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L’IA impara le parole attraverso l’esperienza di una bambina

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L’intelligenza artificiale può svelare come avviene l’apprendimento delle prime parole attraverso gli occhi e le orecchie dei bambini. Lo dimostra un curioso esperimento della New York University, in cui i ricercatori hanno addestrato un sistema di apprendimento automatico usando registrazioni video e audio realizzate dalla prospettiva di una bambina, grazie a una telecamera montata su un caschetto indossato durante le consuete attività quotidiane nel periodo compreso tra i 6 mesi e i due anni di età. I risultati, pubblicati su Science, aiuteranno a sviluppare sistemi di intelligenza artificiale in grado di apprendere il linguaggio in modo più simile agli umani. Per questo genere di ricerche, i bambini rappresentano il modello ideale da studiare: basti pensare che già a partire dai sei mesi di età iniziano ad acquisire le prime parole, collegandole a oggetti e concetti del mondo reale, ed entro i due anni arrivano a comprenderne in media 300.

Per capire come vengono apprese queste parole e come vengono associate alle loro controparti visive, i ricercatori hanno pensato di usare un approccio innovativo, ricorrendo appunto all’intelligenza artificiale. Per il loro esperimento hanno scelto una rete neurale relativamente generica e l’hanno addestrata dandole in pasto 61 ore di registrazioni video e audio riprese dalla prospettiva di una bambina impegnata in attività quotidiane (come giocare sullo scivolo, prendere un tè con i peluche o sfogliare un libro in braccio alla mamma) in modo da associare ciò che la bimba vedeva davanti a sé con le parole rivoltele dagli adulti.

I risultati dimostrano che il modello di IA è riuscito a imparare la mappatura parola-oggetto presente nell’esperienza quotidiana della bimba; è stato inoltre capace di generalizzare i concetti oltre gli specifici oggetti visti nell’addestramento e di allineare le loro rappresentazioni visive e linguistiche. Secondo i ricercatori, il modello (con input sensoriali limitati e meccanismi di apprendimento relativamente generici) fornisce una base computazionale per studiare come i bambini acquisiscono le loro prime parole e come tali parole possono essere associate a ciò che vedono.

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Whatsapp, sui vecchi smartphone addio all’app da domani

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Da domani 29 febbraio WhatsApp non sarà più disponibile sugli smartphone più datati per un aggiornamento della chat, come periodicamente avviene, relativo alla compatibilità con i sistemi operativi. Gli utenti interessati riceveranno una notifica che anticiperà questa variazione.

La compatibilità di WhatsApp sarà garantita esclusivamente sui dispositivi che operano con il sistema operativo Android 5.0 o versioni successive e sugli iPhone con versione iOS12 e successive. L’elenco dei cellulari più datati che non supporteranno più WhatsApp include vari modelli di marchi come Samsung, LG, Huawei, Sony, Lenovo, ZTE, e anche alcuni modelli di iPhone, come l’iPhone 6S, iPhone SE e iPhone 6S Plus. Si tratta di dispositivi che per la maggior parte risalgono dai sette ai 10 anni fa.

“Per restare al passo con i nuovi sviluppi tecnologici e dedicare le nostre risorse ai sistemi operativi più recenti, è nostra consuetudine interrompere il supporto dei sistemi più obsoleti – spiega WhatsApp nella pagina dedicata alle ‘Informazioni sui dispositivi supportati’ – Qualora non supportassimo più il tuo sistema operativo, ti informeremo e ti invieremo dei promemoria per ricordarti di aggiornare il dispositivo in modo da poter continuare a usare WhatsApp”.

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Il Sistema Solare sorprende ancora, ha tre nuove lune

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Il Sistema Solare si arricchisce di tre nuove lune: hanno un diametro compreso tra 8 e 23 chilometri, una orbita attorno a Urano e due attorno a Nettuno. A darne l’annuncio ufficiale è stato il Minor Planet Center dell’Unione Astronomica Internazionale, che sottolinea come i tre oggetti siano le lune meno luminose mai osservate finora da telescopi terrestri. “La scoperta di una nuova luna attorno ad Urano arriva dopo oltre 20 anni dall’ultima individuata, un tempo molto lungo che testimonia la difficoltà anche per i più potenti telescopi di identificare oggetti così piccoli e lontani”, ha commentato il planetologo Federico Tosi, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Le lune di Urano diventano così 28 e 16 quelle di Nettuno.

Il catalogo dei piccoli oggetti del Sistema Solare è in continuo aggiornamento e solo lo scorso anno era stata annunciata la scoperta di nuove lune attorno a Saturno, il pianeta dall’orbita più affollata, con ben 146 satelliti naturali. “Scoprirne di nuovi mette alla prova la sensibilità anche dei più potenti telescopi. Molto probabilmente esistono molte altre lune attorno a Urano e Nettuno”, ha aggiunto Tosi. Ad annunciare la scoperta delle tre lune è stato Scott Sheppard, dell’Istituto Carnegie a Washington, coordinatore delle osservazioni e già autore di varie scoperte analoghe nel passato. Le tre lune non hanno ancora un vero e proprio nome: quella di Urano è indicata con la sigla S/2023 U1, ha un diametro di 8 chilometri e impiega 680 giorni terrestri per completare un’orbita attorno al suo pianeta. In base alle convenzioni dell’Iau la nuova luna di Urano, così come le altre 27, avrà presto il nome di un personaggio delle opere di William Shakespeare.

Le due lune di Nettuno, indicate con le sigle S/2002 N5 e S/2021 N1, avranno invece il nome di una delle Nereidi, le ninfe marine della mitologia greca. La scoperta si deve ad alcuni dei più potenti telescopi basati a Terra, in particolare i due telescopi gemelli Magellano dell’osservatorio di Las Campanas in Cile e il Subaru che si trova nelle Hawaii. La conferma è arrivata dalle osservazioni del Very Large Telescope dell’Osservatorio Europeo Australe, in Cile. “Non c’è limite di grandezza per definire una luna – ha osservato Tosi – perché la discriminante è che orbiti in modo stabile attorno a un pianeta. Ma la cosa difficile è dimostrarlo: non basta una singola osservazione, ma bisdogna riuscire a calcolarne l’orbita. Non a caso una delle tre era stata identificata già nel 2002, ma ci sono voluti anni per determinarne la traiettoria e poterla definire una luna”.

Studiarle potrà fornire informazioni sia sulla storia dei pianeti attorno ai quali orbitano, sia sulla formazione del Sistema Solare. Le lune potrebbero essere, infatti, frammenti di un qualche oggetto più grande che non si è trasformato in pianeta, oppure un frammento dello stesso pianeta prodotto da un qualche evento catastrofico passato, oppure un semplice asteroide o un oggetto ghiacciato imprigionato dal campo gravitazionale del pianeta. “Possono testimoniare anche il vagabondare di alcuni pianeti, ad esempio di Saturno, che oggi – ha osservato Tosi – si trova in un’orbita differente da quella in cui si formò inizialmente e che nel suo movimento avrebbe raccolto varie lune che oggi tiene strette a sé”.

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ChatGpt e Google sbagliano: tasto per spegnere l’IA

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L’intelligenza artificiale è spinta dai colossi tecnologici in una gara quotidiana, ma il futuro di questa tecnologia è ancora tutto da scrivere e perfezionare. Come dimostrano le ultime defaillance dei due modelli più popolari, quello di Google e di OpenAI. Il primo, Gemini, è stato sospeso dopo la creazione di immagini con evidenti errori storici; il secondo, ChatGpt, è andato in confusione per qualche ora. Criticità già mostrate che rendono sempre più attuale il dibattito sulle regole. Tanto che alcuni accademici lanciano la suggestiva proposta di un ‘kill switch’, un tasto per interrompere l’IA, come accade per le armi nucleari. “Stiamo già lavorando per risolvere i recenti problemi con Gemini.

Mettiamo in pausa la generazione delle immagini di persone, presto pubblicheremo una versione migliorata”, ha reso noto Google in queste ore dopo una serie di segnalazioni di utenti negli Stati Uniti. Alla richiesta di creare immagini storiche, di soldati e cavalieri, il modello di intelligenza artificiale ha restuito foto create dall’IA con evidenti errori di etnia, mostrando in particolare una difficoltà con persone dalla pelle bianca. L’ingegnere Frank J. Fleming ha raccontato la sua esperienza su X: ha chiesto l’immagine generica di un Papa, Gemini ha prodotto un pontefice nero e una donna asiatica in abiti ecclesiastici.

Errori che confermano come i sistemi di intelligenza artificiale possono avere allucinazioni, ereditare pregiudizi o sovvertimento di stereotitpi, degli esseri umani che li addestrano. Già un anno fa, in occasione di una presentazione pubblica, l’IA di Google fece un errore sul James Webb Space Telescope notato da diversi astronomi e perse in Borsa. Anche ChatGpt, il chatbot sulla bocca di tutti, nelle ultime ore non si è sentito molto bene. Diversi utenti hanno segnalato risposte sensa senso, metà in inglese e metà in spagnolo dando l’impressione che fosse in confusione.

A detta di OpenAI, l’azienda che l’ha creato, le anomalie sarebbero state causate da un intervento di “ottimizzazione” della piattaforma. Solo un successivo aggiornamento ha risolto la questione. Anche per questo software non è la prima defaillance. A dicembre scorso gli utenti avevano segnalato una sorta di pigrizia, con il chatbot risultato meno proattivo e propenso a fornire risposte sbagliate. Lo sviluppo di questa tecnologia e le relative regole è tema di dibattito tra politici, esperti e addetti ai lavori. Di recente un gruppo di accademici, tra cui ricercatori dell’Università di Cambridge, ha proposto una soluzione: inserire un pulsante, un ‘kill switch’, all’interno dell’hardware che alimenta l’IA per interrompere eventuali abusi o scenari distopici. Esattamente come accade per fermare il lancio non autorizzato di armi nucleari.

Uno strumento suggestivo che però, come osservano gli stessi ricercatori, potrebbe ritorcersi contro impedendo, se usato male o nelle mani sbagliate, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Inoltre, il documento presenta un conflitto di interessi: vi hanno contributito alcuni ricercatori di OpenAI, una delle aziende che al momento regola il mercato dell’IA.

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