Economia
Vino Italia punta recupero perdita mercato russo
L’aumento dei costi di produzione legati alla guerra tra Russia e Ucraina fa uscire allo scoperto la fragilita’ delle filiere ‘lunghe’ che si nascondono dietro una bottiglia di vino, rendendo ancor piu’ indispensabile l’allargamento dei Paesi di riferimento per le esportazioni e la difesa in Europa della qualita’ italiana. Tanto piu’ che l’80% del prezzo di vendita e’ determinato proprio dai costi energetici. Lo ha ricordato il ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli intervenendo ad un incontro di Coldiretti nella seconda giornata di apertura a Verona della 54/a edizione del Vinitaly, tornato in presenza dopo due anni di stop da pandemia. “Ci siamo accorti che le filiere lunghe e la supply chain hanno un equilibrio fragilissimo – ha sottolineato – se le cose non funzionano”. La lievitazioni dei prezzi energetici e degli ‘accessori’ indispensabili alla produzione come tappi, cartoni e vetro, spesso importati da altri Paesi, finiscono per diventare una zavorra insostenibile in questo particolare momento storico mondiale.
“E’ un problema. soprattuto per Paesi come il nostro che fanno della trasformazione la loro specialita’ – ha aggiunto Patuanelli – un aspetto che ci costringe ad essere dipendenti da luoghi che controlliamo poco e le cui scelte non coincidono con le nostre”. Coldiretti quantifica in un aumento del 35% il costo per il vino italiano del conflitto in Ucraina: il prezzo dei tappi ha superato il 20% per quelli di sughero e addirittura il 40% per quelli di altri materiali. Per le gabbiette dei tappi degli spumanti i rincari sono nell’ordine del 20%, ma per le etichette e per i cartoni di imballaggio si registrano rispettivamente lievitazioni del 35% e del 45%. Problemi anche per l’acquisto di macchinari, soprattutto quelli in acciaio, prevalenti nelle cantine, per i quali e’ diventato impossibile persino avere dei preventivi. Se il 53% dei produttori italiani ha la percezione che le vendite siano gia’ diminuite a causa della guerra, icontraccolpi si avvertono gia’ nelle vendite: per il 55% delle cantine italiane nel 2022 sono diminuite, mentre per il 42% sono rimaste invariate e solo un 3% dichiara di averle aumentate.
Diventa fondamentare in questo momento storico aprire a nuovi mercati, come quello dei giovani, sino ad oggi solleticato prevalentemente dalle bollicine, e guardare a serbatoi di domanda inesplorati o quasi, come gran parte dell’Asia e la totalita’ dell’Africa. Ma e’ sul terreno europeo che l’Italia deve saper tenere il giusto passo, contrastando l’avanzate delle fake enologiche. “Il vino e’ un prodotto che piu’ di ogni altro contiene cultura, tradizione ed eccellenza e questo non e’ qualcosa di scollegato dalla salute – ha spiegato Patuanelli -. Contro i tentativi dell’Europa di introdurre etichette allarmistiche sul vino tutte le forze politiche e le associazioni di categoria hanno remato unite in una stessa direzione. Come per il Nutri-Score, si tratta di una battaglia importante che ha come obiettivo la tutela di tutti i consumatori e non solo dei produttori”. La guerra di trincea tricolore sul terreno delle etichette alimentari trova uniti Governo e opposizioni. “Sul NutriSscore il governo – ha affermato la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni parlando dallo stand del Veneto – deve semplicemente fare le barricate”. Si tratta di uno strimento, ha osservato, con il quale “legittimamente altre nazioni provano a difendere i loro prodotti contro i nostri. E’ legittimo, dico io, che altre nazioni lo facciano ma e’ ancora piu’ legittimo che l’Italia si difenda”. Per cui, ha concluso Meloni, “su tutti gli strumenti che il governo intende mettere in campo l’opposizione c’e'”.
Economia
UniCredit-Commerzbank, primo confronto Orcel-Orlopp sul cambio di controllo
Primo confronto diretto tra Andrea Orcel e Bettina Orlopp dopo la conquista da parte di UniCredit di circa il 48% di Commerzbank. Al centro gli effetti contabili, legali e gestionali del cambio di controllo.
Si apre il dialogo diretto tra UniCredit e Commerzbank. Andrea Orcel e Bettina Orlopp hanno partecipato alla fine della scorsa settimana a una videoconferenza insieme con altri dirigenti dei due istituti, avviando il confronto sulle conseguenze del passaggio del controllo della banca tedesca.
Il colloquio non rappresenta ancora l’apertura di una trattativa formale sulla fusione. Le discussioni si sarebbero concentrate soprattutto sugli aspetti contabili, legali e sulla gestione dei rischi legati alla nuova struttura azionaria.
UniCredit vicina al 50 per cento
Tra le azioni già detenute e quelle ottenute attraverso l’offerta pubblica di scambio conclusa a luglio, UniCredit può contare su una partecipazione di circa il 48 per cento di Commerzbank.
Restano necessari gli ultimi passaggi regolamentari prima che il gruppo italiano possa esercitare pienamente i diritti collegati alla quota. Il confronto servirà quindi a preparare le due banche agli effetti concreti del cambio di controllo.
La telefonata apre la strada a ulteriori incontri nei prossimi mesi, durante i quali potranno essere affrontati anche il futuro assetto industriale, la governance e i rapporti tra Commerzbank e Hvb, la controllata tedesca di UniCredit.
Le divergenze sul piano industriale
Il progetto di UniCredit punta a rafforzare il posizionamento di Commerzbank sul mercato domestico tedesco, riducendo la dipendenza dalle attività internazionali di finanziamento e negoziazione.
Proprio su questo punto restano le maggiori distanze. Bettina Orlopp considera la rete internazionale una componente essenziale del modello industriale e si opporrebbe a un suo ridimensionamento. Le proposte riguardanti la divisione retail e le attività amministrative sarebbero invece meno controverse.
La stessa amministratrice delegata ha ricordato che qualsiasi modifica strutturale, compreso un eventuale accordo di controllo, richiederebbe almeno il 75 per cento dei voti in assemblea.
«Solo un approccio congiunto ha delle potenzialità», ha affermato Orlopp durante la recente presentazione dei risultati.
La posizione del governo tedesco
Nella partita resta centrale il governo di Berlino, ancora titolare di circa il 13 per cento di Commerzbank. L’esecutivo tedesco ha sempre chiesto garanzie sul mantenimento della sede a Francoforte, sui posti di lavoro e sul ruolo della banca nel finanziamento delle imprese nazionali.
Finora Berlino ha mostrato forti resistenze all’operazione e ha respinto le richieste di Orcel di avviare un negoziato diretto. Il nuovo equilibrio azionario rende però sempre più difficile ignorare il peso raggiunto da UniCredit.
Secondo le ipotesi allo studio, Commerzbank potrebbe restare un’entità autonoma per almeno due anni dopo il cambio di controllo. Soltanto in una fase successiva UniCredit valuterebbe una possibile integrazione con Hvb.
Nessuna scossa in Borsa
I mercati hanno accolto senza particolari reazioni la notizia del primo confronto. Commerzbank ha terminato la seduta di Francoforte in rialzo dello 0,2 per cento a 39,1 euro, mentre UniCredit ha registrato a Milano un aumento analogo, chiudendo a 84,6 euro.
Alla fine dello scorso anno Commerzbank impiegava quasi 40 mila persone, circa 25 mila delle quali in Germania e diecimila in Polonia. La forza lavoro di Hvb era invece composta da circa 8.400 dipendenti. Numeri che spiegano perché l’eventuale integrazione sia destinata a restare una questione industriale e politica di primo piano in Germania.
Economia
Petrolio, riserva strategica Usa sotto i 300 milioni di barili: minimo dal 1983
La riserva strategica petrolifera degli Stati Uniti scende a 298,7 milioni di barili, il livello più basso dal gennaio 1983. Pesano i rilasci disposti dopo il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz.
La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti è scesa sotto la soglia dei 300 milioni di barili, toccando il livello più basso degli ultimi 43 anni. Il nuovo calo fotografa la crescente pressione esercitata sulle scorte energetiche mondiali dal conflitto con l’Iran e dalla persistente crisi nello Stretto di Hormuz.
Secondo i dati diffusi dal Dipartimento americano dell’Energia, nell’ultima settimana la Strategic Petroleum Reserve, conosciuta con la sigla Spr, si è ridotta di 6,1 milioni di barili, attestandosi a 298,7 milioni.
Il livello più basso dal 1983
Per ritrovare una quantità così ridotta bisogna tornare al gennaio del 1983, quando la riserva statunitense era ancora in fase di costituzione. La Spr fu infatti istituita nel 1975, dopo la crisi petrolifera provocata dall’embargo arabo, con l’obiettivo di proteggere l’economia americana da improvvise interruzioni delle forniture.
Il petrolio viene conservato in grandi cavità saline sotterranee situate in Texas e Louisiana e può essere immesso sul mercato in caso di emergenze energetiche o gravi squilibri dell’offerta.
Il rilascio deciso da Trump
Il presidente Donald Trump aveva autorizzato a marzo il rilascio di 172 milioni di barili, dopo che l’Iran aveva bloccato le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
L’operazione statunitense rientrava in un intervento coordinato con gli altri Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia, finalizzato ad attenuare l’aumento dei prezzi e compensare almeno in parte la riduzione delle forniture provenienti dal Golfo Persico.
Le consegne programmate stanno però assottigliando rapidamente la riserva americana, già ridimensionata dai precedenti prelievi effettuati negli ultimi anni.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Attraverso Hormuz transita una parte rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo. Il blocco imposto dall’Iran ha costretto produttori e compagnie di navigazione a cercare rotte alternative, aumentando tempi, costi e rischi per il mercato energetico.
Il calo della riserva limita progressivamente il margine di intervento di Washington qualora la crisi dovesse prolungarsi. Molto dipenderà dall’esito dei negoziati con Teheran e dalla possibilità di ripristinare una circolazione stabile delle petroliere attraverso lo Stretto.
Economia
Pil, Napoli cresce dell’1,5%: quarta città d’Italia
Il Pil di Napoli è stimato in crescita dell’1,5% nel 2026, contro una media nazionale dello 0,9%. Preoccupa l’inflazione prevista al 3,5%.
Napoli dovrebbe chiudere il 2026 con una crescita del Prodotto interno lordo dell’1,5%, conquistando il quarto posto tra le città capoluogo italiane. Davanti ci sono soltanto Bolzano, con un incremento stimato dell’1,8%, e Roma e Milano, entrambe all’1,6%.
La previsione emerge dall’analisi realizzata dal Centro Europa Ricerche per Confesercenti, elaborata sulla base delle stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Il dato napoletano supera nettamente la crescita nazionale prevista allo 0,9% e quella del Mezzogiorno, indicata allo 0,8%.
Napoli traina il Mezzogiorno
La stima rafforza il ruolo economico assunto da Napoli negli ultimi anni. La crescita della città risulta quasi doppia rispetto a quella prevista per la Campania, ferma allo 0,8%, e conferma l’esistenza di velocità differenti anche all’interno della stessa regione.
Nel Mezzogiorno si distingue anche Bari, con un aumento atteso dell’1,3%. All’estremo opposto della classifica si trova Reggio Calabria, per la quale viene prevista una crescita sostanzialmente nulla.
Il quadro nazionale resta comunque molto differenziato. Il Nord-est dovrebbe crescere dell’1,1%, il Centro dell’1%, mentre Nord-ovest, Sud e Isole sono appaiati allo 0,8%. Tra le regioni guida il Trentino-Alto Adige con l’1,5%; la Valle d’Aosta è l’unica per la quale si stima una contrazione, pari allo 0,1%.
Non è soltanto l’effetto del turismo
Il turismo resta uno dei principali motori dell’economia napoletana, ma da solo non basta a spiegare la crescita. Venezia, nonostante la sua fortissima vocazione turistica, dovrebbe fermarsi allo 0,7%, mentre Firenze è stimata all’1,1%.
A Napoli incidono anche l’artigianato, la gastronomia, le produzioni locali, la moda e la sartoria. Secondo le valutazioni di Confesercenti, il comparto turistico e le attività collegate generano tra Napoli e provincia un valore superiore a 5 miliardi di euro all’anno, coinvolgendo oltre 128mila imprese e 750mila occupati.
«Se in passato poteva sembrare una scommessa audace, oggi è una certezza», afferma Vincenzo Schiavo, presidente di Confesercenti Napoli e Campania e vicepresidente nazionale con delega al Mezzogiorno. «La città ha la struttura e la maturità per gestire e valorizzare contesti di grandissima visibilità».
L’allarme dell’inflazione
Alla crescita del Pil si accompagna però un aumento sostenuto dei prezzi. Per Napoli viene stimata nel 2026 un’inflazione del 3,5%, la seconda più alta tra i capoluoghi italiani dopo Reggio Calabria, indicata al 4,3%. Seguono Bolzano e Roma, entrambe al 3,4%.
Schiavo riconduce la riduzione dello storico divario dei prezzi tra Napoli e il Nord anche al crescente ricorso alle catene internazionali di approvvigionamento. La città e la Campania, sostiene, conservano tuttavia un costo medio inferiore rispetto alle aree settentrionali e un rapporto favorevole tra qualità e prezzo per numerosi prodotti locali.
Cinque città concentrano metà della crescita
Il presidente nazionale di Confesercenti, Nico Gronchi, invita a leggere le previsioni con prudenza, anche per le possibili conseguenze del caldo sui consumi e sulla produttività.
Il dato strutturale è che metà della crescita italiana attesa nel 2026 si concentra in appena cinque città. Le economie urbane stanno quindi diventando un motore autonomo dello sviluppo nazionale, ma la sfida sarà trasformare l’aumento del Pil in occupazione stabile, servizi migliori e benefici diffusi per famiglie e imprese.




