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Cronache

Violati gli account di Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report

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La denuncia di Sigfrido Ranucci, volto e autore storico di Report, trasmissione d’inchiesta della Rai, desta preoccupazione. “Hanno violato i miei account aziendali, cellulare, email, dati anagrafici, indirizzo e mi è stato detto che gli hacker hanno agito da un Paese dell’Est europeo“. Chi l’ha detto a Ranucci di questa violazione? “Sono stato informato dalla mia banca (Unicredit, ndr)  di questa gravissima violazione che mirava ad ottenere i miei dati anagrafici, l’indirizzo di casa mia, il numero di telefono cellulare e la mail aziendale. Mi è stato specificato che è una violazione ex novo , cosa diversa dall’attacco informatico di cui sono rimasti vittima milioni di utenti di Unicredit”, ha spiegato Ranucci. Che tipo di violazioni sono state commesse? Quali dati sono stati captati? Secondo quanto emerge dai primi accertamenti la violazione ha riguardato tutte le informazioni presenti dal 2015 nell’archivio della banca dove quattro anni fa il giornalista ha aperto un conto. Non sarebbe stato preso un solo euro ma sarebbero state prese informazioni su di lui. Quali informazioni? Quelle tipiche di un conto corrente. Accrediti, addebiti, spese varie. La security della Rai appena  verificare informata dal conduttore di report sta facendo una seria ricognizione delle utenze di Ranucci per verificare se ci sono spyware che possono aver penetrato  un indirizzo mail o un cellulare per poter entrare nell’intranet aziendale. Perchè se così fosse la situazione sarebbe grave. Ranucci è il responsabile della trasmissione, attraverso lui passano le inchieste e tutte le informazioni sensibili relative alle inchieste di Report. Ma quale è lo scopo di questa violazione? E cosa c’era tra i dati acquisiti dagli hacker? C’è un  rapporto tra le violazioni digitali sul conto di Ranucci e le inchieste di Report?  Nessuno può dirlo. Il fatto che gli hacker abbiano agito da un Paese dell’Est non ci autorizza a mettere in relazione le inchieste di Report su Moscopoli e i falsi account social con le violazioni. Certo lo si può sospettare.  Ma bisogna aspettare per capire.

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Cronache

Palamara comprò un chiosco in Sardegna usando come prestanome il commercialista De Giorgio

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Un capitolo, l’ennesimo, della parabola del magistrato Luca Palamara. Era un potente nella magistratura. Ora è nella polvere per l’inchiesta di Perugia e un poco alla volt vengono a galla problemi giudiziari, problemi etici, storie di affari economici benchè leciti non proprio edificanti. L’ultima su Palamara ha poco a che vedere con  la sua espulsione dall’Anm o le rivelazioni dei suoi rapporti incestuosi con la politica. No, l’ultima storia è quella del chiosco e del lido in Sardegna. Il magistrato sarebbe proprietari di quote di una società titolare di una spiaggia. Questa storia viene raccontata alla Guardia di Finanza dal suo presunto “prestanome”, il commercialista Andrea De Giorgio. “Ho sottoscritto le quote di una società, la Kando Beach, che gestisce un bar-chiosco situato su una spiaggia in Sardegna dove sia io sia Luca Palamara trascorriamo da anni le vacanze estive. Abbiamo questa società con Federico Aureli e Federico Crotti che, in particolare, gestisce le strutture della spiaggia (sdraio e ombrelloni). La società è stata costituita nel 2016 da me, Aureli e Crotti ma io sono il prestanome di Palamara (intestatario formale in via fiduciaria) (…). Ho versato un capitale di mille euro e poi ho corrisposto una somma per rilevare il ramo d’ azienda: 23 mila euro. Ho anticipato questa somma e Palamara sinora mi ha restituito circa 13-14 mila euro facendosi carico di alcune mie spese personali. Io ho sottoscritto la costituzione della società per andare incontro al suo desiderio e gli accordi erano che alla maggiore età della figlia le avrei ceduto le quote”.
Quella raccontata da De Giorgio sarebbe la storia del Kando Beach,  chiosco e spiaggia di fronte a Tavolara, di proprietà di Luca Palamara.  A rendere però credibile il racconto del “fiduciario” di Palamara c’è anche il racconto dell’altro socio, Federico Aureli. Che cosa dice Aureli? “lo penso – dunque è una sua idea – che le quote sono state formalmente acquistate da De Giorgio con il quale ho stipulato il contratto assieme a Crotti. Ma ritengo che l’interessamento alla società fosse di Palamara, nel senso che penso che De Giorgio figurasse al posto di Palamara”. Un modo gentile per dire “prestanome”. Ma a prescindere da queste due confessioni, la Finanza aveva agli atti dei messaggi che certificherebbero il ruolo del magistrato nella gestione della società.
Per ora non c’è nulla di rilevante sotto il profilo penale, certo dal punto di vista disciplinare la storia ha una sua rilevanza. La versione della difesa di Palamara su questa storia? Palamara ha acquistato nell’interesse di una figlia una piccola quota di un chiosco di bibite e panini. Non ha la proprietà di un lido. Non solo: la legge consente di acquisire quote societarie. Dunque perchè si indaga su una cosa che non ha nessuna rilevanza penale? Per la scelta di Palamara di aver scelto come “intestatario formale e fiduciario” il commercialista De Giorgio. Questo professionista, forse per puro caso, fu poi nominato custode giudiziario in due procedimenti nel tribunale di Roma. Ad affidargli un incarico era stato il pm Stefano Fava, indagato a Perugia per favoreggiamento proprio di Palamara. De Giorgio è un eccellente professionista ed ha ottenuto incarichi dal  tribunale per  suoi meriti, è la tesi dei legali di Palamara. Ed è probabile che sia così. C’è agli atti della Gdf un messaggio di De Giorgio che ringraziava “Luca per l’incarico ottenuto da Stefano”. «Per i finanzieri Luca è Palamara, Stefano è il pm Fava.

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Silvia Romano, prima intervista da libera: per me il velo è un simbolo di libertà

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Durante la prigionia in Somalia “a un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno”. Lo ha raccontato Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya a novembre del 2018 e liberata dopo 18 mesi di prigionia a maggio, intervistata dal giornale online La Luce. “Dopo aver letto il Corano non ci trovai contraddizioni e fin da subito sentii che era un libro che guidava al bene – ha raccontato Romano, che nel corso dell’anno e mezzo di prigionia si è convertita all’Islam. “Ad un certo punto – ha detto – sentii che era un miracolo, per questo la mia ricerca spirituale continuava e acquisivo sempre più consapevolezza dell’esistenza di Dio”. Silvia Romano, intervistata da Davide Piccardo, coordinatore del Caim, ha anche raccontato “la prima volta che mi sono rivolta a Lui”. In Somalia, ha ricordato Romano, “era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia. Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire”.

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Abusi su ex guida, condannato il presidente di Napoli Sotterranea

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 La quinta sezione del Tribunale di Napoli (collegio A, presidente Cristiano) ha condannato a un anno e otto mesi di reclusione (pena sospesa) Vincenzo Albertini, 59 anni, presidente dell’associazione culturale “Napoli Sotterranea” accusato di violenza sessuale da una sua ex collaboratrice, Grazia Gagliardi, di 34 anni. Riconosciuta dai giudici la violenza sessuale ma di minore gravita’. L’imputato e’ stato anche condannato all’interdizione temporanea dai pubblici uffici (anche questa pena e’ stata sospesa). Inviati in Procura gli atti relativi a cinque testimoni della difesa, per ulteriori approfondimenti. Il pm Barbara Aprea, lo scorso 20 gennaio, al termine della requisitoria, aveva chiesto sette anni di reclusione per Albertini, che e’ stato difeso dagli avvocati Sergio Pisani e Maurizio Zuccaro. Rigettata le richieste di provvisionale: l’avvocato Alessandro Eros D’Alterio, legale di parte civile della Gagliardi, e il legale del Comune di Napoli, Marco Buzzo, avevano chiesto, rispettivamente, 250mila euro e 50mila euro di provvisionale. Albertini (che non era presente in aula, mentre era presente la vittima) venne rinviato a giudizio il 3 luglio 2019, dal gup di Napoli Anna Tirone, che accolse la richiesta del pm Stella Castaldo. Lo scorso 10 febbraio il Comune di Napoli ha annunciato il mancato rinnovo concessione del sito di “Napoli Sotterranea” e l’affidamento transitorio del sito, per 4 anni, ad un’azienda partecipata comunale. “Questa sentenza – hanno commentato gli avvocati Sergio Pisani e Maurizio Zuccaro, legali di Albertini – e’ un primo passo verso l’accertamento delle verita’ che certamente avverra’ dinnanzi ai giudici della Corte di Appello”. “Andremo avanti per il risarcimento nelle sedi competenti, – ha fatto sapere invece l’avvocato Alessandro D’Alterio – anche la mia cliente finita sotto processo e la Giuria ha creduto alla sua versione dei fatti mentre l’imputato è stato ritenuto responsabile del reato ascrittogli. Grazia è soddisfatta della condanna, ha capito che la pena e’ stata ridotto in virtu’ di attenuanti ma, ribadisco, la violenza c’e’ stata nelle modalità che lei ha sempre sostenuto”.

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