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Cronache

Ville Vesuviane, firmato protocollo per tutelarle e rilanciarle come simbolo del Miglio d’Oro

Un accordo tra Fondazione, Ministero e Procure per protezione e valorizzazione.

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Un patto per difendere e valorizzare uno dei patrimoni più preziosi del territorio vesuviano: le Ville del ‘700, capolavori del Miglio d’Oro, saranno ora al centro di un’azione condivisa tra istituzioni. È stato sottoscritto questa mattina a Palazzo Reale di Napoli un protocollo d’intesa tra la Fondazione Ente Ville Vesuviane, il Dipartimento per la tutela del patrimonio culturale del Ministero della Cultura e le Procure della Repubblica di Napoli e Torre Annunziata.

Un modello virtuoso di cooperazione istituzionale

«Uno straordinario protocollo d’intesa che costituisce un’azione di rilancio delle Ville Vesuviane e una buona prassi da seguire – ha dichiarato Gennaro Miranda, presidente della Fondazione – Un esempio virtuoso di collaborazione trasversale, che coniuga tutela, conservazione e promozione culturale». Le Ville Vesuviane, secondo Miranda, sono “lo spirito e l’identità del territorio”, e grazie a questo protocollo potranno diventare un vero faro di cultura e bellezza per tutto il Miglio d’Oro.

Cultura, legalità e bellezza: la visione delle Procure

Presente alla firma Nicola Gratteri, procuratore di Napoli, insieme al procuratore generale Aldo Policastro, che ha sottolineato l’impegno crescente delle Procure nel contrasto ai reati contro i beni culturali: «Bellezza e legalità sono un connubio che va alimentato». Sulla stessa linea anche Nunzio Fragliasso, procuratore di Torre Annunziata: «Il protocollo si inserisce in un percorso che da anni portiamo avanti per proteggere l’immenso patrimonio storico, artistico e archeologico del nostro territorio».

Ministero e Soprintendenza: rafforzare la rete di protezione

Luigi La Rocca, capo dipartimento del Ministero della Cultura, e Mariano Nuzzo, Soprintendente Abap per l’area metropolitana di Napoli, hanno evidenziato la necessità di integrare la tutela normativa con azioni concrete sul territorio, promuovendo anche attività di restauro e percorsi didattici per rilanciare l’educazione al patrimonio.

Presenti autorità civili e militari

All’incontro hanno partecipato il prefetto di Napoli Michele di Bari, i procuratori aggiunti Pier Paolo Filippelli e Vincenzo Filippelli, Rosalia D’Apice per la Soprintendenza di Napoli, Roberto Chianese direttore generale della Fondazione Ente Ville Vesuviane, i consiglieri Elena Scarlato e Alfonso Gifuni, Maria Raffaella Caramiello(magistrato di Sorveglianza) e il sindaco di San Giorgio a Cremano Giorgio Zinno.

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Cronache

Morì di tumore a 14 anni, i periti: «Con chemioterapia e chirurgia poteva salvarsi»

Depositata la perizia nel processo ai genitori di Francesco Gianello, morto di osteosarcoma a 14 anni. Secondo gli esperti, il tumore era ancora localizzato quando vennero interrotte le cure proposte dal Rizzoli. La difesa contesta il nesso tra quelle decisioni e il decesso.

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featured, Stupro di gruppo, 6 anni ,calciatore, Portanova

Se fosse stato sottoposto tempestivamente ai protocolli di chemioterapia e chirurgia, Francesco Gianello avrebbe avuto concrete possibilità di salvarsi. È la conclusione della perizia depositata davanti alla Corte d’Assise di Vicenza, dove sono sotto processo i genitori del ragazzo, morto di tumore nel gennaio 2024 a 14 anni.

Luigi Gianello e Martina Binotto sono accusati di omicidio volontario con dolo eventuale per avere, secondo la Procura, interrotto il percorso diagnostico e terapeutico proposto dall’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna e affidato il figlio al cosiddetto “metodo Hamer”.

Le accuse dovranno essere accertate nel processo. Per gli imputati vale la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

La perizia: il tumore era ancora localizzato

La relazione è stata firmata dai medici Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, incaricati dalla Corte.

Francesco era affetto da un osteosarcoma di alto grado. I primi sintomi erano comparsi nel dicembre 2022, ma nel marzo 2023, secondo i periti, il tumore risultava ancora localizzato e non aveva prodotto metastasi.

Il percorso indicato dalla medicina oncologica avrebbe previsto una biopsia per determinare le caratteristiche e lo stadio della malattia, seguita da chemioterapia, intervento chirurgico radicale e da un ulteriore ciclo chemioterapico.

Il ritardo nella diagnosi e nel trattamento avrebbe consentito al tumore di progredire localmente e di estendersi ai polmoni, riducendo fortemente la possibilità di intervenire chirurgicamente.

Le probabilità di sopravvivenza scese dal 74,8 al 45%

Secondo i periti, quando la malattia era ancora localizzata le probabilità statistiche di sopravvivenza a cinque anni erano pari al 74,8%.

Dopo la comparsa delle metastasi polmonari, la percentuale sarebbe scesa al 45%. Questi valori esprimono probabilità statistiche e non consentono di stabilire con certezza quale sarebbe stato l’esito nel singolo caso.

La relazione sostiene tuttavia l’esistenza di un legame tra il ritardo nell’avvio delle terapie e la progressione della malattia, contestando la tesi della difesa secondo cui non sarebbe dimostrabile un nesso causale tra le decisioni dei genitori e la morte.

Il ricorso al cosiddetto metodo Hamer

Secondo l’accusa, inizialmente i genitori avrebbero acconsentito alla biopsia proposta dal Rizzoli. La decisione sarebbe cambiata dopo i contatti con il medico Matteo Penzo, indicato come seguace delle teorie di Geerd Hamer.

Penzo avrebbe sconsigliato la biopsia sostenendo che potesse favorire la diffusione del tumore. La famiglia sarebbe quindi rientrata in Veneto e avrebbe fatto ricorso ad antinfiammatori, impacchi di argilla e a un soggiorno in un centro salutistico.

Il cosiddetto metodo Hamer attribuisce l’origine delle malattie a presunti conflitti biologici legati a traumi psicologici, ma non è riconosciuto come terapia oncologica dalla medicina scientifica.

L’ipotesi dell’impiego di sostanze neurotossiche

La perizia introduce anche l’ipotesi che al ragazzo siano state somministrate sostanze potenzialmente neurotossiche, tra le quali preparati a base di Artemisia.

Spetterà al dibattimento chiarire quali prodotti siano stati effettivamente utilizzati, con quali dosaggi e quale eventuale incidenza abbiano avuto sulle condizioni del paziente.

Il ricovero dopo il peggioramento

Soltanto il 25 aprile 2023, dopo un marcato peggioramento, i genitori portarono Francesco all’ospedale di Perugia.

Al momento dell’arrivo in pronto soccorso il ragazzo presentava dolori molto intensi, tanto da rendere necessaria una somministrazione rapida di morfina. Secondo la ricostruzione peritale, a quel punto la malattia era già in uno stadio avanzato.

La difesa: «Non è possibile sapere se si sarebbe salvato»

I consulenti della difesa contestano le conclusioni dell’accusa e sollevano dubbi anche sulla gestione del primo ricovero a Bologna.

Secondo la loro posizione, dalla cartella clinica non emergerebbe con sufficiente chiarezza l’urgenza della situazione. I genitori, inoltre, non sarebbero stati informati adeguatamente sulla gravità della malattia né sostenuti dal punto di vista psicologico.

La difesa sottolinea che l’oncologia non offre certezze assolute e che, anche seguendo i protocolli, non è possibile affermare con sicurezza che Francesco sarebbe sopravvissuto. Sarà ora la Corte d’Assise a valutare la perizia, le contestazioni dei consulenti e le responsabilità dei due imputati.

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Francesco Gianello morì di osteosarcoma a 14 anni. Per i periti, cure tempestive avrebbero offerto concrete possibilità di sopravvivenza.

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Depositata la perizia nel processo ai genitori di Francesco Gianello, morto di osteosarcoma a 14 anni. Secondo gli esperti, il tumore era ancora localizzato quando vennero interrotte le cure proposte dal Rizzoli. La difesa contesta il nesso tra quelle decisioni e il decesso.

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Incinta di sei mesi, la morfologica fissata dopo il parto: il caso all’Asl di Salerno

Una docente di 33 anni, incinta al sesto mese, avrebbe ricevuto dall’Asl di Salerno un appuntamento per l’ecografia morfologica fissato dopo la data prevista per il parto. La donna si rivolgerà a una struttura privata e chiederà il rimborso delle spese.

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È incinta al sesto mese, ma l’appuntamento per l’ecografia morfologica sarebbe stato fissato dall’Asl di Salerno per gennaio 2027, quando la donna avrà già partorito.

La vicenda è stata segnalata da una docente di 33 anni, alla sua prima gravidanza, all’Associazione Italia, alla quale si è rivolta per ricevere assistenza e tutela.

L’ipotesi di un errore nella prenotazione

A rendere noto il caso è Francesco Marino, rappresentante dell’associazione. Secondo Marino, l’appuntamento potrebbe essere stato assegnato senza tenere conto dello stato di gravidanza della paziente e della finestra temporale entro la quale deve essere eseguito l’esame.

«Probabilmente si è verificato un errore da parte del Centro prenotazioni, che avrebbe fissato l’appuntamento senza considerare che la signora è incinta», spiega.

L’ecografia morfologica è un esame legato a una fase precisa della gravidanza: una prenotazione successiva al parto renderebbe la prestazione evidentemente inutile.

Costretta a rivolgersi a una struttura privata

Non potendo attendere gennaio, la donna avrebbe deciso di effettuare privatamente gli accertamenti necessari, sostenendone personalmente i costi.

«Chiederà, attraverso la nostra associazione, il rimborso delle somme che dovrà spendere per ottenere prestazioni che la sanità pubblica dovrebbe garantirle», annuncia Marino.

Al momento non viene riportata una replica dell’Asl di Salerno, che potrà chiarire se si sia trattato di un errore del sistema di prenotazione o dell’indisponibilità di appuntamenti nei tempi richiesti.

Le segnalazioni sulle liste d’attesa

L’Associazione Italia riferisce di ricevere frequentemente segnalazioni analoghe da diverse regioni.

Tra gli ultimi episodi citati vi è quello di un paziente di 94 anni al quale una struttura sanitaria di Roma avrebbe fissato una visita oculistica dopo nove mesi.

Due casi differenti che riportano al centro il problema delle liste d’attesa, soprattutto quando i tempi indicati rendono la prestazione sanitaria incompatibile con le condizioni o con le necessità del paziente.

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Marco Pusceddu ucciso per 15mila euro, arrestati l’ex fidanzata, il compagno e due presunti sicari

Quattro arresti per l’omicidio di Marco Pusceddu, soccorritore del 118 ucciso a Buddusò nell’agosto 2025. Secondo la Procura di Sassari, l’ex fidanzata e il suo attuale compagno avrebbero pagato 15mila euro a due sicari. Un primo agguato con una piccozza era fallito pochi mesi prima.

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Quindicimila euro per uccidere Marco Pusceddu, il soccorritore del 118 assassinato il 7 agosto 2025 a Buddusò con quattro colpi di pistola al petto. È la ricostruzione della Procura di Sassari, che individua come presunti mandanti l’ex fidanzata della vittima, Maria Cristina Falchi, e il suo attuale compagno e collega di Pusceddu, Ramon Pirosu.

I due sono stati arrestati dai carabinieri insieme con i presunti esecutori materiali, Bronzo Amhetovic e Dejane Adzovic, che secondo gli investigatori sarebbero stati assoldati nel Sulcis.

Le accuse contestate a vario titolo sono omicidio volontario in concorso aggravato dalla premeditazione, tentato omicidio aggravato, detenzione e porto illegale di armi. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a una sentenza definitiva.

Un delitto preparato per mesi

Secondo gli inquirenti, l’omicidio sarebbe maturato all’interno di una rete di contrasti personali, sentimentali e professionali tra la vittima e i presunti mandanti.

Le misure cautelari sono state eseguite nei territori di Iglesias, Nuxis, Carbonia e Uta. L’indagine è stata coordinata dalla pm di Sassari Elisa Succu e condotta dal Nucleo investigativo provinciale dei carabinieri, dalle Compagnie di Ozieri e Iglesias, con il supporto del Ris e del Reparto anticrimine di Cagliari.

Il primo tentativo con una piccozza

L’uccisione di Pusceddu sarebbe stata preceduta da un primo agguato fallito. Il 28 aprile 2025 il soccorritore venne attirato con un pretesto in una piazzola isolata in località Flumentepido, nel territorio di Carbonia.

Mentre sostituiva uno pneumatico dell’automobile di Pirosu, sarebbe stato colpito alle spalle alla testa con una piccozza da muratore.

Pusceddu riportò una frattura pluriframmentaria della teca cranica e altre lesioni gravissime, che lo resero inabile al lavoro fino al luglio successivo. Secondo la Procura, i mandanti e gli esecutori di quell’aggressione sarebbero gli stessi coinvolti nell’omicidio di Buddusò.

La pistola ritrovata in una roulotte

Nel corso delle indagini i carabinieri hanno recuperato la piccozza presumibilmente utilizzata nel primo agguato.

Nel gennaio scorso, durante una perquisizione nella roulotte di uno dei presunti sicari, è stata trovata anche una pistola semiautomatica calibro 7,65. Le analisi effettuate dal Ris di Cagliari avrebbero collegato l’arma ai colpi che uccisero Pusceddu.

Gli arrestati sono stati trasferiti nel carcere di Uta e restano a disposizione dell’autorità giudiziaria. La ricostruzione accusatoria dovrà ora essere sottoposta al vaglio dei giudici e al confronto con le difese.

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