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La Russia bombarda il porto di Odessa per rappresaglia

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Ferita nell’orgoglio, la Russia risponde all’attacco ucraino al ponte di Kerch con un massiccio bombardamento su Odessa e Mykolaiv. Una rappresaglia in piena regola contro la seconda incursione di Kiev ai danni della maxi struttura inaugurata nel 2018 per collegare la Crimea alla Russia. A togliere ogni dubbio sulla motivazione dell’attacco a Odessa e Mykolaiv ci ha pensato lo stesso ministero degli Esteri di Mosca, che ha parlato di atto di “ritorsione” contro “strutture in cui si stavano preparando atti terroristici contro la Russia”.

Il riferimento è ai droni marini che hanno colpito il ponte di Putin. La difesa ucraina ha annunciato di aver abbattuto 6 missili Kalibr e 21 droni iraniani che si stavano avvicinando alla regione, ma la violenza dei russi è riuscita comunque ad abbattersi sulla città con “i detriti dei missili” che “hanno danneggiato le infrastrutture portuali”. Per il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, si tratta di “missili alimentari” letali che colpiscono direttamente la sicurezza globale. Da Odessa, infatti, partono le navi che viaggiano sul Mar Nero per esportare il grano ucraino: l’accordo tra Kiev e Mosca garantiva un corridoio sicuro per commerciare i cereali, ma il presidente russo Vladimir Putin ha deciso ieri di non rinnovarlo. Per questo si tratterebbe di un obiettivo non casuale secondo il capo dell’ufficio presidenziale ucraino Andry Yermak, che accusa “lo Stato terrorista russo” di voler “mettere in pericolo la vita di 400 milioni di persone in vari Paesi che dipendono dalle esportazioni alimentari ucraine”.

La Russia però non sembra preoccupata e promette di garantire la fornitura di grano ai propri clienti e di essere anzi “pronta a sostituire” il cereale ucraino offrendolo “gratuitamente ai Paesi che ne hanno bisogno”, in particolare quelli africani. Un impegno difficile da mantenere considerando che la regione di Odessa ospita i terminal marittimi che hanno permesso l’invio di oltre 33 milioni di tonnellate di grano in un anno. Tutto grazie al fragile accordo che Russia e Ucraina avevano trovato sotto l’egida del presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Mosca oggi ha informato la Turchia dello scioglimento del centro di coordinamento del grano di Istanbul istituito in seguito al patto e ha accusato i Paesi europei che, a suo dire, non avrebbero rimosso “gli ostacoli” alle esportazioni russe di cereali e fertilizzanti. “Apprezziamo molto gli sforzi del signor Guterres nel cercare di convincere i Paesi europei ad adempiere agli obblighi che si sono assunti”, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov nominando il segretario generale dell’Onu, ma “sfortunatamente ciò non è avvenuto”. Parole che si aggiungono alla minaccia nemmeno troppo velata che lo stesso Peskov ha rivolto a Kiev e ai suoi alleati quando ha sostenuto che esportare i cereali ucraini sul Mar Nero senza le “adeguate garanzie di sicurezza” derivanti dalla partecipazione della Russia all’accordo può far sorgere dei “rischi”, perché si tratta di “una zona che è direttamente vicina all’area di combattimento”.

Rischi che, hanno avvertito dal Cremlino, “dovrebbero essere presi in considerazione”. E’ una fase delicata per l’Ucraina non solo per l’accordo del grano che è saltato e per gli attacchi sul Mar Nero. Da giorni i vertici militari di Kiev denunciano una forte presenza di soldati russi nell’est, in particolare nella direzione di Lyman e Kupiansk. In quest’area Mosca starebbe ammassando più di 100mila uomini e oggi ha dichiarato che le unità del Gruppo di forze occidentale sono avanzate per un totale “di due chilometri lungo il fronte e fino a 1,5 chilometri in profondità”. Nonostante le difficoltà, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky promette battaglia: “La bandiera ucraina, anche se crivellata di proiettili, è viva, orgogliosa e libera. E questo significa che ogni bandiera in Europa sarà viva, orgogliosa e libera”.

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Lazio-Milan: l’ira di Lotito, ‘passato ogni limite’

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Tre cartellini rossi, recriminazione e molta rabbia in casa Lazio dopo la sconfitta al veleno con il Milan. E’ un post partita ad alta tensione quello dell’Olimpico in cui è lo stesso presidente Claudio Lotito a mostrare l’amarezza ma anche ad annunciare la volontà di fare passi concreti a tutela della sua squadra. “Quando il gioco assume questi connotati devono essere altri organismi esterni a intervenire. Manca l’affidabilità del sistema e quindi bisogna ricorrere a istituzioni terze che pongano fine a una situazione incresciosa” dice il patron laziale a Dazn.

Un’accusa agli arbitri e alla direzione di Di Bello che ha scatenato l’ira del pubblico biancoceleste con l’espulsione di Pellegrini e un metro di giudizio considerato parziale: “Nello sport si deve vincere per merito. C’è un limite oltre il quale non si deve andare, e oggi sono stati superati tutti i limiti – afferma Lotito – La squadra si farà valere nelle sedi preposte, per tutto quello che è successo. Questa cosa si ripete da diverso tempo”.

Il presidente garantisce di non aver proferito parola a Di Bello (“Io con gli arbitri non parlo, non rientra nel mio costume intrattenere nessun tipo di rapporto con loro”), ma pur non entrando “nel merito degli episodi”, per Lotito chi fa l’arbitro “dovrebbe essere capace di capire quale è il punto di equilibrio e quello di rottura. Io sono un moderato e cerco un punto di incontro, e oggi non ci sono condizioni per trovarlo”.

Sarri rimane saldo sulla panchina laziale, non avendo responsabilità nel marasma di stasera: “Con lui non c’è nessun contrasto, bensì confronti dialettici volti a dividere. Nessuno l’ha messo in discussione. La squadra non ha nessuna responsabilità in questa sconfitta”. Lotito non pensa che dalle istituzioni arriverà “nessuna risposta”, ma dice di sapere a quale di esse rivolgersi: “Pensiamo al futuro, e speriamo che episodi così non capitino più”.

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Mosca piange Navalny: in migliaia ai funerali sfidando Putin

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In migliaia in fila nella neve per l’ultimo saluto ad Aleksey Navalny, giunti anche da mille chilometri di distanza, a dispetto delle minacce e dei proclami di Putin e dei suoi giannizzeri. Scandivano la parola “Na-Val-Ny” in continuo. A loro si aggiungo gli oltre 100 mila collegati per assistere ai funerali in streaming. Gente coraggiosa che ha visto morire il simbolo dell aloro lotta.

La periferia sud-orientale di Mosca è diventata oggi il palcoscenico di un commiato straordinario, mentre migliaia di persone si sono radunate per l’ultimo saluto ad Aleksey Navalny, l’audace oppositore politico morto nella remota colonia penale dell’Artico russo il 16 febbraio. Nonostante le minacce del Cremlino e un pesante dispiegamento di forze dell’ordine, la folla ha mostrato una determinazione inossidabile nel tributare omaggio a un uomo che ha dedicato la sua vita alla lotta per la giustizia e la libertà.

I primi tentativi di conteggiare la folla, sebbene approssimativi, indicano la presenza di circa tremila persone, riunite nonostante le avvertenze delle autorità. Il portavoce presidenziale russo Dmitri Peskov ha avvertito che coloro che partecipano a manifestazioni non autorizzate saranno soggetti alle leggi del paese. Tuttavia, la cerimonia funebre presso la chiesa dell’icona della Madonna a Maryno non era proibita, né lo era la visita al cimitero Borisov, dove Navalny è stato sepolto, accompagnato dalle note di “My Way” di Frank Sinatra e la sigla finale di Terminator 2, un tributo commovente a un uomo che ha combattuto fino alla fine.

Mentre la bara di Navalny veniva calata nella tomba, le emozioni erano palpabili. La folla si è riunita lungo il tragitto tra la chiesa e il cimitero, scandendo il nome dell’oppositore, lanciando fiori al passaggio del carro funebre e intonando cori di sfida e amore. Le parole “non perdoneremo!” e “l’amore è più forte della morte!” risuonavano tra la folla, insieme a slogan come “la Russia sarà libera” e “Russia senza Putin”.

Anche il famoso motto di Navalny, “Non aveva paura, noi non abbiamo paura”, è stato ripetuto con fervore lungo il percorso. Tuttavia, molti non sono riusciti ad entrare né in chiesa né al cimitero, dimostrando l’ampia portata dell’affetto e del rispetto che Navalny ha guadagnato nel corso degli anni.

Tra coloro che hanno cercato di onorare Navalny c’erano numerosi diplomatici stranieri, tra cui l’ambasciatore americano Lynne Tracy, l’ambasciatore tedesco Alexander Graf Lambsdorff, l’ambasciatore francese Pierre Levy e l’incaricato d’affari italiano Pietro Sferra Carini. Tuttavia, non sono stati ammessi alla cerimonia funebre, un segno delle tensioni internazionali che circondano la figura di Navalny.

Mentre il mondo piange la perdita di un eroe moderno, la vedova Yulia Navalnaya ha condiviso un messaggio commovente sui social media, ringraziando il marito per i suoi anni di felicità e promettendo di continuare a lottare per la sua memoria. Il fratello Oleg ha espresso il suo dolore, mentre piccole commemorazioni sono state tenute in tutta la Russia.

La reazione del governo russo nei prossimi giorni sarà cruciale, mentre la nazione si prepara ad affrontare il futuro senza uno dei suoi più grandi oppositori. Ma per ora, Mosca piange Navalny, un uomo il cui coraggio e sacrificio continueranno ad ispirare milioni di persone in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

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Spari sulla folla, oltre 100 morti a Gaza: Israele nega responsabilità

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Una nuova strage si è consumata a Gaza nel 145esimo giorno di guerra ma le versioni di Hamas e di Israele divergono. La fazione islamica ha denunciato l’uccisione nel nord della Striscia di 112 palestinesi – e il ferimento di altri 760 – contro cui l’esercito israeliano avrebbe sparato mentre si trovavano “in fila per ricevere gli aiuti umanitari”. Un’accusa che l’Idf ha respinto con forza parlando di due distinti episodi, avvenuti a centinaia di metri l’uno dall’altro, nel primo dei quali “la calca provocata dalla folla ha causato la maggior parte dei morti”. Mentre ha ammesso che solo in un secondo momento, lontano da lì, i soldati hanno sparato “sentendosi minacciati da centinaia di civili palestinesi”.

Fatto sta che Hamas ha avvisato che la vicenda rischia di far saltare i negoziati in corso in Qatar per arrivare ad una possibile tregua nel conflitto e allo scambio degli ostaggi. Un rischio evocato anche dal presidente Usa Joe Biden mentre il premier israeliano Benyamin Netanyahu si è limitato ad osservare che “ancora non si può dire se se si raggiungerà un accordo nei prossimi giorni”, senza dire una parola nella conferenza stampa serale sui fatti di Gaza. La versione di Hamas parla di “un attacco israeliano contro persone in attesa di aiuti alimentari vicino alla al-Rashid Street, a sud di Gaza City”. Secondo il portavoce del ministero della Sanità di Hamas Ashraf al-Qudra, che ha fornito le cifre dei morti e dei feriti, il bilancio potrebbe tuttavia salire visto che “molti corpi devono ancora essere recuperati”.

“I negoziati condotti dalla leadership del movimento – ha sostenuto Hamas che ha addossato il possibile fallimento delle trattative a Israele – non sono un processo aperto a scapito del sangue del nostro popolo”. “Alle 4 di mattina – è stata invece la ricostruzione del portavoce militare israeliano – un convoglio di 30 camion di aiuti ha superato il check-point dell’esercito nel Wadi Gaza ed in seguito è stato circondato da migliaia di persone”. Il convoglio era entrato dal valico di Kerem Shalom. “La folla – ha raccontato l’esponente israeliano – è finita fuori controllo e decine di persone sono rimaste ferite o uccise nella calca, mentre altre sono state travolte dai camion”. Secondo la stessa fonte, dopo che il convoglio era transitato “decine di persone si sono radunate attorno alla postazione dell’esercito”.

“Essendo zona di guerra – ha aggiunto il portavoce sottolineando che l’esercito continua ad indagare sull’evento – i militari hanno sparato colpi di avvertimento in aria e poi in direzione di chi rifiutava di allontanarsi”. Gli incidenti, ha osservato, si sono verificati “malgrado gli sforzi intrapresi da Israele per facilitare la consegna di aiuti umanitari nel nord della Striscia di Gaza con centinaia di camion”. L’esercito ha anche diffuso un video, dalle immagini impressionanti, che “mostra quante persone hanno circondato i camion” insistendo che “dozzine sono state uccise e ferite” nella calca o “travolte dai camion”. Intanto il bilancio totale dei morti a Gaza denunciato dal ministero della Sanità di Hamas – che non può essere verificato in modo indipendente – ha superato le 30mila vittime, con circa 70mila feriti.

Di questi, secondo la stessa fonte, 12.500 sono minori e 8.000 donne. Il capo del Pentagono Lloyd Austin ha riferito invece che “più di 25.000 donne e bambini palestinesi sono stati uccisi da ottobre”. Israele sta continuando a martellare nel centro e nel sud della Striscia. Il ministro della Difesa Yoav Gallant ha osservato che “la rete dei tunnel che Hamas usa per scappare sta ora diventando per loro una trappola. Stiamo programmando attività nella parte centrale di Gaza e a Rafah basate sull’intelligence”. Poi ha ribadito che “solo il ritorno degli ostaggi porterà ad una pausa temporanea nei combattimenti”. Resta alta la tensione anche in Cisgiordania, dove si è registrato un nuovo attentato palestinese vicino all’insediamento ebraico di Eli: due israeliani sono stati uccisi. L’attentatore, a sua volta ucciso, era un ufficiale di polizia dell’Autorità nazionale palestinese.

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