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Gratta e Vinci, 10 milioni in Campania con due ticket da 20 euro

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La fortuna bacia la Campania con due vincite milionarie al Gratta e Vinci per un totale di 10 milioni. I biglietti fortunati, venduti a Sant’Arsenio (Salerno) e Domicella (Avellino), sono quelli da 20 euro. Ognuno di loro ha fruttato 5 milioni. Il primo tagliando è stato venduto a Sant’Arsenio, in provincia di Salerno, piccolo centro del Vallo di Diano, dove sono stati vinti 5 milioni con un tagliando della serie “Maxi Miliardario”. Il biglietto vincente è stato acquistato nel bar “Lion’s Cafè”, in pieno centro cittadino.

“Sono molto felice – dichiara il titolare del bar – di aver venduto il biglietto milionario. Ovviamente non riesco a risalire all’acquirente”. Dunque è caccia al vincitore che per il momento non ha una identità. In paese si spera che si tratti di una persona del posto e non di un avventore di passaggio. Non è la prima volta che il bar di Sant’Arsenio viene baciato dalla fortuna. Nello stesso locale, sempre con un “Gratta e Vinci”, fu acquistato un altro biglietto vincente da un milione di euro.

Storia analoga in Irpinia dove la dea bendata ha baciato un anonimo acquirente di Domicella (Avellino), che ha acquistato il Gratta&Vinci al Life Cafè, un bar che si trova vicino all’area industriale del piccolo comune della Bassa Irpinia. Comunità in festa, sono meno di 1.800 i residenti, a partire dal sindaco, Antonio Corbisiero: “Spero che il vincitore sia un nostro concittadino e che parte della somma vinta venga investita per creare posti di lavoro”. Il titolare del bar, Gennaro Lauri, non ha idea di chi possa aver acquistato il biglietto vincente. La zona in cui si trova l’esercizio commerciale è molto frequentata da operai e autotrasportatori.

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Nadal torna e vince a Barcellona, Cobolli ko

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Sarà per merito della “amata” terra rossa oppure perché a Barcellona il tifo degli spettatori sul campo centrale che porta il suo nome lo ha spinto oltre i propri effettivi limiti ma il Rafa Nadal visto in campo nel torneo catalano ha impressionato per una buona tenuta fisica. La tecnica, ovviamente, non era in discussione. L’avversario – vittima sacrificale che il sorteggio ha posto sul cammino del maiorchino – è stato Flavio Cobolli che si impegnato al massimo ma poco ha potuto contro il maiorchino: 6-2, 6-3 il punteggio finale. Sono passati 681 giorni dall’ultima partita giocata sulla terra battuta da Nadal.

Era la finale del Roland Garros 2022. Da allora, a vederlo giocare con racchetta e palline, sembra che siano passati pochi giorni e che non sia cambiato nulla. In realtà, ci sono stati un’operazione, mesi di sofferenza, il tentativo di rientrare in campo in Australia e durissime settimane di lavoro. Il risultato, però, sembra arrivare: lo spagnolo, ex numero 1 del mondo, sembra aver recuperato lo smalto perduto. Ma la contro verifica arriverà dall’esito del suo prossimo impegno a Barcellona: il suo avversario è Alex de Minaur, testa di serie numero 4 ed in grande spolvero negli ultimi mesi.

Nel bilancio degli scontri diretti il maiorchino è avanti 3-1 e, inoltre, a Barcellona ha anche un record personale positivo: 67 partite vinte e il trofeo portato a casa ben 12 volte. Ma quella catalana sarà tutta un’altra partita. Sarà anche un test per capire se la preparazione in vista del Roland Garros e delle Olimpiadi – i due veri obiettivi dell’ex numero 1 – sta andando come previsto. “È sempre più difficile giocare di nuovo dopo un infortunio”, le parole di Nadal dopo la vittoria. “Soprattutto alla mia età, è ancora più difficile”, ha aggiunto. Nell’incontro con Cobolli sono arrivate conferme: buone percentuali delle battuta e delle risposte sulla seconda contro l’italiano che ricopre comunque il numero 62 della classifica mondiale.

Per il suo nuovo esordio Nadal ha indossato un inedito completo lilla con fascia e polsini arancioni. Gli spalti sono pieni, evento raro per il primo turno di un torneo ma l’opportunità di vedere Nadal in campo ha portato molte persone allo stadio. Cobolli appare emozionato ma parte bene. Nadal, però, è in gran forma e alla terza occasione firma il primo allungo: 3-1. Il divario nel punteggio si amplia e il primo set si chiude velocemente sul 6-2. Nel secondo set non c’è alcun calo fisico del maiorchino. Si parte subito con un 2-0. Poi un contro-break di Cobolli ma la gara prosegue senza particolari scossoni e Nadal chiude sul 6-3 tra le ovazioni del pubblico amico.

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Cina a Usa: Taiwan al centro nostri interessi fondamentali

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La questione di Taiwan “è al centro degli interessi fondamentali della Cina e gli interessi fondamentali della Cina non devono essere danneggiati”. È quanto ha detto il ministro della Difesa di Pechino, Dong Jun, nella prima videochiamata dopo 18 mesi avuta ieri “su richiesta” con la controparte americana Lloyd Austin. “L’esercito popolare di liberazione non lascerà mai che le attività separatiste legate all’indipendenza di Taiwan, la connivenza e il sostegno esterno restino senza controllo”, si legge in una nota diffusa questa mattina dal ministero della Difesa cinese. Dong ha indicato “la fiducia come la base per gli scambi”.

Dong ha discusso anche del mar Cinese meridionale, la cui “situazione attuale è generalmente stabile e i Paesi della regione hanno la volontà, la saggezza e la capacità di risolvere i problemi”. Gli Stati Uniti, quale secondo monito, “dovrebbero riconoscere la ferma posizione della Cina, rispettare sinceramente la sovranità territoriale della Cina, i diritti e gli interessi marittimi nel mar Cinese meridionale e intraprendere azioni pratiche per salvaguardare la pace regionale e la stabilità delle relazioni tra i due Paesi e i due eserciti”, ha aggiunto la nota, trattando un tema che ha visto Washington lavorare al consolidamento delle alleanze nell’area fino a sviluppare l’inedito formato Usa-Giappone-Filippine. Il ministro della Difesa, in carica da pochi mesi, ha affermato che i capi di Stato di Cina e Stati Uniti sono impegnati “a stabilizzare e migliorare le relazioni bilaterali.

Il campo militare è la chiave per garantire l’attuazione del consenso raggiunto, stabilizzare lo sviluppo delle relazioni bilaterali e prevenire grandi crisi”. Per questo motivo, gli eserciti delle due parti “dovrebbero esplorare un modo per andare d’accordo, considerare la pace come la cosa più importante, la stabilità come la cosa più importante e la fiducia come base per gli scambi”. Non solo, perché sulla base “dell’uguaglianza e del rispetto, dovrebbero stabilire un non conflitto, un non confronto, una cooperazione aperta e pragmatica e un accumulo graduale di fiducia reciproca”. Le relazioni tra i due eserciti “sono davvero servite come pietra angolare stabile per lo sviluppo delle relazioni tra i due paesi”, ha concluso la nota, secondo cui Dong e Austin “hanno inoltre scambiato opinioni su altre questioni di interesse comune”.

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A 10 anni dalla legge di riforma delle Province siamo ancora nel pantano

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Amaro in bocca per le Province che in questi giorni salutano il decimo anniversario del via libera alla legge 56/14, la cosiddetta Delrio, finita però subito su un binario morto, complice anche nel 2016 una sconfitta a un referendum costituzionale. Con quella legge le Province diventavano enti di secondo grado, con la cancellazione dell’elezione diretta dei Presidenti e degli amministratori, con un taglio netto a funzioni e personale. E pur essendo nata con un carattere transitorio quella disposizione ancora oggi regola le attività delle Province sul territorio.

Tant’è che il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, all’ultima assemblea dell’Unione delle province d’Italia (Upi) dell’ottobre scorso ha tenuto a ricordare che “le norme attualmente in vigore, che disegnano strutture e ambiti delle Province, sono legate a una transizione interrotta e anche per questo, indipendentemente dai giudizi sul merito del percorso allora ipotizzato, giudizi che io non posso esprimere, creano vuoti e incertezze che non possono prolungarsi, rischiando che cittadini e comunità paghino il prezzo di servizi inadeguati, di competenze incerte, di lacune nelle funzioni di indirizzo e di coordinamento”.

Che qualcosa non vada se ne è accorta anche Bruxelles e il 19 febbraio scorso il Consiglio d’Europa nel suo ‘Monitoraggio dell’applicazione della Carta europea dell’autonomia locale in Italia’ ha chiesto a Roma di ampliare il campo d’azione delle Province, una volta reintrodotti gli organi eletti direttamente, garantendo risorse finanziarie adeguate e proporzionate, nel rispetto della Carta Europea delle autonomie locali. Ma la politica italiana è conscia dell’impasse e per sbrogliare la matassa già a inizio legislatura maggioranza e opposizione hanno tentato di intervenire con una decina di disegni di legge depositati in Senato e su cui la discussione è dapprima avanzata velocemente, tanto che si è arrivati all’esame di un testo unificato in Commissione Affari costituzionali, ma poi si è bruscamente interrotta.

Nel frattempo il 29 settembre prossimo è in agenda un election day per le elezioni in almeno 41 Province, anche se il numero non può essere calcolato, perché il Presidente, senza una Giunta, ha un mandato di quattro anni mentre il mandato dei Consigli provinciali è di due, ma per tutti la condizione è che abbiano la carica di amministratori comunali. Quindi dipende da come andranno le elezioni comunali di giugno: nel caso in cui qualche Sindaco non fosse ricandidato o perdesse le elezioni la Provincia dovrebbe andare o tornare al voto.

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