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Calcio, il Milan cade in casa dell’Udinese e pensa solo alla Champions

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Ha resistito solo un tempo il Milan a Udine poi si è arreso all’Udinese che non vinceva in casa da sei mesi, ultima vittoria casalinga contro l’Inter. Il diavolo alla fine perde 3-1 e si capisce che la squadra di Pioli si sta concentrando sulla champions, con la testa già al 12 aprile quando incontrerà il Napoli per la prima dei quarti di finale.

Senza Theo Hernandez colpito dall’influenza e con Ibrahimovic titolare per la prima volta dopo l’infortunio dello svedese, il Milan sembra la pallida controfigura della squadra di coppa. Va in gol prima l’Udinese con Pereyra già al 9′, poi in pieno recupero il pallone finisce sul braccio di Bijol. L’arbitro Doveri, che è a due passi, lascia correre ma interviene il Var e assegna ilrigore ai rossoneri. Ibrahimovic si fa parare il rigore ma Beto entra in area anzitempo e Doveri decide di far ribattere. In quel frangente l’allenatore dell’Udinese  Sottil entra in campo come una furia e l’arbitro lo espelle. Ibra può tirare di nuovo e stavolta non sbaglia ed agguanta il temporaneo pareggio. Nella ripresa la musica non cambia e l’Udinese va in rete con Beto poi al 25′ va in gol con Ehizibue. E rischia addirittura il poker. Il diavolo è domato e finisce al temporaneo 4. posto.

 

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Cronache

Violenza giovanile, la colpa non si eredita dalla divisa

Le famiglie legate alle professioni in divisa sono centinaia di migliaia. Il coinvolgimento di alcuni figli in episodi criminali non dimostra un’anomalia della categoria né una colpa automatica dei genitori. Al centro della cronaca devono restare i fatti, le vittime e le responsabilità individuali.

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La notizia dovrebbe essere la violenza: le persone ferite, la brutalità delle aggressioni, le responsabilità da accertare. Eppure, nelle cronache della minicar di Roma e del pestaggio di un padre al Vomero, una parte dell’attenzione si è concentrata sul mestiere dei genitori dei giovani coinvolti. Figlio di un carabiniere. Figli di poliziotti.

Un particolare che può trovare spazio nella ricostruzione. Ma quale ragione giornalistica giustifica la sua trasformazione nell’elemento principale della notizia, se non emergono coperture, favoritismi o abusi?

In Italia le famiglie nelle quali vive un appartenente alle forze dell’ordine, alle Forze armate o ad altri corpi in divisa sono una platea vastissima: centinaia di migliaia. Un pezzo della società italiana, con le sue difficoltà, le sue contraddizioni e i suoi problemi educativi.

In una popolazione tanto ampia, che alcuni figli commettano reati non dovrebbe essere considerato un fatto inspiegabile. Può essere definito fisiologico nel senso della possibilità che accada all’interno di una platea così numerosa, senza che questo renda accettabile una sola aggressione o meno grave una responsabilità.

Per stabilire se esista una particolare incidenza del fenomeno servirebbero dati comparabili. Due vicende di cronaca, per quanto sconvolgenti, non bastano a dimostrarla. La professione dei genitori non rende una famiglia immune dalla devianza giovanile. Pretendere il contrario significa attribuire a una divisa poteri che nessun mestiere possiede.

Chi commette un reato deve risponderne, qualunque sia il lavoro del padre o della madre. Essere figlio di un poliziotto non concede attenuanti. Non dovrebbe nemmeno diventare un’aggravante mediatica. A Roma e a Napoli bisogna ricostruire le condotte, distinguere le responsabilità individuali, tutelare le persone aggredite. È questo il lavoro necessario.

Spostare il baricentro sulla parentela rischia invece di produrre un processo parallelo: quello ai genitori, chiamati a rispondere pubblicamente prima ancora che siano emersi elementi su eventuali loro comportamenti censurabili.

La responsabilità di un figlio non dimostra automaticamente una colpa del padre o della madre. Vale per tutti. Deve valere anche per chi indossa una divisa. Chi garantisce la nostra sicurezza è anche un padre, una madre, una persona che cerca di tenere insieme lavoro e vita familiare. Il servizio può comportare turni difficili, rischi, assenze e sacrifici. Questo merita rispetto, senza diventare una spiegazione automatica di ciò che accade in casa.

Non sappiamo quali dinamiche abbiano segnato queste famiglie. Non possiamo inventare genitori esemplari, ma nemmeno dichiararli falliti sulla base della loro professione. Le responsabilità educative esistono e possono essere discusse. Vanno però esaminate attraverso fatti concreti: comportamenti tollerati, segnali ignorati, eventuali giustificazioni della violenza. Non si dimostrano indicando il corpo di appartenenza di un genitore.

Se un padre o una madre sfruttano il proprio ruolo per proteggere un figlio, ostacolare un’indagine o ottenere favori, la professione diventa una parte essenziale della notizia. Il giornalismo deve allora indagare e raccontare senza alcun riguardo.

Ma se tutto questo non emerge, l’insistenza sul «figlio del carabiniere» serve soprattutto a suscitare scandalo attraverso una contraddizione: il figlio di chi fa rispettare la legge sarebbe coinvolto nella sua violazione. È un richiamo che attira attenzione. La sua efficacia non basta a giustificarne la centralità nel racconto.

La brutalità di queste vicende richiede una risposta giudiziaria tempestiva, rigorosa e proporzionata. Le vittime hanno diritto a protezione e giustizia. Chi risulterà responsabile deve comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Per i minorenni, questa risposta deve anche rendere possibile un cambiamento. La sanzione deve responsabilizzare e favorire il recupero, senza trasformare un adolescente nel proprio errore per tutta la vita.

Al giornalismo spetta raccontare i fatti nella loro gravità, rispettando la presunzione d’innocenza e distinguendo le posizioni dei singoli. La violenza merita tutta la nostra indignazione. La gogna per parentela non aggiunge nulla alla comprensione di ciò che è successo. In un Paese con centinaia di migliaia di famiglie legate a una divisa, il comportamento di alcuni figli non può diventare un atto d’accusa contro i loro genitori o contro un’intera categoria.

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Morte Maradona, le figlie chiedono 15 anni per Luque

Fernando Burlando, legale di Dalma e Gianinna Maradona, ha presentato le richieste di condanna per sei componenti dell’équipe sanitaria. La pena più alta sollecitata è di 15 anni per Leopoldo Luque. Chiesta l’assoluzione di Pedro Di Spagna. Le responsabilità dovranno essere accertate dal tribunale.

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Quindici anni di carcere per Leopoldo Luque, dodici per Nancy Forlini e dieci per Agustina Cosachov. Sono le principali richieste presentate da Fernando Burlando, avvocato di Dalma e Gianinna Maradona, nella giornata conclusiva delle arringhe delle parti civili al processo sulla morte del padre.

Davanti al tribunale di San Isidro, nella provincia di Buenos Aires, il legale ha sostenuto che le responsabilità dell’équipe sanitaria emergerebbero dalle prove raccolte durante il dibattimento. Si tratta delle conclusioni della parte civile: spetterà ai giudici accertare le responsabilità degli imputati, che restano presunti innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.

Le richieste per Luque, Forlini e Cosachov

Burlando ha chiesto di condannare il neurochirurgo Leopoldo Luque a 15 anni, la coordinatrice dell’assistenza domiciliare di Swiss Medical Nancy Forlini a 12 anni e la psichiatra Agustina Cosachov a 10 anni.

Per questi tre imputati, il legale ha sostenuto la contestazione argentina di omicidio semplice con dolo eventuale, ritenendo che fossero consapevoli dei rischi per Maradona e non avessero adottato le misure necessarie a proteggerlo.

È una ricostruzione accusatoria sulla quale il tribunale dovrà pronunciarsi dopo la conclusione del confronto processuale.

Le pene sollecitate per gli altri sanitari

Per lo psicologo Carlos Díaz, Burlando ha chiesto cinque anni di reclusione. Per l’infermiere Ricardo Almirón e il coordinatore infermieristico Mariano Perroni, la richiesta è di quattro anni e sei mesi ciascuno.

Per queste posizioni, il legale ha prospettato una responsabilità per omicidio colposo, distinguendola da quella sostenuta per Luque, Forlini e Cosachov.

Le richieste riguardano dunque condotte e qualificazioni giuridiche differenti, da valutare individualmente.

Chiesta l’assoluzione di Pedro Di Spagna

Diversa la conclusione per il medico Pedro Di Spagna, per il quale Burlando ha chiesto l’assoluzione, ritenendo insufficienti gli elementi per attribuirgli una responsabilità nella morte dell’ex calciatore.

La posizione coincide con quella già espressa dall’accusa pubblica, che aveva rinunciato a chiedere una condanna nei suoi confronti.

L’accusa sulle condizioni dell’assistenza domiciliare

Nell’arringa, il rappresentante delle figlie ha rivolto critiche durissime all’organizzazione delle cure e alle condizioni della casa in cui Maradona trascorse gli ultimi giorni.

Secondo Burlando, i professionisti avrebbero ignorato segnali di peggioramento che avrebbero richiesto interventi tempestivi. Il legale ha ribadito la propria tesi secondo cui la morte sarebbe stata conseguenza delle condotte contestate agli imputati.

Le espressioni utilizzate per descrivere un’uccisione deliberata appartengono alla prospettazione della parte civile e non costituiscono una conclusione giudiziaria.

Il processo verso le arringhe delle difese

Con la conclusione degli interventi delle parti civili, il dibattimento entra nella fase dedicata alle arringhe difensive.

Il tribunale dovrà confrontare le ricostruzioni delle parti, valutare le prove e stabilire se le condotte dei singoli imputati abbiano avuto rilevanza penale nella morte di Diego Armando Maradona.

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Esteri

Asset russi, proposta Usa di sblocco: gli europei dicono no

Washington avrebbe proposto di sbloccare parte dei beni sovrani russi per rilanciare i negoziati sull’Ucraina, trasferendoli in una struttura finanziaria sotto supervisione americana. I delegati europei avrebbero respinto l’ipotesi. Non risulta alcun accordo operativo.

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Sbloccare una parte degli asset sovrani russi congelati e trasferirli in un veicolo finanziario sotto supervisione americana per rilanciare i negoziati sull’Ucraina. È la proposta che gli Stati Uniti avrebbero presentato agli interlocutori europei, incontrando il rifiuto dei delegati presenti. L’iniziativa resta un’indiscrezione diplomatica: non risulta un accordo sul trasferimento dei fondi.

Il confronto durante i colloqui di Miami

Il piano sarebbe stato discusso la scorsa settimana a Miami, durante una riunione tra negoziatori americani, ucraini e rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Unione europea e Nato.

L’ipotesi riguarderebbe una parte dei beni sovrani russi immobilizzati dopo l’invasione dell’Ucraina. Il loro trasferimento in una struttura finanziaria vigilata da Washington sarebbe stato prospettato come strumento per favorire la ripresa del confronto diplomatico.

I delegati europei avrebbero respinto il piano

Secondo la ricostruzione disponibile, i rappresentanti europei avrebbero respinto la proposta. Non emerge quindi un’intesa tra gli interlocutori sulle modalità di sblocco e gestione degli asset.

Restano inoltre da chiarire l’ammontare delle risorse interessate, le condizioni del trasferimento e la destinazione finale dei fondi. La supervisione americana non equivale, di per sé, alla restituzione delle somme alla Russia.

Nessuna decisione sullo sblocco dei beni

Il punto centrale è la distinzione tra una proposta discussa in sede negoziale e un provvedimento effettivamente adottato.

Al momento, l’indiscrezione descrive un tentativo americano di inserire gli asset russi congelati nel confronto sulla pace e una risposta negativa dei delegati europei. Non documenta uno sblocco già avvenuto né un trasferimento autorizzato.

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