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Zingaretti, scacco matto a Salvini in 5 mosse: Di Maio per ora aspetta e tiene unito il M5S intorno a Conte

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La Direzione del Pd dà mandato al segretario Nicola Zingaretti di guidare le trattative per la formazione di un eventuale nuovo governo se ne ricorreranno le condizioni. Ovviamente la regia della crisi è ora nelle mani del Quirinale e le richieste e le indicazioni del Capo dello Stato Sergio Mattarella non potranno che agevolare le ragioni dell’incontro rispetto a quello dello scontro anche tra Pd e M5S.  C’erano quasi tutti i big del partito in Direzione nazionale del Pd per provare a capire che cosa fare in questo momento delicato per il Paese. È arrivato anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. Non c’è unanimità di vedute sulla soluzione della crisi ma Zingaretti proverà a mediare tra le diverse anime e a contemperare l’esigenza di assicurare continuità di governo al Paese in un momento difficile e la necessità di non sfaldare un partito che sta risalendo la china dei consensi. Zingaretti, da quel che ha riferito in Direzione nazionale, sembra abbia le idee chiare e soprattutto sembra abbia anche il via libera della componente maggioritaria renziana del partito. Per Zingaretti un eventuale nuovo governo deve essere “di svolta, di legislatura” altrimenti “è meglio andare alle urne”. E qualunque sia il governo, a prescindere dai nomi, contano i programmi e conta il fatto che dovrà essere un esecutivo che rappresenta una “discontinuità” con il precedente, non basato su un contratto, ma che abbia alla base una “forte condivisione degli obiettivi”.

Zingaretti non crede in un governo di transizione che porti al voto. E in ogni caso non sarà il Pd a proporlo e a comporlo. Sarebbe rischioso per i Democratici e anche per il Paese. Si offrirebbe a Salvini, un abile propagandista, l’opportunità di una campagna elettorale nelle piazze all’insegna del peggiore sovranismo. “Tocca a noi muoverci e indicare una strada. Dentro il percorso di consultazione dobbiamo dare la disponibilità se c’è la possibilità di una nuova maggioranza parlamentare in grado di dare risposte serie ai problemi del Paese” sostiene Zingaretti che detta le condizioni di una futura partecipazione del Pd ad un governo.  Ma vediamo quali sono queste condizioni: “Appartenenza leale all’Unione europea; pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del Parlamento; sviluppo basto sulla sostenibilità ambientale; cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa; svolta delle ricette economiche e sociale, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti”: Sono questi i cinque punti indicati da Nicola Zingaretti nella relazione alla Direzione del Pd per trattare sulla nascita di un nuovo governo. Punti sui quali non ci sarà, per ragioni non elettorali ma perché fanno parte del Dna del movimento, alcuna obiezione da parte del M5S.

E allora se, come pare, i termini di un accordo politico per un governo che non sia balenare-elettorale sono riassunti in quei cinque punti di Nicola Zingaretti, è molto probabile che il Governo M5S-Pd si farà certamente. E Salvini e la Lega, entro pochi giorni saranno archiviati con la nascita di un nuovo esecutivo. È tutto apposto? Tutto risolto? Si va facilmente verso il nuovo governo? Ovviamente no. Le due parti possono sedersi ad un tavolo e cominciare a parlare se sono quelli elencati da Zingaretti i punti in comune. Certo ci sono tante altre cose di cui dovranno discutere. E poi c’è la questione della composizione del gabinetto di governo. Ma se si parla  è possibile che Luigi di Maio e Nicola Zingaretti trovino un accordo. Di Maio ha già fatto sapere che la discontinuità non deve significare diritto di veto verso alcuno del M5S. L’altra cosa chiara di questa crisi è quella che ha indicato l’Elevato, Beppe Grillo, garante del MoVimento. Non si fa nessun Governo col Pd senza che Nicola Zingaretti sia d’accordo. Una condizione posta da Grillo al capo politico del M5S Luigi Di Maio. E se non ci sarà, almeno avranno parlato, diradato veleni e sgomberato il campo da equivoci ed offese (anche personali) e potranno tornare ad una normale dialettica politica.

 

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Berlusconi e Meloni stanchi dell’iperattivismo di Salvini

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Ufficialmente tutti uniti ma nel centrodestra Matteo Salvini è finito nel mirino per la sua scelta di trasformare il voto regionale emiliano in un referendum sulla sua persona. Una strategia da ‘one man show’ che, secondo i suoi alleati, gli avrebbe fatto perdere molti voti, al di là dei suoi demeriti reali. All’indomani della sonora sconfitta di Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna, in chiaro il centrodestra ostenta unità rilanciando la sfida al governo Conte. Ma Silvio Berlusconi vede emergere dal voto in Emilia Romagna un’indicazione di fondo molto chiara: “il centro-destra può vincere solo se esiste un’area di centro liberale, cristiano, garantista adeguatamente forte a fianco della destra democratica”. Tra le fila di Fi e Fratelli d’Italia montano piu’ esplicite le critiche sul modo in cui il segretario leghista ha interpretato la sua leadership in queste settimane di febbrile campagna elettorale, in lungo e in largo nella roccaforte rossa. “Non ho niente da recriminare verso nessuno, noi abbiamo fatto la nostra parte, la Lega va oltre il 30%, Salvini ha fatto una campagna pancia a terra, abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare. Non usero’ il voto in Emilia Romagna per spaccare il centrodestra o creare delle divisioni nel centrodestra” blinda l’alleato Giorgia Meloni. Ma malgrado i due alleati partano da idee molto diverse, oggi nella pancia di Fi e Fdi ci si compatta nel rimbrottare l’iperattivismo salviniano. Matteo – raccontano fonti di FdI – deve capire cosa vuole fare da grande: se intende andare a Palazzo Chigi prima possibile o limitarsi a diventare il ‘Le Pen italiano’, uno che prende tanti voti per il suo partito ma poi perde le elezioni che contano. E’ necessario – insistono le stesse fonti – avere piu’ pluralismo e maggiore senso della coalizione. E qualcuno racconta di rapporti freddi, ai minimi storici. Il modello vincente – osservano dentro Fi – e’ quello di Jole Santelli: una leadership discreta, aperta, capace di includere e coinvolgere in modo ampio diversi settori della societa’ calabrese, come dimostra il clamoroso suo successo. Tuttavia anche il partito azzurro, vincente in Calabria è in crisi in Emilia con cifre debolissime. Per rilanciarsi e fare il punto della situazione, Berlusconi ha riunito i suoi ad Arcore e con Salvini ha avuto una cordiale telefonata. Da via Bellerio si assicura che l’umore di Salvini, malgrado la sconfitta e’ ottimo: nessuna voglia di polemizzare con gli alleati a cui pero’ si ricorda che il leader della coalizione non si sceglie con strane alchimie ma lo decidono gli elettori. E, insiste la Lega, il partito verde e’ passato in Emilia dall’avere 9 consiglieri a 19, in Calabria da zero a quattro. Ma ora bisogna serrare i ranghi in vista delle regionali di primavera: FdI vuole il via libera a due sue candidature a cui tiene moltissimo: “Abbiamo gia’ fatto un accordo – avverte Giorgia Meloni su Rete 4 -. Nell’ambito di queste trattative, Fdi ha Puglia e Marche e abbiamo fatto i nomi di Fitto e Acquaroli. Gli accordi non credo si debbano ridiscutere”. Fi, di contro punta i piedi sulla candidatura di Stefano Caldoro in Campania, su cui assicura non intende muoversi di un millimetro, arrivando anche a minacciare di sostenerlo da sola.

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Elezioni regionali, Salvini fallisce la spallata al Governo: in Emilia Bonaccini vince “quasi” da solo

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Stefano Bonaccini vince (51,3%), Lucia Borgonzoni (43,7%) resta molto indietro. Per il governatore Pd uscente, sostenuto dal centrosinistra, sembra profilarsi una vittoria larga. Un distacco di oltre tre punti a oltre la metà dello spoglio delle schede. Per Matteo Salvini più che per Giorgia Meloni è una sconfitta pesante sotto il profilo politico. Il leader leghista aveva puntato tutto sull’Emilia. Pensava di essere ad un passo dall’impresa. E invece… “Salvini ha perso, il governo esce rafforzato”, esulta Nicola Zingaretti. Ma l’implosione di M5S – con Simone Benini al 4% in Emilia Romagna – preoccupa l’alleanza a quattro che regge l’esecutivo. Partita invece ampiamente chiusa a favore di Jole Santelli in Calabria: la candidata di Forza Italia per il centrodestra secondo l’ultima proiezione trionfa con il 50,9% e diventa la prima governatrice donna della regione. Pippo Callipo per il centrosinistra si ferma al 31,3%, Carlo Tansi (lista civica) registra il 10,6% e precede Francesco Aiello (M5S) al 7,2%. “Jole emblema del riscatto”, assicura Silvio Berlusconi, mentre la prossima presidente promette “una regione diversa”. Gli occhi erano tutti sull’Emilia Romagna, che ha sorpreso per il boom dell’affluenza al (67,7%), di 30 punti superiore rispetto al 2014 (37,6%) e analoga a quella delle europee 2018. Zingaretti manda per questo “un immenso grazie al movimento delle sardine”, che avrebbero agganciato gli astensionisti.

“Torniamo dietro le quinte, non ci vedrete in tv”, fanno sapere dal movimento, dando appuntamento a Scampia a meta’ marzo. Dalla Lega Salvini rivendica: “siamo per la prima volta determinanti al Sud” e “per la prima volta in Emilia Romagna, dopo 70 anni, c’è stata partita”. Salvini ha però fallito la spallata sperata al governo Conte. Esecutivo che secondo Zingaretti invece ora “deve rilanciare, con più concretezza. La maggioranza esce più forte – dice il leader dem -, dobbiamo non essere pigri e Conte deve rilanciare l’azione in modo ancora piu’ forte su temi concreti, le tasse, il lavoro, la scuola, l’universita’, la ripresa economica”. Da Palazzo Chigi filtra l’intenzione di un rilancio sull’agenda: Il governo ora continua nella sua azione per il rilancio del Paese. Il premier Giuseppe Conte e’ al lavoro sull’agenda di governo e attende i dati definitivi per ogni commento. Dalla presidenza del Consiglio trapela intanto soddisfazione anche per l’alta partecipazione democratica registrata in questa domenica di voto. “Un grande abbraccio a Stefano Bonaccini: vittoria nettissima e bellissima, merito di un grande presidente – commenta Renzi -. Buon lavoro anche a Jole Santelli. Archiviata la campagna elettorale, adesso, tutti al lavoro”. Da Italia Viva si sottolinea la debacle M5S e si conta di occupare lo spazio lasciato libero da Forza Italia. I cinquestelle commenteranno oggi il voto, quando ci saranno numeri certi e quando sarà chiara la dimensione della sconfitta. Si tratta di capire anche chi ci metterà la faccia già che non c’è più l’agnello sacrificale Luigi Di Maio su cui si poteva sparare fino a ieri. Nessuno dei tanti leader o aspiranti tali s’è fatto vedere finora. E allora è probabile che ci metterà la faccia Vito Crimi.

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Conte imposta la verifica, con “sangue freddo” fino a 2023

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Riavviare l’azione del governo su basi piu’ solide. Sterilizzare le intemerate di Matteo Renzi e governare le fibrillazioni M5s. E’ la scommessa che attende Giuseppe Conte. Chiudono le urne delle regionali in Emilia Romagna e Calabria, si apre una difficile verifica di governo. Al tavolo del cronoprogramma, che il Pd chiede di convocare al piu’ presto per affrontare i nodi finora rinviati, gli alleati devono definire come andare avanti. E farlo, e’ l’obiettivo di Conte, in maniera il piu’ possibile compatta. Il premier, che trascorre la giornata in famiglia a Roma e con la famiglia segue lo spoglio, vuole superare l’impasse generata dalle regionali dando all’azione del governo – a prescindere dal risultato di un voto che ha sempre definito “locale” – un orizzonte di legislatura, che porti al 2023 passando per l’elezione del presidente della Repubblica prevista nel 2022. Per farlo, spiega Conte, serve “sangue freddo”: per questo chiamera’ subito a confrontarsi governo e leader di maggioranza. Nicola Zingaretti, che ha gia’ anticipato l’avvio di un percorso congressuale, annuncia che il Pd sara’ “esigente”. Renzi, che indichera’ le strategie future il prossimo fine settimana nella prima assemblea nazionale di Iv, gia’ ha chiarito che continuera’ a essere il “pungolo” di Conte e del governo.

Il M5s attraversa la sua fase piu’ complicata: dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo politico, martedi’ si dovrebbe scegliere il nuovo capo delegazione al governo – in “ballottaggio” ci sarebbero Alfonso Bonafede e Stefano Patuanelli – in una riunione dei membri del governo cui seguira’ un’assemblea congiunta dei parlamentari del Movimento. Fare sintesi e superare le fibrillazioni, per trovare davvero un rilancio, non e’ affatto scontato. Su un dato sono quasi tutti d’accordo in maggioranza: comunque vada nei prossimi giorni, e’ difficile che ci sia da parte di qualcuno una spinta alle elezioni invocate da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Tra i Dem c’e’ chi – a dire il vero da mesi – non le esclude come antidoto alla palude. Ma deputati e senatori (tutti, tranne forse quelli di Lega e Fdi) non hanno nessuna voglia di tornare al voto, sapendo che la prossima volta si eleggeranno non piu’ 945 parlamentari ma 600. In piu’, gia’ questa settimana il governo dovrebbe provare a chiudere le finestre elettorali del 2020 convocando in una domenica compresa tra la fine di marzo e il 19 aprile il referendum per il taglio dei parlamentari. Dopo, ci saranno fino a due mesi per disegnare i collegi e si arrivera’ all’estate: da li’ all’autunno e a una nuova sessione di bilancio – dicono gli oppositori del ritorno voto – e’ un attimo. E’ alla verifica dunque che lavora Conte, nonostante ci sia chi, come il centrista Maurizio Lupi e l’ex ministro M5s Lorenzo Fioramonti, invoca un nuovo governo, magari con un nuovo premier e una maggioranza più larga. I Dem sono gia’ pronti a chiedere che Conte acceleri e che in pochi giorni convochi il tavolo per definire il nuovo cronoprogramma, a partire da temi come riforma del fisco, modifica dei decreti sicurezza, ambiente.

A puntellare l’azione di Conte ci sono anche Leu e la parte “riformista” e governista dei Cinque stelle. Ma Renzi promette battaglia su temi come la prescrizione e le concessioni autostradali che lo vedono lontano anni luce dal M5s. I rumors che alla vigilia del voto davano come possibile la richiesta di un cambio di premier, vengono negati dai renziani. Di certo c’e’ pero’ che Iv non intende deporre le armi, nemmeno in nome della stabilita’: “Noi non vogliamo andare a elezioni, ma ancor meno lo vogliono Pd e M5s”, dice un esponente di Iv. A complicare le cose c’e’ il dato che il Movimento e’ in piena riorganizzazione e solcato da forti tensioni, nel confronto tra chi vuole l’alleanza col Pd e chi invece segue la purezza delle origini.

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