto di aiuti e stiamo facendo il massimo per dare una mano con i mezzi di cui disponiamo, non solo quello che non ci serve – la replica della presidente del Consiglio -. La mia priorità è fornire strumenti il più possibile utili a quello che state facendo”.

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Biden rassicura il G7 sul sostegno Usa all’Ucraina

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Joe Biden rassicura il G7: gli Stati Uniti sono a fianco dell’Ucraina e continueranno a sostenerla. “Il nostro sostegno all’Ucraina non vacillerà, le democrazie mondiali non si divideranno, non ci stancheremo”, ha scritto Biden su X, assicurando che l’Ucraina “non sarà mai una vittoria per Vladimir Putin”. Ma alla sicurezza ostentata dal presidente si contrappone il blocco degli aiuti americani a Kiev alla Camera, dove i repubblicani fanno muro trainati da Donald Trump. Per il presidente le opzioni sono limitate se non continuare un pressing sfrenato, cercando di fare leva su quei conservatori moderati che hanno a cuore la sicurezza nazionale e che potrebbero regalare ai democratici i voti necessari per il via libera. Il braccio di ferro continua incessante. Il leader dei democratici in Senato Chuck Schumer ha incalzato, da Leopoli, lo speaker della camera Mike Johnson ad agire e sbloccare i fondi necessari affinché Kiev continui la sua lotta con l’invasore russo.

“Deve fare la cosa giusta”, ha detto Schumer esortando Johnson a una visita in Ucraina per toccare con mano la guerra. “Se incontrasse i generali e Volodymyr Zelensky, è impossibile che non si convinca che hanno bisogno di aiuto”, ha aggiunto. Per i democratici l’unica strada per forzare un voto è quella di una ‘discharge petition’ con l’aiuto di alcuni repubblicani. La manovra richiede 218 voti, 6 in più di quelli che i liberal hanno, ma anche questa alternativa presenta rischi visto che potrebbero esserci defezioni fra i democratici per non sostenere i fondi a Israele, inclusi nello stesso pacchetto di quelli a Kiev. La battaglia dei fondi all’Ucraina è complicata dalla campagna elettorale, nella quale Trump domina incontrastato e tiene in ostaggio il partito repubblicano.

L’ex presidente ha più volte ribadito che gli Stati Uniti dovrebbero smetterla di concedere aiuti senza la speranza di essere ripagati o senza vincoli. In caso di vittoria dell’ex presidente alle elezioni di novembre, e se i repubblicani mantenessero il controllo della Camera, per Kiev il futuro sarebbe più complicato considerata l’antipatia dell’ex presidente per la Nato e il suo scetticismo per la concessione di aiuti a perdere. Se Biden conservasse la Casa Bianca, se il senato tornasse nelle mani repubblicane e se, come molti si attendono, i democratici si riprendessero la Camera, allora l’Ucraina potrebbe affrontare il futuro con maggiore serenità. Tale combinazione infatti garantirebbe nuovi aiuti economici e militari all’Ucraina, smontando anche la convinzione di Vladimir Putin sul fatto che il tempo è dalla sua parte e rafforzando le chance di un successo diplomatico.

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