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Lavrov: Mosca vuole che la guerra finisca presto

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La Russia è interessata a porre fine al conflitto in Ucraina il prima possibile, ma in un contesto in cui si tengano in considerazione “gli interessi di sicurezza di tutti gli Stati, senza eccezioni”. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, forte del sostegno di Brasilia, al termine dell’incontro col cancelliere Mauro Viera, ha evocato la possibilità di un negoziato di pace, ma condizionato ad una serie di paletti. Un’ipotesi stroncata sul nascere da Ue e Usa. Solo poche ore prima Bruxelles, in risposta alle dichiarazioni del presidente brasiliano Luiz inacio Lula da Silva da Pechino – secondo cui Ue e Usa stanno incoraggiando la guerra in Ucraina – ha ribadito che “l’Ucraina è la vittima” e quindi sta a Kiev “definire quali siano le condizioni per eventuali negoziati di pace”. E aspre critiche sono arrivate anche dalla Casa Bianca, col portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale John Kirby, che ha evidenziato come il Brasile “stia ripetendo a pappagallo la propaganda russa e cinese senza guardare ai fatti”. Per parte sua Lavrov ha affermato l’interesse “a porre fine al conflitto ucraino il prima possibile”.

“Abbiamo spiegato in modo molto dettagliato in più di un’occasione le ragioni di ciò che sta accadendo, gli obiettivi che stiamo perseguendo a questo proposito”, ha detto il ministro russo, aggiungendo che con il suo omologo brasiliano hanno parlato del “contesto che deve essere tenuto presente per risolvere questi problemi non su base momentanea, ma sulla base di accordi a lungo termine, che devono prima di tutto essere basati sul principio del multilateralismo e sulla considerazione degli interessi di sicurezza di tutti gli Stati senza eccezioni”. Il viaggio dell’emissario di Mosca in Brasile si inserisce nella fitta tela che Lula – appena rientrato da Pechino – sta tessendo con i Brics per un piano di pace mediato da un gruppo di cosiddetti ‘Paesi amici’ per il conflitto ucraino, come ribadito dallo stesso Vieira, tornato a criticare le “sanzioni unilaterali” contro Mosca, che “oltre a non avere l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, hanno un impatto negativo sulle economie mondiali, in particolare sui Paesi in via di sviluppo”.

Lavrov – che in America latina andrà anche a Cuba, in Venezuela e in Nicaragua – ha ringraziato il Brasile per il suo “contributo alla soluzione del conflitto” in Ucraina. “Le visioni di Brasile e Russia” coincidono, ha spiegato, evidenziando la necessità di “un ordine mondiale più equo, più giusto e basato sul diritto. In questo, abbiamo una visione del mondo multipolare, in cui prendiamo in considerazione diversi Paesi, non solo alcuni”. Ma le dichiarazioni di Lula in Cina e l’incontro con Lavrov, hanno riacceso il fuoco della polemica. “Non é vero che Stati Uniti e Ue stanno aiutando a prolungare il conflitto. La verità è che l’Ucraina è vittima di un’aggressione illegale. Gli Stati Uniti e l’Ue con altri partner internazionali stiamo aiutando l’Ucraina ad esercitare il suo legittimo diritto per l’autodifesa. Se non lo facessimo, l’Ucraina dovrebbe affrontare la distruzione, perché questi sono gli obiettivi dichiarati della guerra di Putin”, ha affermato il portavoce del Servizio per l’azione esterna dell’Unione europea, Peter Stano. E le critiche si sono fatte particolarmente dure anche in Portogallo, dove Lula è stato inviato a tenere un discorso in parlamento, il prossimo 25 aprile.

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Quando Israele non reagì agli Scud di Saddam

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Anche nel 1991 Israele venne attaccato da missili. Quella volta ad aggredire lo Stato ebraico fu l’Iraq. E, su pressione degli Usa, per la prima e finora unica volta Tel Aviv decise di non reagire, come in tanti gli stanno chiedendo di fare anche in queste ore. Tutto accadde all’inizio della prima guerra del Golfo, quando nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991 la coalizione iniziò il suo attacco, denominato operazione Desert Storm, per far ritirare gli iracheni dal Kuwait. Saddam rispose lanciando i suoi Scud su Haifa e Tel Aviv: una mossa dettata da ragioni strategiche più che ideologiche.

L’obiettivo era trascinare Israele in guerra in modo da allontanare gli altri Stati arabi dal conflitto. Sapeva perfettamente che se lo Stato ebraico fosse entrato in guerra, gli alleati arabi cooptati dagli Stati Uniti nella coalizione anti-irachena si sarebbero trovati in una situazione estremamente complicata, ritirando l’appoggio. Per questo motivo l’allora presidente americano, Bush padre, si adoperò molto affinché Israele affinché non reagisse agli Scud.

E per impedire che i missili di Saddam causassero una quantità di danni tale da scatenare la risposta israeliana, gli Stati Uniti schierarono rapidamente nel Paese alleato le batterie di difesa anti-missilistica, i famosi Patriot. In più dedicarono, secondo alcune stime, un terzo del loro sforzo bellico in Iraq alla ricerca e alla distruzione delle rampe di lancio di Saddam: compito non facile, considerando che gli Scud erano montati su rampe mobili sparse in tutto il deserto occidentale iracheno. Quando quel 17 gennaio 1991 i primi Scud vennero lanciati dall’Iraq sulla regione centrale di Israele, lo Stato ebraico era comunque pronto a reagire.

I jet delle forze aeree israeliane in effetti iniziarono a volare nei pressi del confine occidentale del Paese del Golfo, ma non lanciarono mai un attacco. Alcuni giorni dopo i primi Scud venne preparata una missione segreta di commando: truppe d’elite delle forze speciali israeliane vennero effettivamente caricate su elicotteri per un rapido intervento in Iraq, ma una telefonata dalle più alte sfere di Washington fermò gli apparecchi sulla pista.

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L’Iran dice di aver centrato tutti gli obiettivi contro Israele e ora minaccia anche gli Usa

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L’attacco in Israele “ha raggiunto tutti i suoi obiettivi”. Lo ha detto il capo delle forze armate iraniane. “L’operazione ‘Promessa Onesta’ è stata condotta con successo tra ieri sera e stamattina e ha raggiunto tutti i suoi obiettivi”, ha dichiarato alla televisione il generale Mohammad Bagheri, il quale ha precisato che i due siti principalmente presi di mira sono stati “il centro di intelligence che ha fornito ai sionisti le informazioni necessarie” per l’attacco al consolato iraniano a Damasco del primo aprile, e “la base aerea di Novatim, da cui è decollato l’aereo F-35” che l’ha bombardata. “Questi due centri sono stati notevolmente danneggiati e messi fuori uso”, ha dichiarato.

“Non abbiamo intenzione di continuare questa operazione, ma se il regime sionista agisce contro la Repubblica islamica dell’Iran, sia sul nostro suolo che nei centri di nostra proprietà in Siria o altrove, la nostra prossima operazione sarà molto più dura di questa”, ha avvertito l’alto ufficiale. Il generale Bagheri ha anche affermato che le autorità iraniane hanno “inviato un messaggio agli Stati Uniti avvertendoli che se collaboreranno con Israele in qualsiasi azione futura, le loro basi non saranno al sicuro”.

L’Iran “invia un messaggio agli Stati Uniti che se parteciperanno alla possibile prossima mossa aggressiva dei sionisti (in risposta all’attacco missilistico iraniano, ndr), la sicurezza delle sue basi e forze nella regione (mediorientale) sarà a rischio”. Lo ha minacciato il capo di Stato maggiore iraniano, Mohammad Bagheri. “Gli Usa hanno dato luce verde all’attacco israeliano al nostro consolato e difeso Israele la scorsa notte, usando tutta la sua forza, per azzerare l’operazione iraniana, ma non sono stati capaci di affrontare l’Iran”, ha aggiunto, asserendo che “l’Iron Dome non ha potuto opporre una reale resistenza ai droni”.

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Che succede se Israele risponde all’Iran

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“La guerra che Israele sta combattendo è esistenziale” dice Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano.
La dottrina militare nucleare israeliana è simile a quella russa: in questo specifico contesto Israele può usare armi nucleari per impedire a chiunque di distruggere Israele. L’Iran vuole prevedere per legge di cancellare Israele. E l’Iran è quasi pronta all’uso militare del nucleare. Che cosa succederà dopo la pioggia di missili e droni lanciati dall’Iran contro Israele? Per Israele è il momento giusto per radere al suolo tutte le capacità militari nucleari iraniane? Tra i tanti scenari possibili, un attacco israeliano all’Iran sarebbe quello più devastante che potrebbe condurci ad una guerra globale che va dal Medioriente all’Europa.

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