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Volontari Antiroghi Acerra, in trincea nella Terra dei Fuochi: sorvegliamo il territorio per contrastare sversamenti e roghi tossici

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Sorvegliano il territorio giorno e notte, scovando i criminali che sversano i rifiuti e appiccano roghi tossici. Così i Volontari Antiroghi Acerra, associazione di normali cittadini costituitasi nel 2015, sacrificano ogni giorno una parte del proprio tempo in difesa di una terra martoriata. Davanti all’inerzia delle istituzioni, sono scesi in campo. “Se noi, senza soldi pubblici, riusciamo ad ottenere un risultato che lo Stato non riesce ad ottenere, vuol dire che c’è qualcosa che non va”, è il commento amaro di Vincenzo Petrella, portavoce dell’associazione. Proprio negli ultimi giorni, per mezzo di un drone, i volontari hanno incastrato due uomini intenti a scaricare rifiuti all’interno di un’enorme discarica abusiva. Le immagini sono state consegnate ai carabinieri forestali. Un’attività instancabile portata avanti per amore di una terra che per troppo tempo è stata violentata in modo sistematico e spietato. 

Petrella, quando nasce l’associazione?

L’associazione nasce nel 2015, anche se noi eravamo singolarmente attivi anche prima. Perlustriamo il territorio durante la giornata e – prima del coprifuoco – nelle ore notturne per avvistare eventuali roghi ed avvertire le autorità per lo spegnimento. A questo si è aggiunta l’attività di segnalazione di cumuli di rifiuti che potrebbero essere incendiati, così da farli rimuovere per tempo. Cerchiamo così di agire in modo preventivo, perché quando andiamo sul posto, individuando una colonna di fumo, è troppo tardi: la diossina si è già sprigionata nell’aria.

Come vi organizzate per l’attività di monitoraggio del territorio?

Nell’associazione siamo circa una ventina di iscritti, di questi i più attivi siamo cinque o sei che usciamo sistematicamente con le macchine. Col tempo è nata poi una bella sinergia con gli abitanti che, tramite la nostra pagina Facebook, ci segnalano le colonne di fumo che riescono ad avvistare dalle loro abitazioni. Da anni abbiamo anche la possibilità di impiegare il drone, regolarmente registrato ed assicurato e pilotato da una persona con il patentino. È molto utile per scovare discariche di non facile accesso e per individuare per tempo le colonne di fumo.

Si potrebbe dire che svolgete come volontari il lavoro che dovrebbe fare lo Stato…

Io credo che se nel 2021 stiamo ancora qui a parlare di roghi tossici e rifiuti di ogni genere sversati lungo le nostre strade, significa che le istituzioni non stanno facendo tutto il possibile per risolvere il problema. Noi abbiamo scelto di autotassarci e di non percepire un euro da nessuno. Se noi riusciamo, senza soldi pubblici, ad ottenere un risultato che lo Stato non riesce ad ottenere, vuol dire che c’è qualcosa che non va. All’inizio abbiamo anche dovuto confrontarci con lo scetticismo dei nostri familiari, non è stato facile sentirsi dire “perché lo devi fare proprio tu?”. Ma sono cose che fai perché ti senti di fare. Perché un argine deve essere posto e nella trincea qualcuno ci deve pur stare. Questo è il nostro contributo. 

Negli ultimi giorni avete individuato col vostro drone due criminali che sversavano rifiuti ad Acerra. Quali risultati avete conseguito in questi anni?

In quella stessa area denunciammo un contadino che nel suo appezzamento di terreno aveva incendiato dei teloni di plastica sotto la sterpaglia. Abbiamo beccato sul posto tantissime persone mentre appiccavano il fuoco. C’è stata tanta gente che veniva addirittura da Napoli a sversare i rifiuti qui ad Acerra. Non sempre però siamo così fortunati da coglierli in flagrante; per incendiare dei rifiuti bastano pochi minuti: stare lì proprio in quel momento non è semplice. 

Avete mai subito ritorsioni per la vostra attività?

Mi sono ritrovato con l’auto danneggiata e qualche volta con le ruote bucate. Sul territorio capita spesso di ricevere minacce. Quel contadino, ad esempio, un paio di giorni dopo la nostra segnalazione alle autorità, mandò una persona a casa mia per sapere come mai lo avessi denunciato. Oggi le minacce sono un po’ diverse da prima, magari vengono a dirti: ma chi te lo fa fare, perché non ti fai i fatti tuoi, lascia stare; questo è il primo approccio. Con noi c’è poi anche Alessandro Canavacciuolo, un attivista molto conosciuto sul territorio. Assieme alla sua famiglia si costituì parte civile nel processo che ha visto la condanna dei fratelli Pellini per disastro ambientale aggravato e la confisca dei beni per un valore pari a 222 milioni di euro. Alessandro in quel periodo ricevette minacce molto più serie, e ancora nei mesi scorsi hanno recapitato lettere minatorie a casa della sorella. 

Che cosa pensa di fronte al negazionismo e all’immobilismo della politica?

I politici hanno l’abilità propagandistica di convincere i cittadini che, in caso di elezione, prenderanno provvedimenti decisivi per il territorio. Poi però, nei fatti, l’ultima cosa che vogliono quelli che risiedono nei posti di comando, è avere problemi. In molti hanno persino finto che il problema non esistesse, ma sono stati smentiti dai dati scientifici. Abbiamo sotto i nostri occhi migliaia di malati oncologici, bambini nati con problemi di salute, donne sterili. La politica non ha il coraggio di dire che nulla è stato fatto fino ad ora, o comunque molto poco, e quel poco non è servito che ad illudere le persone.

Come giudica la mancata riproposizione della commissione speciale Terra dei Fuochi?

Mi sono personalmente lamentato per questa scelta con alcuni esponenti in Regione. Quella commissione non ottenne chissà quali risultati, ma proprio per questo motivo andava migliorata, non eliminata. Bisognava inserire esperti e collaborare con le associazioni e i comitati sul territorio. Toglierla significa spegnere i riflettori sulla questione Terra dei Fuochi, e al buio e nell’ombra agiscono i criminali, non le persone per bene. È uno smacco per tutti i cittadini che soffrono. 

Che cosa vuol dire vivere ad Acerra, in quello che è stato definito il triangolo della morte?

Le faccio una premessa: sbagliammo quando identificammo come pericolosi solo i comuni presenti all’interno del triangolo della morte; poi il tutto s’è allargato alla Terra dei Fuochi, e poi abbiamo scoperto che ci sono Terre dei Fuochi in tutta Italia. È stato un errore, perché i cittadini credettero che chiunque era al di fuori di quel triangolo, pure di un solo metro, fosse al sicuro. Ma l’inquinamento delle falde acquifere, del terreno e dell’aria, così come il Covid-19, non rispetta i confini. E questo ha fatto abbassare la soglia dell’attenzione a tantissima gente. Ad Acerra, su 60mila abitanti, abbiamo avuto almeno quattro o cinque casi di bambini colpiti da medulloblastoma, il tumore maligno al cervello più comune in età pediatrica, che in Italia colpisce sette bambini su un milione. Significa che c’è qualcosa che non va. È una grande sconfitta per tutti. 

Quanto tempo dovremo ancora aspettare per le bonifiche dei terreni inquinati?

Io nutro forti dubbi che si possano effettuare bonifiche in alcuni terreni dove non è mai avvenuta nemmeno la rimozione dei rifiuti. Il rifiuto non resta lì immobile, ma dà vita a tutta una serie di reazioni chimiche dalle conseguenze imprevedibili. Se quegli scarti stanno lì da vent’anni, bonificare costerà talmente tanti soldi che, se non fu fatto all’epoca, non si farà adesso. Però si doveva quantomeno rimuoverli. Io sono molto scettico sulla questione bonifiche.

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Nucleare: arriva “debat public” per il deposito dei rifiuti

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Ci voleva il nucleare. Per far arrivare il dibattito pubblico anche in Italia. Quello che i francesi chiamano ‘debat public’. Ovvero condivisione e trasparenza delle informazioni con le comunita’ e i territori per la scelta del posto in cui costruire grandi impianti. In questo caso, il concetto d’oltrealpe, approda nel nostro Paese per il sito che dovra’ ospitare il deposito dei rifiuti nucleari e l’annesso Parco tecnologico. E’ su questo, in sostanza, l’impegno che dovra’ assumere il governo con l’approvazione – a larghissima maggioranza con 409 voti a favore, un solo contrario, e 22 astenuti di Fratelli d’Italia – della mozione unitaria in Aula a Montecitorio dedicata alla Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi). Nello specifico assicurare che tutte le fasi della (lunga) procedura per la scelta dei siti idonei “siano caratterizzate dalla concertazione e condivisione con le Regioni, i territori e le comunita’ locali interessate, nel rispetto dei principi di trasparenza, leale collaborazione e cooperazione istituzionale, prevedendo una tempistica adeguata che tenga conto della complessita’ della materia e dell’impatto della pandemia sulla operativita’ delle strutture amministrative”. Ma il de’bat public nel nostro Paese non ha avuto finora vita facile. Manca in realta’ una vera e propria regolamentazione. E forse nel ginepraio delle normative taglia-burocrazia – che il Recovery dovrebbe favorire – potrebbe avere qualche speranza. Tenendo anche presente l’eventuale auto-candidatura da parte di Comuni (che comunque devono necessariamente rispettare i requisiti). Per la Lega, dice il capogruppo Riccardo Molinari, e’ “un passo avanti su vincoli e trasparenza. La localizzazione del sito avverra’ con una procedura di dibattito pubblico”. Il M5s – osserva Generoso Maraia – ritiene che in questo modo si garantiscano “i piu’ elevati standard di sicurezza e il massimo coinvolgimento delle comunita’ locali nelle scelte che riguardano il territorio”. Con la mozione approvata, il governo si impegna anche “ad informare preventivamente il Parlamento sugli esiti della consultazione pubblica e sulle scelte dei ministri interessati per la definitiva approvazione della Carta nazionale delle aree idonee”; cioe’ il passo successivo alle ‘aree potenzialmente idonee’, e prodromico per la decisione finale. Sara’ poi necessario mettere nero su bianco anche “i previsti benefici” individuando sia quelli “economici” che quelli di “sviluppo territoriale”, oltre a rendere pubblici i “criteri” sulle “compensazioni economiche e ambientali agli enti locali”, e “assicurare” anche “la massima sicurezza del sito”. A questo si aggiunge che storia e arte del nostro Paese, cioe’ luoghi sotto il cappello dell’Unesco, dovranno essere esclusi; e che si dovra’ chiedere a Sogin (la societa’ dello Stato che si occupa dello smantellamento del vecchio nucleare italiano e del deposito) di integrare la Carta qualora non fossero state prese in considerazione aree militari o siti produttivi dismessi. Un tema, quello dell’urgenza di un ‘debat public’, che emerge dalle parole della capogruppo di FacciamoEco – Verdi, Rossella Muroni: e’ necessario “dare massima priorita’ alla fase della consultazione pubblica. Chiediamo al governo un impegno ad allargare la platea di soggetti che possono partecipare al processo” per “una consultazione pubblica trasparente, inclusiva e imparziale”. Una questione, quella del deposito, che per il Pd – racconta Stefania Pezzopane – “non e’ piu’ rinviabile”; oltre al fatto che “va recuperato un grave ritardo. Siamo di fronte ad una scelta decisiva per l’ambiente, per la transizione ecologica. Il deposito nazionale e’ indispensabile”. In questo modo – conclude – “per la prima volta in Italia la localizzazione di una grande opera avviene mediante una procedura di dibattito pubblico”.

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La Rai incorona Tropea “borgo dei borghi” per il mare e il cielo blu

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Alla fine la “Perla del Tirreno” ce l’ha fatta: ha sbaragliato la concorrenza agguerrita di altri candidati sparsi lungo tutto lo Stivale vincendo il concorso nazionale “Il borgo dei borghi”. Ieri sera su Raitre l’ufficialità della vittoria della cittadina costiera del Vibonese e capitale del turismo con l’annuncio dato dalla conduttrice Camila Raznovich sulle note della canzone di Rino Gaetano “Il cielo p sempre piu’ blu”. Blu come il colore del mare tropeano. Per la citta’ una affermazione prestigiosa, quasi una rivincita, dopo la delusione, e le conseguenti polemiche, per l’esclusione dalla fase finale del concorso per la prossima Capitale della Cultura. L’amministrazione comunale, sulla propria pagina Facebook, alla notizia della vittoria ha commentato con una singola parola: “Booooommmm”. La vittoria della “Perla del Tirreno” non era certo scontata viste le altre 13 citta’ in gara ma i voti online acquisiti sono stati alla fine sufficienti. L’appassionante sfida tra i Borghi piu’ belli d’Italia e’ giunta all’ottava edizione del programma di grande successo che ha permesso di scoprire posti bellissimi. Appena sara’ possibile, Tropea e le alte localita’ torneranno ad essere mete ambite per appassionati d’arte, cultura e gastronomia. Le votazioni si sono chiuse domenica 21 marzo scorso. La finale e’ andata in onda ieri sera, sulla terza rete della Rai. Poco prima delle 23.30, l’annuncio. Gli altri 13 i Borghi piu’ Belli d’Italia in gara sono Geraci Siculo (Palermo), Grottammare (Ascoli Piceno), Buonconvento (Siena), Pietramontecorvino (Foggia), Corciano (Perugia), Campli (Teramo), Albori (Salerno), Poffabro (Pordenone), Finalborgo (Savona), Cocconato (Asti), Pomponesco (Mantova), San Giovanni in Marignano (Rimini), Pico (Frosinone).

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Avvistato un esemplare di foca monaca nel mare della Calabria

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La foca monaca e’ stata avvistata nel mare della Calabria. Un esemplare e’ stato ripreso in video postati anche su social mentre nuotava nelle acque antistanti i promontori Colonna e Cimiti, a pochi metri dalla costa. L’ultimo avvistamento di questo animale era avvenuto una decina di anni fa nei pressi di Le Castella. Ora, da circa un mese, si susseguono gli avvistamenti nel golfo di Taranto, partendo da Metaponto, Policoro, Schiavonea, e, da ultimo, qualche giorno fa, nei pressi di Cirò Marina. La foca monaca mediterranea e’ uno dei piu’ rari mammiferi marini, e per questo viene indicata anche come ‘fantasma del mediterraneo, ed e’ l’unico pinnipede stabilmente presente nel Mare nostrum. Si stima che sopravvivano in natura meno di 700 esemplari. La vita della foca monaca si svolge soprattutto in mare, ma durante il periodo riproduttivo predilige i tratti vicini alle coste, dove cerca spiagge isolate, sistemandosi prevalentemente in grotte o piccoli anfratti accessibili solo dal mare, molto simili a quelli che caratterizzano la costa che va da Capo Colonna a Le Castella, perche’ il parto e l’allattamento si svolgono esclusivamente sulla terra ferma.

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