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Politica

Verso la revoca delle concessioni ad Autostrade, ma Conte dice “aspetto proposte”

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Revoca si’, revoca no. Colpo di scena nella vicenda della concessione ad Autostrade dopo che il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha aperto ad un’alternativa alla revoca passando la palla ai Benetton, che attraverso la holding Atlantia controllano Autostrade. “Il governo sta conducendo la procedura di revoca ed e’ interesse della controparte fare una proposta transattiva che il Governo avrebbe il dovere di valutare”, ha detto il premier da Bruxelles, a margine del Consiglio straordinario Ue sul nuovo budget, sottolineando che “se fosse una proposta che offre la possibilita’ di tutelare l’interesse pubblico piu’ della revoca, abbiamo il dovere di considerarla”. Conte ha voluto comunque precisare: “Non si dica che il Governo vuole transigere o sta facendo una proposta o controproposta”.

Le parole piu’ concilianti del premier pronunciate nel pomeriggio, a mercati finanziari aperti, hanno avuto l’effetto di risollevare le sorti di Atlantia in Borsa. Il titolo, che fino a quel punto perdeva circa il 3,5%, scivolando sotto la soglia dei 22 euro proprio sull’ipotesi della revoca ad Aspi, ha poi ripreso quota per chiudere la seduta a -2,7% e tornando sui 22 euro per azione. Da tempo il nodo della revoca della concessione sta causando alta tensione all’interno dell’esecutivo col M5S che tira dritto sulla strada che ha tracciato all’indomani del crollo del ponte Morandi di Genova, ossia togliere la concessione ai Benetton, mentre il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e’ da sempre contrario ad una mossa cosi’ drastica, sostenendo che la revoca potrebbe trasformarsi in un “regalo” alla societa’. “Io sono perche’ Autostrade paghi per quello che e’ successo, paghi tanto”, ha detto Renzi. “Spero che non vi sia chi, in nome del populismo, faccia una battaglia al termine della quale e’ lo Stato a pagare alle Autostrade”, ha quindi sottolineato. La strada per la revoca ad Autostrade e’ stata spianata dal decreto Milleproroghe, che ha ridotto l’eventuale penale da 23 miliardi di euro che lo Stato avrebbe dovuto pagare, prevedendo che il servizio venga affidato temporaneamente all’Anas. Dopo il disco verde definitivo di Montecitorio, il testo passera’ all’esame del Senato, blindato per incassare il via libera finale entro la fine del mese. Intanto le opposizioni passano all’attacco sulla gestione del dossier Autostrade da parte del governo. “Il litigio Pd-5stelle sulla revoca delle concessioni sta bloccando tutti gli investimenti su tutta la rete autostradale italiana”, ha tuonato il leader della Lega, Matteo Salvini, da Chieti dove si e’ recato per sostenere la candidatura a sindaco dell’ex parlamentare Di Stefano.

Il Ponte Morandi. Autostrade per l’Italia rischia di perdere la gallina dalle uova d’oro se ci sarà la revoca delle concessioni

“Anche gli abruzzesi come i liguri, come i laziali dovrebbero andare a chiedere conto a Conte dei suoi ritardi”, ha detto Salvini, definendo la situazione “indegna”. E per Forza Italia la strategia del governo fara’ solo danni al Paese. “Il decreto Milleproroghe sara’ legge tra qualche giorno e il governo pensa di avere ormai la strada spianata per la revoca delle concessioni ad Autostrade”, attacca la capogruppo alla Camera, Mariastella Gelmini, ma “e’ improponibile promuovere una revoca repentina delle concessioni, che costerebbe alle casse dello Stato almeno 7 miliardi, piu’ probabili spese per contenziosi e ricorsi, che bloccherebbe tutti gli investimenti” in Italia, quindi “farlo unilateralmente e senza considerare le ricadute negative di questa strategia rischia di essere una beffa per il Paese”, sottolinea Gelmini.

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Milano

Milano, il sindaco Sala fa il punto della situazione

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Il sindaco di Milano Beppe Sala fa il punto della situazione e per la prima volta da molti giorni abbozza un sorriso sul volto stanco. Qualche segnale positivo c’è, comincia ad esserci. Così presenta l’hotel Michelangelo che sarà utilizzato per chi, una volta guarito dal covid-19, è uscito dall’ospedale: una specie di ‘camera di decompressione’. Poi Sala se ne va in giro per Milano a salutare chi opera contro il virus: polizia municipale, addetti alla sanificazione della città e tutti quelli che incontra nel suo giro. Infine  dalla sua stanza a Palazzo Marino  illustra il via del nuovo ospedale che sarà gestito dal Policlinico.

 

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La politica della demenza ai tempi del coronavirus, dalle follie di Trump ai deliri di Orban

Angelo Turco

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Ci hanno insegnato che il pragmatismo costituisce l’affrancamento americano dall’egemonia filosofica europea. La necessaria rivoluzione culturale dopo quella militare e politica delle 13 Colonie. Mettete in mano a Trump il presidente Washington e il filosofo Peirce, shakerate ed ecco qua il donald-pensiero: visto che avremo solo da 100.000 a 200.000 morti per l’epidemia, di fronte alla cifra di oltre 2.000.000 avanzata dagli uccelli di malaugurio, possiamo dirci davvero soddisfatti! Dopo mesi di inazione, passati a negare l’esistenza stessa di un reale pericolo, il Presidente spara cifre mirabolanti di migliaia di miliardi di dollari che di per sé dovrebbero aver ragione del virus. Mette sulle strade americane un milione di riservisti militarizzati della Guardia Repubblicana. È incapace di stabilire un minimo di dialogo con gli Stati, calpesta la loro autonomia e si scontra con il governatore di quello di New York, il più esposto ai rischi epidemici. E lui che fa? Dichiara urbi et orbi la sua soddisfazione!

Assunto il ruolo di vice di Trump sulla scena globalitaria della demenza, Jair Bolsonaro raggiunge ormai prestazioni spettacolari, è il caso di dirlo. Del resto, la geopolitica delle parti è un topos antico dell’immaginario brasiliano, come suggerisce Vianna Moog nel suo celebre “Bandeirantees e pioneiros” tracciando un parallelo tra le due culture americane.

Ed ecco dunque dal centro del nulla in cui è confinato a Brasilia, il presidente asserisce che la crisi epidemica è il frutto della “isteria” dei media, visto che in Brasile fa caldo e la popolazione è giovane. Infatti, dice con logica stringente, se il gruppo a rischio è quello degli ultrasessantacinquenni, perché mai chiudere le scuole? Con buona pace per le dinamiche accertate del contagio e il ruolo dei portatori sani nella diffusione del coronavirus. E senza troppo curarsi della posizione preoccupata del suo stesso Ministro della Salute né, tantomeno, dei governatori degli Stati di San Paolo e di Rio de Janeiro, i più ricchi del Paese e, al tempo stesso, i più toccati dall’epidemia. 

I deliri autocratici di Viktor Orban trovano infine sbocco in Ungheria, dove il Parlamento ha certificato la sua propria morte approvando il prolungamento dell’emergenza a tempo indeterminato. Cioè, in pratica, proclamando lo “stato d’eccezione”, la sospensione delle leggi ordinarie a profitto della decretazione d’urgenza.

A furia di descrivere l’epidemia col linguaggio della guerra e di indicare il coronavirus come il “nemico”, quelli che, come Orban, non hanno dimestichezza con il potere trasfigurativo delle metafore, prendono le parole alla lettera e si regolano di conseguenza. Siamo in guerra, dunque serve un caudillo, un comandante supremo, un uomo solo al comando. Qualcuno ha detto che di fronte a questa democratura danubiana qualche segnale l’Europa dovrebbe pur darlo. Non succederà, temiamo. Del resto, tra le prime disposizioni in vigore, c’è la norma che prevede fino a cinque anni di prigione per coloro che diffondono false notizie sull’epidemia. E’ il primo atto d’assedio alla libertà di stampa da parte dello Stato d’eccezione.

Ma la superstar della sfilata demenziale, dobbiamo ammetterlo, si rivela Kim Jong-un. In piena pandemia che sta stringendo il mondo in una morsa senza respiro tra paure medicali e nuove mappe geopolitiche della povertà e persino della fame, il grande timoniere di Pyongyang moltiplica gli esperimenti missilistici verso il Mar del Giappone, visto che i negoziati con gli USA sul programma nucleare si sono arenati. Nel frattempo, la Corea del Nord continua ad essere ufficialmente immune dal coronavirus, contro ogni evidenza. Ma insomma, tranquilli! Dopotutto, ciò che è pensabile è anche possibile, diceva Wittgenstein. E infatti…. 

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Politica

Coronavirus: finisce tregua, scontro Boccia-Regioni

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Se non e’ scontro aperto, poco ci manca fra il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia e le Regioni del Nord a trazione leghista che con l’emergenza Coronavirus erano entrati in una sorta di tregua, per quanto armata. Oggetto del contendere, nuovamente, gli approvvigionamenti e in particolare le mascherine. A innescare le polemiche oggi e’ stata una dichiarazione di Boccia convinto che “nessuna Regione ce l’avrebbe fatta da sola, sarebbero crollate tutte”. Per poi tornare sulla polemica legata alle forniture di materiali: “se non ci fosse lo Stato – ha detto – non ci sarebbe quasi nulla se non le cose che erano nei depositi, anche abbastanza modesti e piccoli sui territori”. A rincarare la dose ci ha pensato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala secondo il quale la sanita’ lombarda ha perso “la capacita’ di tenuta sul territorio del tessuto socio sanitario e in questo momento questo e’ un limite”. Il governatore del Veneto Luca Zaia ha parlato di “uno scivolone o un’uscita infelice”, il governatore della Lombardia Attilio Fontana – che con Boccia si e’ trovato a Verona per accogliere un contingente di sanitari albanesi destinati all’ospedale di Brescia – ha liquidato le sue affermazioni come “avventate e inopportune”. Ed al sindaco di Milano ha risposto cosi’: “lanciare il sasso e togliere la mano non e’ mai bello. In questo momento, poi, risulta inopportuno e pericoloso perche’ potrebbe ingenerare tensioni anche sociali di cui nessuno ha bisogno. Per evitare le polemiche, insomma, basta non innescarle ogni mattina”. A rompere gli argini e’ stato l’assessore al Bilancio della Lombardia Davide Caparini. “La Lombardia sta uscendo dalla crisi malgrado questo governo incapace di gestire l’ordinarieta’, figuriamoci l’emergenza”. E via a elencare: “ci siamo procurati tutto da soli: unita’ intensive, medici e dispositivi di protezione individuale . Ci stiamo producendo le mascherine e ci siamo costruiti gli ospedali. A parte ad accogliere negli aeroporti le squadre di Cuba, Russia, Albania e Polonia arrivate grazie alle nostre relazioni internazionali e a Guido Bertolaso questo governo che ha fatto? Nulla”. A fornire numeri e’ stato anche il governatore del Friuli Massimiliano Fedriga: “a dispetto dei soli 4 ventilatori arrivati attraverso le linee di rifornimento nazionali, il Friuli Venezia Giulia, disporra’, ad esempio, di quasi 100 posti letto in terapia intensiva dedicati ai pazienti Covid: un risultato conseguito con mezzi propri”. E anche in Veneto “tanto per fare un esempio – ha aggiunto Zaia – noi abbiamo bisogno ogni giorno di 300 mila mascherine ffp3, ce ne sono state assegnate soltanto 3310. Per le ffp2 ce ne servono 300 mila al giorno e ce ne hanno consegnate 152 mila. Per le mascherine chirurgiche abbiamo bisogno di 550 mila pezzi al giorno ce ne hanno date 682”. “Dire che in questa fase di emergenza Covid-19 nessuno ce la fa da solo non e’ una critica alle Regioni ma e’ semplice realismo” ha replicato Boccia. A cercare di smorzare i toni e’ stato il capo dipartimento della Protezione Civile Angelo Borrelli che ha parlato di “una normale dialettica che c’e’ quando si tratta di discutere di quella che e’ la distribuzione” ammettendo che la scorsa settimana “e’ stata la piu’ impegnativa” sul fronte dell’ approvvigionamento dei materiali, “perche’ avevamo un numero limitato mascherine”. Pero’ “ieri – ha aggiunto il commissario Domenico Arcuri – sono state consegnate 2,3 milioni di mascherine chirurgiche e 1,7 milioni di Ffp2 e Ffp3 per il personale sanitario. Nell’ultima settimana la media al giorno di mascherine consegnate alle regioni e’ stata di 3.59 milioni di pezzi, assegnati e consegnati altri 318 respiratori”. E poi ha assicurato che da domani iniziera’ una produzione di mascherine su larga scala: 25 aziende della moda produrranno 200.000 mascherine chirurgiche al giorno, 500.000 dalla prossima settimana e 700.000 al giorno dalla successiva.

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