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Economia

Voli cancellati, Ue: risarcimento dovuto anche con caro carburante, salvo casi eccezionali

L’Ue chiarisce: il caro carburante non basta a evitare i risarcimenti per voli cancellati. Compensazioni garantite ai passeggeri.

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La Commissione europea chiarisce la linea sui voli cancellati: il semplice aumento del costo del carburante non giustifica l’esonero delle compagnie aeree dal pagamento delle compensazioni ai passeggeri.

L’unica circostanza straordinaria riconosciuta, in questo ambito, resta una reale carenza di carburante. Una condizione che, allo stato, non si è ancora verificata su larga scala.

I diritti dei passeggeri

Secondo Bruxelles, in caso di cancellazioni legate a scelte economiche – come l’eliminazione di tratte meno redditizie – i viaggiatori hanno diritto non solo al rimborso, ma anche alla compensazione economica prevista dalla normativa europea.

Un orientamento ribadito dal commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas, che ha invitato le compagnie a rispettare pienamente gli obblighi verso i passeggeri.

Il rischio legato allo stretto di Hormuz

L’attenzione resta alta sulle conseguenze della crisi internazionale, in particolare per un eventuale blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota significativa del carburante destinato all’Europa.

Al momento, l’Unione importa circa il 40% del jet fuel, con una parte rilevante legata a quell’area geografica.

Le misure allo studio

Bruxelles sta preparando nuove linee guida, attese a maggio, per chiarire ulteriormente diritti e obblighi in caso di crisi energetiche.

Tra le iniziative previste:

  • creazione di un osservatorio europeo sui carburanti
  • ricerca di forniture alternative
  • possibile introduzione di scorte minime obbligatorie per gli Stati membri

Il contesto economico e politico

Nel frattempo, il tema energetico si intreccia con quello delle politiche economiche europee. Il vicepremier Matteo Salvini ha rilanciato la richiesta di sospensione del Patto di stabilità, ipotesi che tuttavia non trova riscontri a Bruxelles.

La Commissione punta invece su interventi mirati e temporanei, evitando misure generalizzate.

Uno scenario ancora incerto

L’Europa, pur non essendo in una situazione di emergenza, riconosce il rischio di possibili tensioni sul fronte del carburante.

L’obiettivo, secondo Bruxelles, è prevenire shock futuri garantendo trasparenza nei mercati e tutela dei consumatori, senza compromettere l’equilibrio del sistema economico.

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Economia

Petrolio, allarme scorte mondiali: “Vicini ai minimi da dieci anni”, rischio scarsità e nuova crisi economica

Le scorte mondiali di petrolio stanno scendendo ai minimi dal 2016 mentre il blocco dello stretto di Hormuz e le tensioni geopolitiche spingono il Brent oltre i 100 dollari al barile. UBS avverte sul rischio di scarsità energetica globale, mentre Exxon e gli analisti temono nuove spinte inflazionistiche e danni all’economia mondiale.

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Le scorte mondiali di petrolio stanno scendendo rapidamente verso i livelli più bassi degli ultimi dieci anni, alimentando il timore di una nuova crisi energetica globale. Non si tratta più soltanto di rincari record del greggio, ma del rischio concreto di scarsità di approvvigionamenti in alcune aree del pianeta, con possibili ripercussioni pesantissime sull’economia mondiale.

L’allarme arriva dagli analisti di UBS mentre continua la paralisi dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita una quota enorme del petrolio mondiale.

Scorte mondiali verso il minimo dal 2016

Secondo UBS, entro la fine di maggio le scorte petrolifere globali potrebbero scendere a circa 7,6 miliardi di barili, contro gli 8,2 miliardi registrati a febbraio.

Si tratterebbe del livello più basso dal 2016, nonostante i tentativi dei governi di arginare l’emergenza attraverso il rilascio delle riserve strategiche e il rallentamento della domanda registrato ad aprile.

La situazione viene aggravata dal blocco parziale dello stretto di Hormuz, dove il traffico delle petroliere continua a procedere a rilento a causa delle tensioni militari nel Golfo Persico.

Brent oltre i 100 dollari, WTI a quota 110

Il mercato petrolifero sta già reagendo con un’impennata delle quotazioni.

Dall’inizio del conflitto nel Golfo, il Brent è salito di circa il 50%, superando i 100 dollari al barile, mentre il WTI americano viaggia attorno ai 110 dollari.

Ma il problema, sottolineano gli analisti, non riguarda soltanto i prezzi. La distribuzione delle scorte non è uniforme e alcune economie rischiano di trovarsi di fronte a vere carenze di petrolio, con conseguenze dirette su trasporti, industria e consumi.

Pressioni anche dalle sanzioni sul petrolio russo

A rendere ancora più instabile il quadro contribuiscono le nuove tensioni sul petrolio russo.

Secondo indiscrezioni riportate dai media americani, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe lasciato decadere alcune deroghe alle sanzioni che consentivano a Paesi come l’India di acquistare greggio russo trasportato via mare.

Parallelamente, gli attacchi dei droni ucraini contro infrastrutture energetiche russe stanno creando ulteriori difficoltà alla capacità produttiva e logistica di Mosca.

Exxon: “Il mercato non ha ancora visto il vero impatto”

A rafforzare le preoccupazioni è intervenuto anche Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil.

Secondo Woods, il mercato petrolifero “non ha ancora pienamente assorbito l’impatto della perdita di forniture”. E avverte che, se le scorte commerciali continueranno a ridursi, i prezzi potrebbero salire ulteriormente.

Inflazione e tassi: il rischio recessione per Europa e Usa

L’impennata del petrolio sta già producendo effetti sull’inflazione globale. Il rialzo dei costi energetici e dei trasporti sta costringendo le banche centrali a mantenere politiche monetarie restrittive.

La Banca Centrale Europea continua infatti a monitorare con attenzione il rischio di una nuova accelerazione inflazionistica.

Il combinarsi di energia cara, tassi elevati e rallentamento economico rischia di innescare un circolo vizioso per famiglie e imprese. L’Eurozona e l’intera Unione Europea mostrano già segnali di frenata del Pil, con prospettive che potrebbero peggiorare se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi.

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Economia

Guerre e inflazione preoccupano le banche europee: cala la solidità patrimoniale, ma gli utili restano alti

Le banche europee iniziano a risentire delle tensioni geopolitiche e delle incertezze economiche legate alle guerre e all’inflazione. Cala il coefficiente patrimoniale Cet1, mentre resta stabile la qualità del credito. In Italia i principali gruppi bancari superano i 7 miliardi di utili nel primo trimestre 2026, ma continua la riduzione di sportelli e occupati.

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Le tensioni geopolitiche e i timori per un rallentamento economico iniziano a riflettersi sui conti delle banche europee. La guerra in Medio Oriente e le incertezze sull’inflazione spingono gli istituti di credito verso una fase di maggiore prudenza, mentre le autorità di vigilanza osservano con attenzione l’evoluzione dei rischi.

Secondo un’analisi di Bloomberg Intelligence sui risultati del primo trimestre, il sistema bancario europeo registra una flessione del coefficiente di patrimonializzazione, pur mantenendo ancora stabile la qualità del credito.

Cala il coefficiente patrimoniale delle banche europee

Il dato più significativo riguarda il Cet1, il principale indicatore di solidità patrimoniale degli istituti di credito. Nel primo trimestre il coefficiente è sceso al 14,8%, anche a causa dei consistenti programmi di riacquisto di azioni proprie avviati dalle banche.

Gli analisti sottolineano però che lo scenario internazionale resta fragile. Le conseguenze economiche della guerra in Iran, spiegano, “devono ancora farsi sentire” e potrebbero incidere sia sulla crescita economica sia sull’andamento dell’inflazione.

In questo contesto, banche e autorità di vigilanza potrebbero rivedere le strategie di distribuzione del capitale. Dividendi e buyback potrebbero essere rallentati o ridimensionati se il quadro macroeconomico dovesse peggiorare.

Crediti deteriorati ancora sotto controllo

Per il momento la qualità degli attivi resta solida. I crediti deteriorati delle banche europee sono aumentati di appena 13 punti base rispetto alla fine del 2025.

Secondo Bloomberg Intelligence, la tenuta del credito è particolarmente significativa considerando gli elevati costi del debito e la debolezza economica di alcuni Paesi europei. Tuttavia, il rischio di un deterioramento degli attivi continua a essere presente.

Gli analisti evidenziano inoltre che l’impatto della crisi iraniana sul sistema finanziario europeo non si è ancora manifestato pienamente, mentre le esposizioni verso il credito privato risultano al momento contenute e non problematiche.

Liquidità solida per gli istituti del Vecchio Continente

Resta elevato anche il livello di liquidità del sistema bancario europeo. Il coefficiente Lcr, che misura la capacità delle banche di far fronte a shock di breve periodo, si attesta al 154%, un livello considerato ancora ampiamente rassicurante.

Le banche italiane chiudono un trimestre da oltre 7 miliardi di utili

In Italia, invece, i principali gruppi bancari continuano a registrare risultati molto robusti. Secondo l’analisi della Fondazione Fiba di First-Cisl, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Monte dei Paschi di Siena e BPER Banca hanno realizzato nel primo trimestre oltre 7 miliardi di euro di utili, con una crescita del 3,3%.

A sostenere i risultati sono soprattutto i proventi operativi, aumentati del 3,7%, trainati dalla crescita delle commissioni nette (+4%) e dal rafforzamento delle attività legate al risparmio gestito.

Meno sportelli e meno occupati nel settore bancario

Prosegue però il processo di riduzione della rete fisica e del personale. Nel confronto con il primo trimestre del 2025, le filiali dei principali gruppi bancari italiani diminuiscono di 375 unità (-3,1%), mentre gli occupati si riducono di 4.729 lavoratori (-2,1%).

I costi operativi restano sotto controllo (-0,8%), con il costo del personale sostanzialmente stabile.

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Ambiente

Nucleare, l’ad di Sogin: “Tre centrali italiane potrebbero essere ancora in funzione”

L’amministratore delegato di Sogin, Gian Luca Artizzu, sostiene che almeno tre delle quattro centrali nucleari italiane oggi in dismissione avrebbero potuto essere ancora operative. Durante l’iniziativa “Open Gate”, il manager ha parlato delle centrali di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, riaprendo il dibattito sul nucleare in Italia e sul tema dello smantellamento degli impianti.

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Le parole dell’amministratore delegato di Sogin, Gian Luca Artizzu (foto Imagoecnomica), riaprono il dibattito sul futuro dell’energia nucleare in Italia e sul destino delle storiche centrali italiane oggi in fase di smantellamento.

Durante l’iniziativa “Open Gate”, che ha consentito al pubblico di visitare gli impianti nucleari dismessi di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, Artizzu ha sostenuto che almeno tre delle quattro centrali italiane avrebbero potuto essere ancora operative.

“Trino e Caorso potevano essere ancora attive”

L’intervento più significativo è arrivato proprio dalla centrale Enrico Fermi di Trino, in provincia di Vercelli. Secondo Artizzu, molti degli impianti italiani avrebbero potuto proseguire la produzione energetica ancora per anni.

“Noi stiamo smantellando delle tecnologie che oggi sarebbero potute essere in funzione”, ha dichiarato l’ad di Sogin.

Riferendosi alla centrale piemontese, Artizzu ha spiegato che si sarebbe potuto discutere persino di un prolungamento dell’attività per altri dieci anni, come avviene attualmente in Francia per diversi reattori nucleari.

Anche la centrale di Caorso, secondo il manager, “sarebbe oggi pienamente in funzione”, mentre Latina avrebbe potuto continuare almeno parzialmente la propria attività. Più complessa invece la situazione del Garigliano, considerata la struttura maggiormente interessata da sperimentazioni tecnologiche.

Il peso dello smantellamento nucleare

L’amministratore delegato di Sogin ha poi sottolineato un aspetto tecnico spesso poco discusso: le centrali nucleari italiane furono progettate in un’epoca in cui il tema del decomissioning praticamente non esisteva.

“Queste centrali sono nate per non essere smantellate”, ha spiegato Artizzu, ricordando come all’epoca non fossero ancora diffusi i concetti di economia circolare e pianificazione della dismissione industriale.

Secondo Sogin, l’assenza di strategie tecniche e progettuali dedicate allo smantellamento ha costretto la società a sviluppare da zero procedure, disegni e metodologie operative per la bonifica degli impianti.

“Orgoglio e frustrazione”

Le parole finali dell’ad di Sogin hanno assunto anche un tono personale e simbolico. Visitando gli impianti nucleari italiani, Artizzu ha raccontato di provare sentimenti contrastanti.

“Quando entro in questi impianti provo un senso di orgoglio, ma anche di frustrazione”, ha detto, sintetizzando il doppio significato storico e industriale delle centrali italiane: da un lato il patrimonio tecnologico costruito negli anni del grande sviluppo energetico, dall’altro la lunga e complessa stagione della dismissione seguita all’abbandono del nucleare in Italia.

Un tema destinato a tornare centrale

Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui il tema dell’energia nucleare è tornato al centro del confronto europeo e internazionale, soprattutto per ragioni legate alla sicurezza energetica, alla riduzione delle emissioni e all’autonomia strategica.

Le parole di Sogin non modificano il quadro normativo italiano, ma riportano sotto i riflettori una domanda che periodicamente riemerge nel dibattito pubblico: quale sarebbe oggi il ruolo del nucleare nel sistema energetico italiano se quelle centrali non fossero state chiuse?

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