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Facebook e Instagram riammettono Trump ma lui nicchia

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Donald Trump is back. Forse. La società proprietaria di Facebook e Instagram ha annunciato la fine del bando contro il tycoon imposto all’indomani della rivolta del 6 gennaio 2021. Adesso spetta all’ex presidente decidere se tornare sulle piattaforme che, assieme, a Twitter, sono state il megafono della sua ascesa politica, mentre a quasi un anno dal suo lancio diventa ancora più incerto il futuro del suo social media Truth, tra difficoltà finanziarie e pochi utenti. “La gente deve poter ascoltare tutto quello che i politici hanno da dire – il buono, il brutto e il cattivo – in modo che possano fare scelte consapevoli quando vanno a votare”, ha dichiarato Nick Clegg, presidente dei global affairs di Meta annunciando che gli account di Trump verranno riabilitati “nelle prossime settimane”. Quando è stato bandito, il profilo dell’ex presidente era il più seguito su Facebook. La sospensione il giorno dopo l’attacco a Capitol Hill è “stata una decisione straordinaria presa in circostanze straordinarie”, ha sottolineato il manager di Meta, precisando tuttavia che la riammissione del tycoon “non vuol dire che non vi siano più limiti a quello che si può dire sulla nostra piattaforma”. Anzi, ha avvertito, proprio per le passate violazioni delle regole dei social le sanzioni a carico del tycoon potrebbero essere ancora più pesanti.

La mossa di Meta ha irritato il Partito democratico, con il deputato Adam Schiff che l’ha bollata come “inspiegabile e tragica”, accusando la compagnia di pensare unicamente al profitto. La rappresentante dell’Illinois, Jan Schakowsky, ha messo in guardia sul rischio che “con Trump su Facebook ritorneranno le fiamme dell’odio e della divisione che hanno portato ad un’insurrezione”. Trump dal canto suo non ha mostrato particolare entusiasmo all’idea di poter tornare ai piani nobili delle piattaforme social. L’espulsione “è una cosa che non sarebbe mai dovuta accadere a un presidente in carica”, ha risposto sul suo Truth rivendicando che “Facebook ha perso miliardi di dollari da quando il vostro presidente preferito, io, è stato defenestrato”. Nessun annuncio quindi su un suo eventuale ritorno nel mondo di Meta. D’altra parte dopo essere stato riammesso da Elon Musk su Twitter, lo scorso novembre, Trump dichiarò a sorpresa di voler restare su Truth rinunciando ad una platea di 86 milioni di follower contro i 5 milioni della sua piattaforma. La decisione è meno scontata di come appare. Da una parte all’ex presidente, già candidato alle primarie dei repubblicani per il 2024 e sommerso da grane giudiziarie e finanziarie, fa sicuramente gola il palcoscenico offerto da giganti come Facebook e Instagram. Dall’altra il tycoon ha investito milioni di dollari nella creazione del suo social, lanciato a febbraio dell’anno scorso, e mollandolo rischia di dargli il colpo di grazia. Oltretutto su Truth Trump ha una libertà totale tanto che posta in continuazione contenuti che se dovessero comparire sugli altri social gli costerebbero una nuova espulsione.

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Ex modella accusa Sean Combs di molestie sessuali

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Una ex modella ha denunciato l’impresario del rap Sean ‘Diddy’ Combs accusandolo di averla costretta a un atto di sesso orale non voluto undici anni fa nel suo studio di registrazione di New York. Nella denuncia, Crystal McKinney afferma di esser stata invitata da uno stilista di cui non viene fatto il nome a partecipare a un evento della settimana della moda maschile in un ristorante di Manhattan.

Lì la donna, all’epoca 22enne, avrebbe incontrato Combs che più tardi l’avrebbe invitata nello studio di registrazione, dove l’avrebbe fatta bere e costretta a un atto di sesso orale in un bagno. La McKinney dice di aver poi perso i sensi e di essersi svegliata su un taxi, cosciente di esser rimasta vittima di una aggressione sessuale. La denuncia è l’ultima in una serie che vedono al centro il mogul dell’hip hop. Combs ha patteggiato per una somma imprecisata con l’ex compagna Cassie Ventura, ma altre tre donne lo hanno denunciato per stupro e in marzo le ville del rapper a Los Angeles e Miami sono state al centro di blitz della polizia nell’ambito di un’inchiesta per traffico di persone a scopo sessuale.

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Turbolenza sul volo Londra-Singapore, un morto e feriti

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Una turbolenza fortissima e improvvisa ha colpito un volo Londra-Singapore provocando la morte di un britannico di 73 anni, probabilmente per infarto, e il ferimento di 40 passeggeri, di cui 7 ricoverati in gravi condizioni. Tutto è accaduto a bordo del volo SQ321 della Singapore Airlines. Dopo 11 ore di viaggio, mentre sorvolava il mare delle Andamane, in Birmania, il velivolo, un Boeing 777, in appena 5 minuti è precipitato nel vuoto, perdendo all’improvviso 2.000 metri di quota. Il pilota è riuscito a recuperare il controllo ma è stato comunque costretto ad un atterraggio di emergenza a Bangkok. Difficile a caldo stabilire con certezza le cause di questa turbolenza, definita dai vertici della compagnia aerea “improvvisa ed estrema”. Tuttavia, secondo diversi esperti citati dalla Bbc, questo tipo di fenomeni sarebbero sempre più frequenti, provocati dagli effetti del cambio climatico.

La cronaca degli ultimi tempi pare confermare questa tendenza: nel marzo 2023 una grave turbolenza su un jet privato ha provocato la morte di un ex funzionario della Casa Bianca. Nel luglio dello stesso anno, sette persone sono rimaste ferite su un volo della Hawaiian Airlines per Sydney, in Australia, anche in quel caso per una forte turbolenza. Secondo uno studio del 2022 le turbolenze “in aria limpida” aumenteranno in modo significativo in tutto il mondo nei prossimi decenni. Intanto in rete circolano le immagini drammatiche dei momenti di panico vissuti dai 211 passeggeri e dai 18 componenti dell’equipaggio a bordo, decollati dall’aeroporto londinese di Heathrow alle 22.30 di ieri (ora di Londra, le 23.30 italiane). Pare che il velivolo – riferiscono alcuni testimoni – abbia iniziato a puntare verso l’alto, quindi sono iniziate delle oscillazioni sempre più forti e infine la drastica caduta.

“I passeggeri che erano seduti senza cintura di sicurezza allacciata, si sono ritrovati scaraventati lontani dai loro posti”, ha raccontato all’agenzia Reuters il 28enne Dzafran Azmir. Altre immagini mostrano cappelliere ammaccate, oggetti vari sparsi sul pavimento e mascherine d’ossigeno d’emergenza pendere sopra i sedili. Singapore ha inviato subito una squadra di suoi investigatori per indagare meglio sull’accaduto, mentre Boeing, dal suo quartier generale di New York, ha immediatamente espresso le sue condoglianze ai parenti della vittima e la sua vicinanza ai passeggeri rimasti feriti, compresi i 9 componenti dell’equipaggio. Condoglianze anche dal presidente di Singapore Tharman Shanmugaratnam: “Non abbiamo i dettagli delle persone colpite, ma sappiamo – ha detto in una nota – che tutti stanno facendo del loro meglio per aiutare le persone colpite e collaborando con le autorità di Bangkok, dove l’aereo è atterrato”. Ancora nessuna indicazione sull’identità della vittima e dei feriti. La compagnia aerea ha solo diffuso le nazionalità dei passeggeri, confermando che non c’erano italiani a bordo ma 56 australiani, 47 del Regno Unito, 41 di Singapore, 23 dalla Nuova Zelanda, 16 dalla Malesia, cinque dalle Filippine, quattro dall’Irlanda e dagli Usa, tre dall’India, due dall’Indonesia, dal Myanmar, dalla Spagna, dal Canada, uno dalla Germania, da Israele, dall’Islanda e dalla Corea del Sud.

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La Corte dell’Aia chiede arresto Netanyahu e Sinwar: hanno commessi crimini di guerra

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È arrivata dalla Corte penale internazionale (Cpi) con sede all’Aia la richiesta che venga emesso un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il suo ministro della Difesa Yoav Gallant e 3 leader di Hamas: Yahya Sinwar, Mohammad Deif e Ismail Haniyeh. I cinque sono accusati di crimini di guerra. Il procuratore Karim Khan ha specificato che i due ministri israeliani sono sospettati di “aver causato lo sterminio, usato la fame come metodo di guerra, compresa la negazione di forniture di aiuti umanitari, e di aver deliberatamente preso di mira i civili durante il conflitto”, mentre i vertici del gruppo palestinese sono accusati di sterminio, omicidio, presa di ostaggi, stupro e violenza sessuale durante la detenzione.Immediata la reazione delle due parti che hanno respinto con forza la richiesta del procuratore Khan, definita “uno scandalo” da Netanyahu che, ha precisato, “non fermerà né me, né noi”.

Compatta la leadership di Tel Aviv nel condannare la posizione del pubblico ministero, considerata “un crimine storico” dal ministro Benny Gantz. Il ministro degli Esteri, Israel Katz, ha visto nella decisione “un attacco frontale contro le vittime del 7 ottobre e contro i nostri ostaggi ancora a Gaza”. Israele non riconosce la giurisdizione della Cpi, così come non ne sono membri Stati Uniti, Cina e Russia.Proteste si sono levate anche tra le fila di Hamas che ha fatto domanda per l’annullamento della richiesta dei mandati di arresto, accusando la Corte dell’Aia di “equiparare la vittima al carnefice” e “di incoraggiare la continuazione della guerra di sterminio”. Secondo il gruppo palestinese, anche le misure contro Netanyahu e Gallant sono arrivate “sette mesi troppo tardi” e sono poco significative, visto che non includono “tutti i funzionari israeliani che hanno dato ordini e i soldati che hanno commesso crimini”.

“Scandalosa” è stato l’aggettivo utilizzato anche dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha sottolineato: “Non esiste alcuna equivalenza – nessuna – tra Israele e Hamas”. Visione condivisa anche dal Regno Unito che, attraverso una nota del ministero degli Esteri, ha affermato: “Non crediamo che la richiesta di mandati aiuterà a liberare gli ostaggi, a ottenere aiuti o a garantire un cessate il fuoco sostenibile. Come abbiamo detto fin dall’inizio, non riteniamo che la Cpi abbia giurisdizione in questo caso”. Favorevole, invece, la vicepresidente spagnola, Yolanda Diaz: “Buone notizie. Il diritto internazionale deve valere per tutti”. Intanto a Gerusalemme sono scoppiate nuove proteste davanti alla Knesset, il parlamento israeliano, per chiedere le dimissioni di Netanyahu, mentre Gallant, incontrando il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan, ha assicurato che l’operazione a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, si espanderà. L’esercito israeliano ha stimato che 950mila palestinesi hanno già evacuato la città, mentre tra i 300.000 e i 400.000 civili restano ancora nella zona costiera e in alcune parti del centro cittadino.

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