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Cronache

Camorra, arrestato Simone Sorianiello, reggente del clan: deve scontare più di 10 anni

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Si nascondeva in un ristorante di Portici Simone Sorianiello, 29 anni, figlio del boss dell’omonimo clan già detenuto e attualmente reggente del gruppo criminale. Era ricercato da circa due mesi, si era sottratto alla cattura per un provvedimento cautelare del Tribunale di Napoli.

Quando i Carabinieri dopo indagini e pedinamenti lo hanno arrestato, gli hanno notificato il provvedimento cautelare ed anche un ordine di carcerazione della Corte d’Appello per una condanna per  traffico di droga a 10 anni e 8 mesi.

 

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Perizia, ‘Alessia Pifferi capace di intendere e volere’

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In vista dell’udienza del 4 marzo, che si preannuncia tesa, con tanto di sciopero fuori dall’aula dei legali milanesi a sostegno dell’avvocatessa indagata in un’inchiesta parallela, sul caso di Alessia Pifferi, dopo settimane di polemiche, arriva un dato processuale importante. La 38enne era capace di intendere e volere, “lucida” quando ha abbandonato per sei giorni la figlia Diana di meno di un anno e mezzo da sola in casa, lasciandola morire di fame e di sete. Dopo quattro mesi di lavoro lo psichiatra forense Elvezio Pirfo, nominato dalla Corte d’Assise di Milano presieduta da Ilio Mannucci, ha depositato gli esiti della perizia: assenza di “disturbi psichiatrici maggiori”, né “gravi disturbi di personalità”.

Nessun vizio di mente per l’imputata, accusata di omicidio volontario aggravato anche dalla premeditazione e che a questo punto rischia l’ergastolo, anche se i giudici potrebbero riconoscere attenuanti e, in ipotesi, la pena potrebbe scendere. “Con questa perizia è ergastolo sicuro, ma confido nella Corte d’Assise. Ritengo che il clima sia ormai viziato dal fatto che il pm ha indagato me e le psicologhe, cosa che ha intimorito tutti”, ha sostenuto l’avvocatessa Alessia Pontenani, riferendosi al fascicolo aperto a processo in corso dal pm Francesco De Tommasi. Un filone di indagine per falso e favoreggiamento sulle due psicologhe di San Vittore e sulla legale, perché, con un test psicodiagnostico, il cosiddetto Wais, e con presunte falsificazioni del “diario clinico”, avrebbero aiutato la donna ad ottenere la perizia, sostenendo che avesse un deficit cognitivo e “manipolandola”. Nelle sue quasi 130 pagine Pirfo scrive che in assenza di video-audio registrazioni dei colloqui con le psicologhe “non è possibile dare una valutazione compiuta circa l’eventuale induzione o suggestione dell’imputata”.

Ad ogni modo, l’esperto mette nero su bianco che quel test effettuato dalle due professioniste non è “del tutto conforme ai protocolli di riferimento e alle buone prassi” e “l’esito” non può essere ritenuto “attendibile e compatibile con le caratteristiche mentali e di personalità dell’imputata”. Dalla perizia, infatti, è venuto a galla che Pifferi, lasciando morire la piccola quel luglio 2022 per stare con l’allora compagno, “ha tutelato i suoi desideri di donna rispetto ai doveri di accudimento materno verso la piccola Diana e ha anche adottato ‘un’intelligenza di condotta’ viste le motivazioni diverse delle proprie scelte date”. Conclusioni in linea con quanto sostenuto dal pm De Tommasi e dal suo consulente. La 38enne, si legge, “ha vissuto il proprio contesto familiare e sociale di appartenenza come affettivamente deprivante”. Si è sempre considerata “il pulcino nero” e ha avuto una “visione del mondo ed uno stile di vita caratterizzati da un’immagine di sé come ragazza e poi donna dipendente dagli altri (ed in particolare dagli uomini)”. Ha “sviluppato di conseguenza – scrive il perito – anche un funzionamento di personalità caratterizzato da alessitimia, incapacità cioè di esprimere emozioni e provare empatia verso gli altri”.

Negli interrogatori e nei colloqui della perizia, però, ha sempre mostrato “una ‘resistenza alla fatica’”, una “resilienza, una capacità cioè di sopportare gli eventi avversi, superiore a quanto ci si possa aspettare in una persona segnata da un’esistenza complessa e per certi versi infelice”. Tutto accompagnato da “precisione delle risposte e integrità della memoria”. Il problema, ha detto lei nei colloqui col perito, “è che la mia mente si è spenta, si è proprio distaccata dal ruolo di mamma (…) oggi mi sento una cattiva madre”. E al legale ha ribadito: “Non sono un’assassina”. Mentre la sorella Viviana, parte civile con l’avvocato Emanuele De Mitri, spiega che la perizia “conferma che Alessia non ha mai avuto alcun disturbo mentale”, gli avvocati restano sul piede di guerra. L’Ordine dei legali ha chiesto al procuratore Marcello Viola di intervenire per “salvaguardare l’effettività del diritto di difesa”. Viola che sta per consegnare una relazione richiesta sul caso – che ha visto l’altro pm, Rosaria Stagnaro, lasciare il processo – dalla procuratrice generale Francesca Nanni.

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‘Mancati soccorsi’, famiglie Cutro fanno causa all’Italia

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Nel giorno della commemorazione, ad un anno esatto dalla tragedia, superstiti e familiari delle vittime del naufragio del 26 febbraio 2023 del caicco Summer love, hanno deciso di mettere nero su bianco le accuse di inadempienza agli impegni presi dal governo italiano e hanno annunciato l’imminente presentazione di una causa risarcitoria nei confronti dell’esecutivo per omissione di soccorso. Ad annunciarlo gli stessi familiari affiancati da uno dei tre legali che li stanno assistendo, l’avvocato Stefano Bertone del foro di Torino. Un ricorso che scatterà nel momento in cui la Procura chiuderà le indagini sulla catena dei soccorsi già avviate nei giorni immediatamente successivi alla tragedia e che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di sei tra ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza e della Guardia costiera.

La causa sarà intentata alla presidenza del Consiglio dei ministri ed ai ministeri dei Trasporti e dell’Economia, ma non è escluso che possa essere estesa anche a Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. “Uno degli aspetti da chiarire – ha spiegato Bertone – è quando le autorità hanno saputo della presenza della barca. Dalle 17 del 25 febbraio, l’aereo Frontex aveva monitorato l’imbarcazione dopo avere intercettato alcune chiamate. Quindi, cosa ha fatto Frontex in quelle ore prima della segnalazione delle 22.35 alla centrale di Varsavia? Sul fronte risarcitorio c’è tutto un sistema che non ha funzionato. Frontex si è tenuto un’informazione per diverse ore consentendo alle autorità italiane di sbagliare.

Certo, questa non può essere una giustificazione”. La causa va a concretizzare quelle che sono state le lamentele manifestate da superstiti e familiari delle vittime nei tre giorni di iniziative promosse dalla rete 26 Febbraio per gli impegni non mantenuti dal governo italiano. A cominciare dai mancati ricongiungimenti familiari con l’apertura di corridoi umanitari. Lamentele ribadite anche all’alba, durante la veglia sulla spiaggia di Steccato di Cutro organizzata dai giornalisti di Crotonenews. In tanti si sono ritrovati davanti al mare, burrascoso come un anno fa, dove hanno perso la vita in 94, 35 dei quali erano bambini o ragazzini. Piccole vittime ricordate con 35 peluche sistemati a cerchio intorno ad una maglietta bianca con su scritto Kr46M0, la dicitura con cui era stato indicato una delle vittime più piccole, di solo pochi mesi.

E poi 94 candele accese a rischiare il buio della notte temperato dalla luce della luna che non c’era quella notte maledetta. Stare in silenzio davanti al mare in tempesta è stata un’esperienza toccante e carica di angoscia per tutti i presenti al pensiero di cosa possa avere provato chi si trovò travolto e rimase in balia delle onde. Ma è stato devastante per chi quella tragedia l’ha vissuta in prima persona o chi in quel mare ha perso i propri cari. “Ho rivissuto le stesse emozioni di quel giorno, quando la barca è affondata. Ed è stato molto difficile” ha raccontato Samir, 18enne afghano che adesso vive ad Amburgo. Lui si è salvato aggrappandosi ad un pezzo di legno. E non ha dubbi: “i soccorsi sono arrivati tardi e quando siamo giunti sulla spiaggia non c’era nessuno”. Una donna, che nel naufragio ha perso la sorella e due nipoti non ha retto al dolore. Prima un pianto dirotto abbracciata ad uno dei pescatori che per primi sono intervenuti, poi un urlo a lacerare il silenzio della notte e infine un malore.

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Mafia: condanne per 2 secoli di carcere a boss clan Palermo

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Regge in appello, pur con qualche sconto di pena, la sentenza di primo grado contro il clan mafioso del Borgo Vecchio di Palermo. La corte ha condannato complessivamente a quasi due secoli di carcere boss, gregari ed estortori. A 16 anni e 10 mesi è stato condannato Jari Ingarao, a 8 Danilo Ingarao, a 7 anni e 4 mesi Gabriele Ingarao, a 2 anni Francesco Paolo Cinà e Vincenzo Marino, a un anno e 4 mesi Giacomo Bologna, Davide Di Salvo e Gianluca Alteri, a 13 anni e 5 mesi in continuazione con una precedente condanna Girolamo Monti, a 10 anni e 4 mesi, sempre in continuazione Giuseppe Gambino, a 13 anni e 4 mesi Salvatore Guarino. La “famiglia” gestiva affari ed estorsioni nel quartiere e imponeva anche la scaletta delle canzoni suonate nelle feste rionali attraverso l’imprenditore Salvatore Buongiorno che è stato condannato a 6 anni e 8 mesi.

Paolo Alongi ha avuto 6 anni e 8 mesi, Giovanni Bronzino 8 anni e 4 mesi, Domenico Canfarotta 8 anni, Giuseppe D’Angelo 2 anni e 4 mesi, Marcello D’India 8 anni e 4 mesi, Antonino Fortunato 6 anni e 8 mesi, Salvatore Guarino 20 anni in continuazione con una precedente condanna. Giuseppe Lo Vetere è stato condannato a 7 anni e 6 mesi, Pietro Matranga a 5 anni, 3 mesi, Francesco Mezzatesta a 2 anni e 4 mesi, Emanuel Sciortino a 7 anni e 4 mesi, Vincenzo Vullo a 4 anni e 8 mesi, Emanuel Sciortino a 7 anni e 4 mesi, Giovanni Zimmardi a 13 anni e sei mesi. Confermati i risarcimenti concessi ad Addiopizzo, al Centro Studi Pio La Torre, al Comune di Palermo, a Sicindustria, al Coordinamento antiracket, a Solidaria, a Confcommercio, Sos Impresa, alla Federazione antiracket, allo Sportello di solidarietà e ad alcuni commercianti vittime del racket.

L’inchiesta, che portò a 20 arresti, accertò anche i legami tra il cantante neomelodico Niko Pandetta e il capomafia Jari Ingarao che riceveva le visite del musicista mentre era ai domiciliari. Ingarao, re del traffico di droga, lo voleva a tutti i costi sul palco del rione durante la festa patronale. Il clan controllava il comitato organizzatore e decideva chi dovesse esibirsi, oltre a mettere insieme i soldi per l’ingaggio attraverso le estorsioni. All’indagine collaborarono molte vittime del racket: su 20 estorsioni scoperte dai carabinieri del Comando Provinciale, 14 furono denunciate spontaneamente dalle vittime.

E cinque vennero confermate dai commercianti chiamati a testimoniare in caserma. Una novità assoluta per un quartiere come il Borgo Vecchio allora controllato dal capomafia Angelo Monti. Le intercettazioni dimostrarono inoltre come molti estortori fossero sempre più riottosi a chiedere il denaro e preferissero altre attività criminali ritenute più sicure e redditizie come le rapine temendo le denunce. “In questa salumeria ci puoi andare. Questo pagava! Mentre da quest’altro no, questo è sbirro”, diceva uno dei fermati. Infine gli inquirenti svelarono l’esistenza di un fiorente traffico di droga gestito dal nipote del boss Monti, Jari Ingarao, che dagli arresti domiciliari curava tutta la filiera del business: dall’approvvigionamento in Campania, alla rete dei pusher che controllavano le piazze di spaccio.

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