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Zelensky accusa la Russia: “Bambini ucraini rapiti e addestrati a combattere contro il loro Paese”

Volodymyr Zelensky afferma di possedere prove secondo cui bambini ucraini deportati in Russia verrebbero addestrati a combattere contro altri ucraini. Il presidente chiede nuove sanzioni e rilancia le accuse già al centro dell’inchiesta della Corte Penale Internazionale.

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di possedere prove che dimostrerebbero il trasferimento di bambini ucraini in Russia e il loro successivo addestramento militare per combattere contro il proprio Paese. L’affermazione è stata resa pubblica durante un’intervista all’emittente americana CBS News.

Si tratta di un’accusa particolarmente grave che amplia il quadro delle contestazioni già mosse a Mosca sulla gestione dei minori provenienti dai territori occupati durante il conflitto.

“Quando crescono li mandano sul campo di battaglia”

Nel corso dell’intervista, Zelensky ha sostenuto che i bambini trasferiti in Russia sarebbero sottoposti a un processo di rieducazione ideologica.

“Quando questi bambini crescono, li mandano sul campo di battaglia”, ha dichiarato il presidente ucraino, aggiungendo di possedere prove a sostegno delle sue affermazioni, senza tuttavia fornire dettagli pubblici sulla documentazione in suo possesso.

Secondo Zelensky, ai minori verrebbe insegnato “a odiare il loro Paese e il loro popolo”.

Il precedente intervento della Corte Penale Internazionale

Le accuse si inseriscono in un contesto già oggetto di attenzione internazionale. Nel 2023 la Corte Penale Internazionaleha emesso un mandato di arresto nei confronti di Vladimir Putin per quella che ha definito una deportazione illegale di bambini dai territori ucraini occupati.

Mosca ha sempre respinto tali accuse. Il Cremlino sostiene che il trasferimento dei minori abbia avuto finalità umanitarie e sia stato necessario per proteggere bambini rimasti senza assistenza nelle zone di guerra.

Le conclusioni del rapporto della Yale School of Public Health

A marzo, il Laboratorio di Ricerca Umanitaria della Yale School of Public Health ha pubblicato un rapporto secondo cui le società energetiche russe Gazprom e Rosneft avrebbero contribuito al finanziamento di programmi di rieducazione che hanno coinvolto oltre 2.000 bambini ucraini.

Lo studio sostiene inoltre che una temporanea deroga alle sanzioni sul petrolio russo avrebbe generato ulteriori risorse economiche per le due aziende, circostanza che secondo alcuni osservatori potrebbe aver favorito il finanziamento di tali attività.

L’appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale

Zelensky ha invitato il Congresso americano e gli alleati occidentali a rafforzare la pressione economica sulla Russia.

“La revoca delle sanzioni è un aiuto per i soldati russi”, ha affermato il presidente ucraino, auspicando nuove misure restrittive che possano contribuire anche a fare luce sulla sorte dei minori trasferiti.

Secondo Kiev, sono stati documentati almeno 20.000 casi di bambini ucraini trasferiti dalla Russia, ma il governo ritiene che il numero reale possa essere significativamente più alto. L’Ucraina continua a chiedere il sostegno della comunità internazionale per localizzare e riportare a casa i minori coinvolti.

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Ucraina, il Cremlino chiude ai colloqui diretti: «Difficile immaginare un accordo con Kiev»

Il Cremlino frena sulla proposta sostenuta da Francia, Germania e Regno Unito di avviare colloqui diretti tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. Peskov accusa Kiev di azioni terroristiche, mentre i leader europei chiedono un cessate il fuoco immediato.

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La nuova apertura diplomatica promossa da Kiev e dalle principali potenze europee incontra subito il muro del Cremlino. Mosca considera infatti «veramente difficile» immaginare un accordo con l’attuale leadership ucraina e respinge, almeno per ora, la prospettiva di un incontro diretto tra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky.

A esprimere la posizione russa è stato il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, dopo la dichiarazione congiunta con la quale Francia, Germania e Regno Unito hanno sostenuto la proposta ucraina di avviare negoziati diretti.

Peskov: «Difficile arrivare a un accordo»

«È veramente difficile immaginare come arrivare ad accordi con il regime di Kiev in queste condizioni», ha dichiarato Peskov, richiamando precedenti affermazioni del presidente russo.

Il portavoce ha accusato l’Ucraina di avere compiuto azioni che Mosca definisce «crimini terroristici contro i bambini», utilizzando questo argomento per mettere in dubbio l’affidabilità della controparte.

Le accuse del Cremlino non risultano però accompagnate, nella dichiarazione, da prove pubbliche verificabili in modo indipendente e vengono respinte da Kiev, che a sua volta accusa la Russia di attacchi sistematici contro la popolazione civile ucraina.

La proposta sostenuta dai leader europei

La presa di posizione russa arriva dopo l’incontro di Londra tra Zelensky, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il primo ministro britannico Keir Starmer.

Nel documento congiunto, i leader hanno sostenuto la proposta di un dialogo diretto tra Russia e Ucraina, con la partecipazione attiva degli Stati Uniti e dei Paesi europei.

L’obiettivo dichiarato è arrivare a un cessate il fuoco completo e aprire successivamente un negoziato più ampio per una pace definita giusta e duratura.

La lettera di Zelensky a Putin

La nuova iniziativa diplomatica era stata avviata da Zelensky attraverso una lettera indirizzata direttamente a Putin.

Il presidente ucraino si è detto disponibile a incontrare il leader russo in una sede neutrale, escludendo però Russia e Bielorussia, e ha proposto di interrompere i combattimenti lungo l’attuale linea del fronte come punto di partenza per i colloqui.

Kiev precisa che questa ipotesi non comporterebbe il riconoscimento dell’annessione dei territori occupati né la rinuncia alla sovranità ucraina.

Mosca non accetta una semplice tregua

La Russia continua a sostenere che un cessate il fuoco privo di un’intesa politica complessiva servirebbe soltanto a permettere all’Ucraina di riorganizzare le proprie forze.

Putin chiede un accordo che affronti quelle che Mosca definisce le cause profonde del conflitto. Tra le condizioni russe figurano il riconoscimento delle conquiste territoriali, la neutralità dell’Ucraina e limitazioni alla sua capacità militare.

Kiev considera queste richieste incompatibili con la propria sovranità e assimilabili a una resa.

Lo scambio di accuse sugli attacchi ai civili

Il Cremlino ha intensificato negli ultimi giorni le accuse contro le forze ucraine, sostenendo che alcuni attacchi abbiano deliberatamente colpito civili e bambini nei territori controllati dalla Russia.

L’Ucraina nega di prendere di mira la popolazione e afferma di colpire obiettivi militari utilizzati dalle forze russe. La guerra continua intanto a provocare vittime civili su entrambi i lati, mentre i bombardamenti russi hanno colpito ripetutamente città e infrastrutture ucraine.

La verifica indipendente dei singoli episodi resta spesso difficile a causa della guerra, del controllo territoriale e della propaganda utilizzata dalle parti.

L’Europa chiede un ruolo nel negoziato

Francia, Germania e Regno Unito sostengono che l’Europa debba partecipare direttamente a qualsiasi futuro processo di pace.

I tre Paesi chiedono garanzie di sicurezza vincolanti per Kiev, il mantenimento della pressione economica sulla Russia e il congelamento dei beni russi fino alla definizione di eventuali riparazioni.

I leader europei hanno inoltre ribadito che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che qualsiasi accordo dovrà essere accettato dall’Ucraina.

Il dialogo resta bloccato

Nonostante le dichiarazioni sulla disponibilità alla pace, le posizioni delle due parti rimangono molto distanti.

L’Ucraina chiede una tregua immediata e negoziati senza rinunciare preventivamente ai territori occupati. La Russia pretende invece che l’accordo riconosca i risultati ottenuti sul campo e soddisfi le proprie richieste strategiche.

Le parole di Peskov confermano che un incontro tra Putin e Zelensky appare ancora lontano. La diplomazia europea tenta di riaprire il confronto, ma il conflitto continua a essere dominato dalle operazioni militari e da una profonda sfiducia reciproca.

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Royal Navy in affanno, tutti i sottomarini nucleari d’attacco fermi per manutenzione

La Royal Navy deve affrontare una nuova crisi operativa: tutti e cinque i sottomarini nucleari d’attacco della classe Astute disponibili sono fermi per lavori tecnici. Problemi anche per la portaerei HMS Prince of Wales, bloccata temporaneamente in Norvegia.

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La forza navale che dovrebbe garantire la sicurezza degli oceani britannici si ritrova senza alcun sottomarino nucleare d’attacco immediatamente disponibile. Tutti e cinque gli esemplari operativi della classe Astute sono contemporaneamente fermi in porto per interventi di manutenzione o riparazione, mentre un sesto battello non è ancora pronto per essere impiegato in missione.

La nuova emergenza mette in evidenza le difficoltà strutturali della Royal Navy proprio mentre cresce l’attività militare russa nelle acque dell’Atlantico settentrionale e attorno al Regno Unito.

Tutti gli Astute fermi in porto

I sottomarini della classe Astute costituiscono la principale componente subacquea offensiva della Marina britannica. Sono mezzi a propulsione nucleare destinati alla sorveglianza, alla raccolta di informazioni, alla guerra antisommergibile e alla protezione delle unità strategiche che trasportano i missili nucleari Trident.

Secondo quanto riferito dalla stampa britannica, tutti e cinque gli esemplari già disponibili sarebbero in attesa di interventi tecnici o sottoposti a lavori programmati.

Il sesto sottomarino della classe, pur avendo raggiunto una fase avanzata del percorso di ingresso nella flotta, non sarebbe ancora pronto per un dispiegamento operativo.

La coincidenza dei periodi di manutenzione lascia quindi la Royal Navy temporaneamente priva della propria principale capacità di attacco subacqueo.

Il piano ordinato dal vertice della Marina

Il First Sea Lord, massima autorità militare della Royal Navy, avrebbe ordinato la predisposizione di un piano per accelerare i lavori e impedire nuovi ritardi.

Il ministero della Difesa britannico ha riconosciuto la necessità di rafforzare la resilienza della flotta sottomarina e di intervenire sulle infrastrutture, sull’organizzazione della manutenzione e sulla disponibilità dei tecnici specializzati.

Le difficoltà non riguardano soltanto i singoli battelli, ma una più ampia carenza di capacità industriale e logistica, maturata dopo anni di riduzione degli investimenti e progressivo assottigliamento della flotta.

Londra sostiene comunque che le acque britanniche continuino a essere sorvegliate attraverso navi di superficie, aerei da pattugliamento marittimo e mezzi messi a disposizione dagli alleati.

Il rischio rappresentato dalla Russia

La situazione assume particolare rilevanza alla luce dell’aumento delle attività navali russe nell’Atlantico settentrionale e nei mari che circondano le isole britanniche.

Secondo i vertici militari britannici, negli ultimi due anni i movimenti delle unità russe nella regione sarebbero cresciuti sensibilmente.

Mosca dispone di sottomarini capaci di operare in profondità, raccogliere informazioni, seguire le unità della Nato e avvicinarsi alle infrastrutture sottomarine dalle quali dipendono comunicazioni, energia e trasmissione dei dati.

La protezione dei cavi sottomarini e dei sommergibili nucleari strategici rappresenta ormai una delle principali priorità della difesa britannica.

La temporanea indisponibilità degli Astute riduce inevitabilmente l’autonomia operativa di Londra e aumenta la dipendenza dalla cooperazione con le altre marine della Nato.

Nuovo guasto per la HMS Prince of Wales

Alle difficoltà della flotta subacquea si aggiunge un nuovo problema tecnico per la HMS Prince of Wales, una delle due grandi portaerei della classe Queen Elizabeth e nave ammiraglia della Royal Navy.

L’unità è stata costretta a fermarsi nel porto norvegese di Stavanger durante una missione nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico.

Il ministero della Difesa ha parlato di un inconveniente di entità limitata e ha assicurato che la nave dovrebbe riprendere il mare in tempi brevi.

Il nuovo arresto richiama tuttavia i precedenti problemi tecnici della portaerei, che nel 2022 rimase a lungo inattiva dopo un grave guasto all’albero di trasmissione.

A rischio la missione negli Stati Uniti

La sosta in Norvegia potrebbe incidere sul programma che dovrebbe portare la HMS Prince of Wales negli Stati Uniti in occasione delle celebrazioni per il 250º anniversario della Dichiarazione d’indipendenza americana.

L’appuntamento ha un forte valore simbolico e diplomatico per i rapporti tra Londra e Washington.

Al momento le autorità britanniche affermano che la portaerei dovrebbe tornare rapidamente operativa. Saranno però necessari ulteriori controlli per stabilire se il programma potrà essere rispettato integralmente.

Una flotta ridotta e sottoposta a forte pressione

La Royal Navy continua a essere una delle marine tecnologicamente più avanzate del mondo, ma dispone oggi di un numero di unità molto inferiore rispetto al passato.

Le missioni internazionali, la protezione del deterrente nucleare, la sorveglianza dell’Atlantico e gli impegni nell’Indo-Pacifico sottopongono uomini e mezzi a un’intensa pressione operativa.

La manutenzione delle unità nucleari richiede inoltre strutture altamente specializzate, tempi lunghi e una catena industriale capace di garantire continuità negli interventi.

Quando una flotta è numericamente ridotta, anche il fermo contemporaneo di poche unità può produrre una perdita significativa di capacità.

La sfida degli investimenti nella difesa

Il governo britannico ha annunciato l’intenzione di aumentare la spesa militare e di ampliare in futuro la flotta dei sottomarini nucleari attraverso il programma congiunto AUKUS con Stati Uniti e Australia.

I nuovi battelli, tuttavia, entreranno in servizio soltanto nei prossimi decenni. Nel frattempo Londra deve garantire la disponibilità degli Astute e mantenere operative le due portaerei.

La doppia crisi dei sottomarini e della HMS Prince of Wales mostra il divario tra le ambizioni strategiche del Regno Unito e le risorse immediatamente disponibili.

La Royal Navy resta una potenza globale, ma la successione di guasti, ritardi e manutenzioni rivela una fragilità che preoccupa Londra e i suoi alleati proprio mentre la competizione militare nei mari europei torna a crescere.

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Iran, operazione nel Sistan-Baluchestan: cinque presunti miliziani uccisi e 19 arrestati

Le autorità iraniane annunciano di avere smantellato quattro cellule armate nel Sistan-Baluchestan. Cinque presunti miliziani sarebbero stati uccisi, 19 arrestati e un membro delle forze di sicurezza avrebbe perso la vita negli scontri.

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Quattro presunte cellule armate smantellate, cinque uomini uccisi e diciannove persone arrestate. È il bilancio diffuso dal ministero dell’Intelligence iraniano al termine di un’operazione condotta nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan, lungo il confine con il Pakistan.

Durante gli scontri sarebbe morto anche un componente delle forze di sicurezza iraniane. Le informazioni sono state diffuse dalle autorità di Teheran e rilanciate dall’agenzia Fars, ma non risultano al momento verifiche indipendenti dell’operazione.

L’operazione contro quattro cellule

Secondo il comunicato del ministero dell’Intelligence, le forze iraniane avrebbero individuato e neutralizzato quattro cellule operative definite “terroristiche takfiri”.

Il termine “takfiri” viene utilizzato dalle autorità iraniane per indicare gruppi jihadisti sunniti radicali che considerano apostati altri musulmani, in particolare gli sciiti.

Nel corso dell’operazione sarebbero stati sequestrati numerosi quantitativi di armi ed esplosivi. Il ministero non ha fornito dettagli sull’identità degli uomini uccisi e arrestati né ha indicato il nome dell’organizzazione alla quale sarebbero appartenuti.

Il presunto ingresso attraverso Saravan

Teheran sostiene che il gruppo avesse pianificato di entrare in Iran attraverso la zona di Saravan, città situata in prossimità del confine pachistano.

L’obiettivo, secondo la versione ufficiale, sarebbe stato quello di compiere attacchi sul territorio iraniano.

Il Sistan-Baluchestan è da anni teatro di scontri tra le forze di sicurezza, gruppi armati sunniti, organizzazioni separatiste e reti legate al traffico di droga.

Un militare morto negli scontri

Il comunicato riferisce che durante il conflitto a fuoco avrebbe perso la vita un membro delle forze di sicurezza.

Non sono state diffuse informazioni sulla sua identità né sulle modalità precise dell’operazione.

Il bilancio complessivo indicato dalle autorità iraniane è quindi di sei morti, cinque appartenenti al presunto gruppo armato e un militare, oltre a diciannove arresti.

Le accuse contro Stati Uniti e Israele

Il ministero iraniano ha affermato che le cellule sarebbero state collegate ai servizi di intelligence di Stati Uniti e Israele.

Si tratta di un’accusa formulata da Teheran che, allo stato, non è accompagnata da prove pubbliche né da conferme indipendenti.

Le autorità iraniane attribuiscono frequentemente a governi stranieri il sostegno ai gruppi armati attivi nelle aree di confine, mentre Washington e Israele respingono normalmente queste contestazioni.

Una provincia segnata dagli attacchi

Il Sistan-Baluchestan è una delle regioni più povere e instabili dell’Iran. La popolazione è in prevalenza baluci e sunnita, in uno Stato a maggioranza sciita.

Negli ultimi anni la provincia è stata colpita da numerosi attentati contro caserme, posti di polizia, tribunali e convogli militari.

Tra i gruppi più attivi vi è Jaish al-Adl, organizzazione armata sunnita che dichiara di battersi per i diritti della minoranza baluci e che Teheran considera terroristica.

Informazioni ancora da verificare

Le autorità iraniane non hanno indicato se le persone arrestate siano state formalmente incriminate né quali elementi collegherebbero gli indagati alle presunte cellule.

La ricostruzione dell’operazione resta quindi basata esclusivamente sulla versione del governo iraniano. Saranno necessari ulteriori elementi per chiarire l’identità del gruppo, gli obiettivi attribuiti ai suoi componenti e la fondatezza delle accuse di collegamenti internazionali.

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