Cronache
Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, il maxi-processo entra nella fase finale
Si è chiusa l’istruttoria dibattimentale nel maxi-processo per le presunte violenze commesse il 6 aprile 2020 nel reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Dal 29 giugno partirà la requisitoria dei pm, poi sarà la volta delle difese.
Ci sono processi che non riguardano soltanto gli imputati e le parti offese. Riguardano il modo in cui uno Stato guarda dentro i propri luoghi più chiusi, quelli dove la forza pubblica incontra persone private della libertà e dove proprio per questo le garanzie devono essere più alte, non più deboli. Il maxi-processo per le presunte violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere entra ora nella sua fase decisiva.
Dopo oltre tre anni e mezzo si è chiusa l’istruttoria dibattimentale davanti alla Corte d’Assise del tribunale sammaritano. Al centro del procedimento ci sono i fatti del 6 aprile 2020, avvenuti nel reparto Nilo dell’istituto penitenziario, durante la fase più dura dell’emergenza Covid.
Dal 29 giugno la requisitoria dei pm
Il presidente del collegio, Claudia Picciotti, ha reso noto che dal 29 giugno partirà la requisitoria dei pubblici ministeri Alessandro Milita, Alessandra Pinto e Daniela Pannone. La Procura ha indicato una durata iniziale di quattro o cinque udienze, ma il calendario definitivo dovrà essere precisato entro il 15 giugno.
La complessità del procedimento e il numero degli imputati lasciano però prevedere tempi più lunghi. Non è escluso che la requisitoria possa protrarsi fino alle ferie estive di luglio, con l’avvio delle discussioni degli avvocati solo a settembre.
Centocinque imputati davanti alla Corte
Il processo vede 105 imputati, in gran parte agenti della polizia penitenziaria, ma anche funzionari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e medici dell’Asl in servizio nel carcere casertano all’epoca dei fatti.
Le accuse, che saranno valutate dalla Corte, riguardano le violenze che secondo l’impostazione della Procura sarebbero state commesse ai danni dei detenuti del reparto Nilo. Le posizioni degli imputati restano naturalmente distinte e tutte da accertare, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
I fatti del 6 aprile 2020
Il procedimento nasce da quanto accadde nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, dopo le proteste dei detenuti durante l’emergenza pandemica. Secondo la ricostruzione dell’accusa, la risposta all’interno dell’istituto sarebbe degenerata in condotte violente ai danni di numerosi reclusi.
Il processo ha avuto una forte rilevanza nazionale anche per la diffusione delle immagini interne al carcere, che provocarono indignazione e aprirono un ampio dibattito sulla tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute e sui limiti dell’uso della forza negli istituti penitenziari.
Un processo lungo e complesso
L’istruttoria dibattimentale è durata oltre tre anni e mezzo. In aula sono stati esaminati testimoni, documenti, filmati, consulenze e ricostruzioni difensive e accusatorie. La mole del materiale processuale e il numero delle posizioni coinvolte rendono il procedimento particolarmente articolato.
La chiusura dell’istruttoria segna un passaggio importante, ma non una conclusione. Ora comincia la fase delle valutazioni finali: prima la Procura, poi le parti civili, quindi le difese degli imputati. Solo al termine di questo percorso la Corte d’Assise sarà chiamata a decidere.
Il nodo delle garanzie
Il caso Santa Maria Capua Vetere resta uno dei procedimenti più delicati degli ultimi anni sul rapporto tra carcere, potere pubblico e diritti dei detenuti. Da una parte c’è l’esigenza di accertare se vi siano state violenze, abusi e responsabilità individuali. Dall’altra c’è il diritto di ogni imputato a essere giudicato sulla base delle prove e non sulla spinta dell’impatto mediatico del caso.
È proprio questo equilibrio a rendere il processo così importante. La gravità delle contestazioni impone rigore. La presunzione di innocenza impone misura. La credibilità dello Stato passa anche dalla capacità di accertare i fatti senza scorciatoie, senza vendette e senza zone d’ombra.
La fase finale
Con la chiusura dell’istruttoria dibattimentale, il maxi-processo entra nella sua fase finale. La requisitoria della Procura sarà il momento in cui l’accusa ricostruirà il proprio impianto e avanzerà le richieste alla Corte. Le difese avranno poi il compito di contestare, distinguere, ridimensionare o respingere le singole contestazioni.
Per Santa Maria Capua Vetere, per il sistema penitenziario e per l’opinione pubblica, si avvicina dunque il momento più atteso. Non quello delle immagini, non quello delle reazioni immediate, ma quello della decisione giudiziaria. È lì che una vicenda drammatica e complessa dovrà trovare il suo accertamento.
Cronache
«Vattene o ti spariamo», minacce all’ex pentito e alla famiglia: quattro arresti a Maddaloni
Quattro persone sono state arrestate a Maddaloni con l’accusa di avere minacciato e aggredito un ex collaboratore di giustizia per costringerlo a lasciare l’abitazione. Minacce anche alla compagna, avvicinata mentre era con il figlio piccolo.
«Ora te ne devi andare, prima che ti spariamo». Sarebbero state queste le parole rivolte a un ex collaboratore di giustizia durante una violenta aggressione avvenuta a Maddaloni, nel Casertano. L’uomo sarebbe stato colpito alla testa con il calcio di una pistola e costretto, insieme alla compagna, a lasciare l’abitazione nella quale viveva.
Per la vicenda i Carabinieri della Compagnia di Maddaloni hanno arrestato quattro persone in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari di Napoli Mariano Sorrentino, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.
Le minacce alla compagna e al bambino
La prima intimidazione risalirebbe al primo maggio. La compagna dell’ex collaboratore di giustizia sarebbe stata avvicinata mentre si trovava in strada con il figlio piccolo.
«Anche tu e tuo figlio ve ne dovete andare da Maddaloni, sei la compagna di un pentito, altrimenti ce la prendiamo con te», le avrebbero detto gli indagati.
Secondo la ricostruzione investigativa, le minacce avrebbero avuto l’obiettivo di colpire l’intero nucleo familiare, sfruttando il passato dell’uomo, già legato al clan Sacco-Bocchetti e successivamente collaboratore di giustizia.
L’aggressione con la pistola
La mattina successiva, il 2 maggio, il gruppo avrebbe raggiunto direttamente l’ex collaboratore di giustizia.
Uno degli aggressori lo avrebbe colpito alla testa con il calcio di una pistola, mentre gli altri avrebbero tentato di prenderlo a schiaffi e pugni.
All’uomo sarebbe stato intimato di lasciare immediatamente Maddaloni, accompagnando la minaccia con un chiaro riferimento alla sua scelta di collaborare con la giustizia.
L’obiettivo dell’abitazione popolare
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le intimidazioni non sarebbero state dettate soltanto da una volontà di vendetta nei confronti dell’ex pentito.
L’obiettivo sarebbe stato quello di costringere la famiglia ad abbandonare un’abitazione popolare, per consentire successivamente ad altre persone di prenderne possesso.
Dopo l’allontanamento dell’uomo e della compagna, l’alloggio sarebbe stato occupato. Sarebbero poi seguite ulteriori pressioni per convincere la coppia ad accettare una somma simbolica come compensazione per la perdita della casa.
Le accuse contestate
Le quattro persone raggiunte dalla misura cautelare sono accusate, a vario titolo, di violenza privata aggravata e continuata in concorso e di detenzione e porto illegale di arma da fuoco.
I reati sono contestati con l’aggravante del metodo mafioso, in relazione alle modalità delle minacce, alla forza intimidatoria esercitata e ai presunti collegamenti degli indagati con ambienti criminali del territorio.
Le indagini sono state condotte dai Carabinieri del Nucleo operativo di Marcianise e della Compagnia di Maddaloni.
Le indagini della Direzione antimafia
Gli investigatori hanno ricostruito le fasi della vicenda attraverso testimonianze, accertamenti e altri elementi raccolti dopo la denuncia delle vittime.
L’ordinanza cautelare recepisce l’impostazione accusatoria della Procura, che dovrà essere verificata nel corso del procedimento e nel contraddittorio con le difese.
Le persone arrestate devono essere considerate innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva, secondo il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.
Cronache
Pordenone, il Tar salva la cornacchia: sospeso l’ordine di abbattimento
Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso le due ordinanze del sindaco di Pordenone che autorizzavano l’abbattimento di una cornacchia ritenuta responsabile di comportamenti aggressivi. Accolto il ricorso della Lav, che chiede soluzioni alternative e non cruente.
La cornacchia di Pordenone non potrà essere abbattuta. Il Tar del Friuli Venezia Giulia ha sospeso con effetto immediato le due ordinanze firmate dal sindaco Alessandro Basso per autorizzare l’uccisione dell’animale, ritenuto responsabile di ripetuti comportamenti aggressivi nei confronti dei passanti.
Il provvedimento è stato adottato dopo il ricorso presentato dalla Lav, che aveva contestato la scelta del Comune sostenendo la possibilità di utilizzare sistemi alternativi e non cruenti.
Gli attacchi ai passanti
La vicenda riguarda una cornacchia presente nell’area di via Damiani, dove nelle ultime settimane erano stati segnalati diversi episodi di aggressività.
Secondo le ricostruzioni, l’animale avrebbe compiuto voli ravvicinati e colpito alcuni passanti. Il comportamento sarebbe collegato alla presenza di un nido e alla necessità di proteggere i piccoli durante la fase della riproduzione.
Dopo le segnalazioni e alcuni tentativi di monitoraggio e cattura, il sindaco aveva emanato una prima ordinanza che autorizzava l’abbattimento per ragioni di sicurezza pubblica.
Le due ordinanze del Comune
Il primo provvedimento era stato contestato dalle associazioni animaliste, secondo le quali l’uccisione non rappresentava una soluzione proporzionata.
Nel frattempo, dopo il mancato esito dei tentativi di cattura, il Comune aveva firmato una seconda ordinanza dai contenuti sostanzialmente analoghi.
Entrambi i provvedimenti sono stati impugnati davanti al Tribunale amministrativo regionale, con la richiesta urgente di bloccare qualsiasi intervento che potesse provocare la morte dell’animale.
La decisione del Tar
Il Tar ha ritenuto necessario sospendere immediatamente la parte delle ordinanze che autorizzava l’abbattimento.
L’uccisione della cornacchia avrebbe infatti determinato un danno irreversibile prima ancora che il giudice potesse esaminare nel merito la legittimità dei provvedimenti comunali.
La sospensione non impedisce però all’Amministrazione di adottare altre misure per ridurre il rischio e proteggere i cittadini, a condizione che non comportino la soppressione dell’animale.
La posizione della Lav
La Lav ha accolto favorevolmente la decisione e ha ribadito la propria contrarietà all’abbattimento.
«La condanna a morte degli animali è sempre inaccettabile, tanto più quando si tratta di comportamenti di difesa della prole», ha dichiarato Massimo Vitturi, responsabile dell’area Animali selvatici dell’associazione.
Secondo la Lav, l’aggressività della cornacchia sarebbe limitata alla fase di protezione del nido e destinata quindi a ridursi con la crescita e l’allontanamento dei piccoli.
La richiesta di soluzioni alternative
L’associazione animalista ha chiesto al Comune di aprire un confronto per individuare sistemi capaci di garantire contemporaneamente la sicurezza delle persone e la tutela della fauna selvatica.
Tra le possibili misure vi sono la delimitazione temporanea dell’area, l’installazione di cartelli informativi, l’utilizzo di percorsi alternativi e l’intervento di personale specializzato nella gestione degli animali selvatici.
La decisione del Tar riporta così la vicenda sul terreno della convivenza tra cittadini e fauna urbana, escludendo per il momento la soluzione più drastica e lasciando aperta la ricerca di interventi meno invasivi.
Cronache
Gatto Leone, dopo due anni e mezzo ancora nessun colpevole: AIDAA incarica un criminologo
A due anni e mezzo dalla morte del gatto Leone, trovato scuoiato vivo ad Angri, non sono ancora stati individuati i responsabili. Le sue ceneri sono tornate al canile di Cava de’ Tirreni e AIDAA annuncia il coinvolgimento di un criminologo.
Due anni e mezzo dopo, il nome di Leone continua a chiedere giustizia. Il gatto trovato ad Angri in condizioni disperate, con gravissime lesioni su gran parte del corpo, morì dopo alcuni giorni nonostante le cure dei volontari e dei veterinari del canile municipale di Cava de’ Tirreni. La sua storia commosse l’Italia, ma chi gli inflisse quelle torture non è stato ancora individuato.
Nei giorni scorsi, dopo il dissequestro della salma e la cremazione, le ceneri del felino sono tornate nella struttura che lo aveva accolto e assistito durante gli ultimi giorni di vita.
Le ceneri tornano al canile
Il corpo di Leone era rimasto a disposizione dell’autorità giudiziaria per le esigenze investigative legate alla ricostruzione dell’accaduto.
Dopo il dissequestro è stato possibile procedere alla cremazione e riportare l’urna al canile municipale di Cava de’ Tirreni, dove i volontari avevano tentato fino all’ultimo di salvarlo.
Il ritorno delle ceneri chiude il lungo percorso materiale della sua vicenda, ma lascia ancora aperta la domanda principale: chi ha torturato Leone?
Il caso che commosse l’Italia
Il gatto era stato ritrovato per strada ad Angri nel dicembre 2023 e trasportato in condizioni gravissime nella struttura veterinaria.
Nonostante le cure, morì dopo quattro giorni di agonia. Le immagini e il racconto delle sue condizioni provocarono una vasta mobilitazione.
Ad Angri si svolsero fiaccolate e manifestazioni con migliaia di partecipanti, mentre il caso arrivò anche all’attenzione del Parlamento. Associazioni e cittadini chiesero che venissero individuati e puniti i responsabili.
Nessuna traccia degli autori
A distanza di due anni e mezzo, tuttavia, non risultano persone identificate come responsabili delle sevizie.
Le indagini non hanno finora condotto a una ricostruzione definitiva dell’accaduto né all’individuazione dell’autore o degli autori.
Proprio per evitare che la vicenda finisca nel dimenticatoio, l’Associazione italiana difesa animali e ambiente ha deciso di rilanciare una campagna per raccogliere nuove informazioni.
AIDAA annuncia un criminologo
Il presidente di AIDAA, Lorenzo Croce, ha annunciato la produzione di alcuni video con i quali l’associazione ha chiesto ai cittadini di fornire elementi utili a individuare una pista credibile.
Secondo Croce, in pochi giorni sarebbero arrivate numerose segnalazioni. L’associazione ha quindi deciso di incaricare un criminologo, il cui nome dovrebbe essere comunicato successivamente.
Il professionista dovrebbe contribuire a delineare un possibile profilo dell’autore o degli autori, partendo dalle informazioni raccolte e dalle modalità delle violenze inflitte al gatto.
Segnalazioni da verificare
Le segnalazioni ricevute dall’associazione dovranno essere attentamente verificate prima di poter assumere un valore concreto.
Al momento non è stata annunciata alcuna svolta ufficiale nelle indagini, né risultano persone sottoposte ad accertamenti in relazione alla morte di Leone.
L’eventuale riapertura o sviluppo dell’attività investigativa spetterebbe comunque agli organi competenti, sulla base di elementi ritenuti attendibili e rilevanti.
Una ferita ancora aperta
La vicenda di Leone resta uno dei casi più drammatici di violenza contro gli animali avvenuti negli ultimi anni in Italia.
Il ritorno delle sue ceneri al canile riporta l’attenzione su una storia che provocò dolore, indignazione e una mobilitazione collettiva senza precedenti.
Finché non sarà accertato chi abbia compiuto quelle sevizie, il caso Leone resterà una ferita aperta per Angri e per quanti chiedono una tutela più efficace degli animali.


