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Ambiente

Veleni nelle falde della Campania, emerge un iceberg ambientale: sostanze cancerogene trovate nelle acque sotterranee

La Regione Campania ha chiesto verifiche urgenti dopo il ritrovamento di sostanze cancerogene nelle falde superficiali di diverse province. Coinvolti territori tra Caserta, Napoli, Salerno e Avellino. Gli studi coordinati dall’Università Federico II parlano di contaminazione stratificata nel tempo e aprono un nuovo fronte sul rapporto tra ambiente, salute e filiera alimentare.

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Per anni è rimasto nascosto sotto i piedi di milioni di cittadini. Silenzioso. Invisibile. Stratificato nel tempo come accade alle grandi emergenze italiane: lentamente, senza clamore, fino al momento in cui la realtà non riesce più a restare sepolta.

Adesso quell’iceberg ambientale sta emergendo con una chiarezza inquietante.

Nelle falde superficiali di ampie aree della Campania sono state trovate sostanze considerate cancerogene. Non si tratta di un allarme improvviso né di una scoperta isolata. Studi scientifici e monitoraggi precedenti avevano già segnalato anomalie pesanti. Ma oggi il quadro appare più definito, più esteso e soprattutto istituzionalmente riconosciuto.

La Regione Campania, attraverso la direzione generale della Sanità, ha chiesto alle Asl coinvolte verifiche urgenti e integrate sul rapporto tra ambiente e salute dopo il superamento delle soglie di contaminazione per tetracloroetilene (Pce) e tricloroetilene (Tce) nelle acque sotterranee.

Ed è forse questo il vero punto di svolta: per la prima volta il problema entra contemporaneamente nel campo sanitario, ambientale e della sicurezza della filiera alimentare.

Le aree più colpite: da Villa Literno al Sarno

Il quadro emerso dagli studi coordinati dal Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Università degli Studi di Napoli Federico II è pesante.

L’epicentro più critico appare Villa Literno, dove sono stati registrati valori di tetracloroetilene fino a 24 volte superiori ai limiti consentiti.

Ma il problema coinvolge numerosi territori:

  • Giugliano in Campania
  • Acerra
  • Boscoreale
  • Scafati
  • Sarno
  • Angri
  • Montoro
  • Aversa
  • Castel Volturno
  • Casal di Principe

Aree molto diverse tra loro ma unite da alcune caratteristiche ricorrenti: urbanizzazione aggressiva, pressione industriale storica, sistemi fognari spesso obsoleti e decenni di gestione fragile del territorio.

Cosa sono Tce e Pce e perché preoccupano

Il tetracloroetilene e il tricloroetilene sono solventi industriali utilizzati per anni in attività produttive, lavorazioni meccaniche e lavaggi a secco.

La comunità scientifica li associa a rischi oncologici e ad altre patologie importanti in caso di esposizione prolungata.

Il professor Paolo Montuori, che coordina il progetto scientifico, invita però a evitare semplificazioni e allarmismi incontrollati.

Il punto cruciale è distinguere tra falde superficiali contaminate e acqua distribuita nella rete pubblica.

“Non è l’acqua dei rubinetti”

È una precisazione fondamentale.

Gli studi riguardano le falde superficiali e soprattutto i pozzi privati non controllati.
Non l’acqua che arriva normalmente nelle abitazioni attraverso la rete idrica pubblica, che resta sottoposta a monitoraggi continui.

Montuori chiarisce anche un altro aspetto spesso equivocato: quando si parla di scuole, caserme o edifici pubblici coinvolti nei controlli, non significa che l’acqua utilizzata quotidianamente sia contaminata. I campionamenti sono stati effettuati su vecchi pozzi presenti nelle aree.

Ma il rischio esiste.
Ed è legato soprattutto all’utilizzo privato e incontrollato delle acque sotterranee.

L’inquinamento diffuso e la responsabilità collettiva

La parte forse più drammatica dell’intera vicenda è che non esiste un solo colpevole.

Gli studiosi parlano di “inquinamento diffuso”: scarichi industriali storici, rifiuti interrati, lavaggi chimici, reti fognarie deteriorate, ma anche comportamenti quotidiani scorretti accumulati per decenni.

Montuori introduce persino un elemento culturale spesso rimosso dal dibattito pubblico: durante le attività di monitoraggio, circa il 90% dei rifiuti osservati risultava essere costituito da rifiuti urbani.

È il ritratto di un territorio dove criminalità ambientale, cattiva gestione pubblica e irresponsabilità diffusa si sono intrecciate per anni producendo una contaminazione lenta ma persistente.

Terra dei Fuochi, ma non solo

Il tema richiama inevitabilmente la lunga ferita della Terra dei Fuochi.
Ma questa volta il quadro appare ancora più complesso.

Perché non si parla soltanto di roghi tossici o smaltimento illegale di rifiuti industriali.
Qui emerge un sistema territoriale fragile nel suo complesso: fogne vetuste, abusivismo, mancanza di controlli, uso incontrollato dei pozzi, infrastrutture insufficienti.

Un problema strutturale e non episodico.

Ora la sfida è sanitaria

La fase che si apre adesso potrebbe essere la più delicata.

La Regione Campania, le Asl e gli enti tecnici dovranno trasformare anni di studi in azioni concrete: monitoraggi dinamici, studi epidemiologici, sorveglianza sanitaria e controlli sulla filiera agroalimentare.

L’obiettivo dichiarato dagli studiosi è chiaro: capire cosa c’è oggi nel sangue delle persone prima ancora che emergano le malattie.

Ed è una frase che pesa come un macigno.

Perché significa che la Campania non sta più discutendo soltanto di ambiente.
Sta discutendo del proprio futuro sanitario, agricolo ed economico.

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Ambiente

Italia sempre più verde: Marcetelli è il Comune più boscoso, Gubbio guida per estensione

Il rapporto “Foreste in Comune” fotografa il patrimonio forestale italiano: Marcetelli ha il 98,4% del territorio coperto da boschi, mentre Gubbio possiede la maggiore superficie forestale.

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L’Italia non è più soltanto il Paese delle città d’arte e delle campagne coltivate. Oltre un terzo del territorio nazionale è ormai coperto da foreste, al punto che la superficie boschiva ha superato quella agricola utilizzata, segnando un cambiamento profondo nel paesaggio e nell’economia delle aree interne.

A guidare la nuova geografia verde del Paese è Marcetelli, piccolo Comune della provincia di Rieti, dove il bosco occupa il 98,4% dell’intero territorio comunale. Il primato per superficie forestale complessiva spetta invece a Gubbio, in provincia di Perugia, con 26.804,26 ettari.

La prima mappa delle foreste Comune per Comune

I dati emergono dal rapporto “Foreste in Comune”, la prima indagine socioeconomica dedicata al patrimonio forestale dei Comuni italiani.

Lo studio è stato promosso da Pefc Italia con la collaborazione di Uncem, Legambiente e Consorzio Caire e mette insieme, per la prima volta, indicatori ambientali, demografici ed economici.

Tra gli strumenti utilizzati figura l’Indice di Boscosità, che misura il rapporto tra la superficie forestale e l’estensione complessiva di ogni Comune.

L’analisi considera anche l’andamento della popolazione, il consumo di suolo, lo spopolamento e le nuove dinamiche di attrattività delle aree montane.

Marcetelli, quasi tutto il territorio è bosco

Marcetelli domina la classifica nazionale per percentuale di superficie forestale. Il piccolo centro del Reatino presenta una quota edificata estremamente ridotta e una copertura boschiva pressoché totale.

Alle sue spalle si collocano Bormida, in provincia di Savona, con il 97,07%, e Percile, nel territorio della Città metropolitana di Roma, con il 96,99%.

Seguono Drenchia e Grimacco, entrambi in provincia di Udine, con percentuali superiori al 96%.

Nella graduatoria dei Comuni più boscosi compaiono soprattutto piccoli centri montani e territori delle aree interne, dove la foresta rappresenta una componente essenziale dell’identità locale.

Gubbio prima per superficie assoluta

La classifica cambia quando non si considera la percentuale, ma l’estensione complessiva del patrimonio forestale.

In questo caso il primato nazionale spetta a Gubbio, che conta oltre 26.800 ettari di bosco.

Al secondo posto si trova San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza, con quasi 22mila ettari, seguito da Città di Castello, in provincia di Perugia.

Tra i primi dieci figurano anche Massa Marittima, Firenzuola, Ventasso, Arezzo, Bagno di Romagna, Spoleto e Longobucco.

L’Italia ha superato i 100mila chilometri quadrati di foreste

Il rapporto conferma che le foreste italiane hanno superato i 100mila chilometri quadrati di estensione, occupando più di un terzo del territorio nazionale.

Dal 2020 la superficie forestale ha oltrepassato anche la superficie agricola utilizzata, un fenomeno che non si verificava dal Medioevo.

La crescita dei boschi è legata in larga parte all’abbandono dei terreni agricoli marginali, dei pascoli e delle colture divenute poco redditizie.

Questo processo ha favorito l’espansione spontanea della vegetazione, ma pone anche nuove esigenze di gestione, manutenzione e prevenzione degli incendi.

Tre quarti delle foreste nei Comuni montani

Il dato più significativo riguarda la distribuzione territoriale.

Il 75,7% delle foreste italiane si trova nei Comuni montani, che occupano meno della metà della superficie nazionale e ospitano appena il 13,5% della popolazione.

Sono quindi le comunità delle montagne e delle aree interne a custodire la parte più importante del capitale naturale italiano.

Al tempo stesso, circa la metà dei Comuni presenta una copertura forestale inferiore al 20%, pur concentrando oltre due terzi della popolazione nazionale.

Quasi 500 Comuni sono “iper-boscosi”

Sono 3.149 i Comuni nei quali più del 40% del territorio è coperto da foreste.

Tra questi, 495 vengono definiti “iper-boscosi”, perché il bosco supera l’80% della superficie comunale.

In questi territori vive soltanto l’1% della popolazione italiana, ma si concentra quasi il 14% dell’intero patrimonio forestale nazionale.

Il dato dimostra quanto la tutela delle foreste dipenda da comunità spesso piccole, fragili e interessate da fenomeni di spopolamento.

Il bosco può diventare una risorsa economica

Il rapporto prova anche a superare l’idea secondo cui la presenza di vaste foreste coincida necessariamente con marginalità e arretratezza.

In diversi territori boscosi si registrano segnali di ripopolamento, nuovi investimenti e una maggiore attrattività legata alla qualità della vita, al turismo sostenibile e alle filiere agricole specializzate.

Il bosco può infatti produrre servizi ecosistemici essenziali: assorbimento dell’anidride carbonica, protezione del suolo, regolazione delle acque, difesa dalle alluvioni, produzione di legname, funghi e altri prodotti naturali.

Nel solo Comune di Marcetelli il valore stimato di questi servizi raggiunge quasi otto milioni di euro l’anno.

La sfida della gestione sostenibile

La crescita delle foreste non rappresenta automaticamente un vantaggio se non viene accompagnata da una gestione attiva.

Boschi abbandonati e privi di manutenzione possono diventare più vulnerabili agli incendi, alle malattie, al dissesto idrogeologico e agli effetti del cambiamento climatico.

La vera sfida è trasformare il patrimonio forestale in una leva di sviluppo, sostenendo i Comuni montani, le comunità locali e le filiere economiche collegate al legno, al turismo e alla biodiversità.

L’Italia è diventata una nazione forestale. Ora deve dimostrare di saper proteggere e valorizzare questa nuova ricchezza.

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Ambiente

La Peste Nera fece rinascere le foreste italiane: uno studio svela l’effetto inatteso della grande epidemia

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La devastante epidemia di Peste Nera del XIV secolo non cambiò soltanto la storia dell’Europa e della sua popolazione. Un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista PNAS dimostra che il drastico calo demografico favorì in Italia una significativa espansione delle foreste di querce, dando vita a uno dei più antichi processi di rinaturalizzazione documentati nel continente.

Quando la tragedia umana favorì la natura

La Peste Nera, che tra il 1347 e il 1352 causò milioni di morti in Europa, lasciò un segno profondo non soltanto nella storia dell’uomo, ma anche negli ecosistemi naturali.

Uno studio internazionale guidato dall’Università della Tuscia e pubblicato sulla prestigiosa rivista dell’National Academy of Sciences mostra come il crollo della popolazione abbia ridotto drasticamente la pressione esercitata dall’uomo sui boschi italiani, favorendo una sorprendente espansione delle foreste di querce.

Montecristo e Aspromonte, due laboratori naturali

La ricerca ha coinvolto studiosi delle Università di Bologna e del Salento, dell’Università del Nevada e dell’Accademia Cinese delle Scienze.

Gli scienziati hanno analizzato campioni di legno di leccio (Quercus ilex) raccolti sull’Isola di Montecristo e campioni di rovere (Quercus petraea) provenienti dall’Aspromonte.

Si tratta di due ambienti molto diversi tra loro: Montecristo rappresenta un ecosistema costiero a bassa quota, mentre l’Aspromonte ospita foreste montane situate tra i 1.100 e i 1.800 metri di altitudine.

La datazione al radiocarbonio racconta la rinascita dei boschi

Attraverso sofisticate tecniche di datazione al radiocarbonio, i ricercatori hanno scoperto che molte delle querce analizzate si sono insediate tra il 1400 e il 1650.

Particolarmente significativo è il caso di Montecristo, dove una percentuale insolitamente elevata di alberi risale al periodo compreso tra il 1407 e il 1486.

Secondo gli studiosi, questo dato suggerisce una rapida espansione delle foreste nei decenni immediatamente successivi alla pandemia.

La spiegazione sarebbe duplice: da un lato il drastico calo della popolazione e delle attività agricole e pastorali, dall’altro una fase climatica caratterizzata da maggiore umidità.

In Aspromonte una crescita più lenta ma duratura

Diversa la situazione osservata nelle foreste dell’Aspromonte.

Qui la ricostituzione dei boschi è avvenuta in modo più graduale e si è protratta per un periodo più lungo, nonostante condizioni climatiche progressivamente più aride.

Secondo gli autori dello studio, queste differenze dimostrano quanto la risposta degli ecosistemi dipenda dall’interazione tra fattori climatici, biologici e umani.

Querce millenarie testimoni della storia

Uno degli aspetti più sorprendenti della ricerca riguarda la straordinaria longevità delle querce italiane.

Gli alberi analizzati mostrano infatti la capacità di vivere per secoli, arrivando in alcuni casi a sfiorare o superare il millennio di età.

Queste piante rappresentano quindi autentici archivi naturali, in grado di conservare nella loro struttura le tracce degli eventi storici e ambientali che hanno attraversato il continente europeo.

La più antica rinaturalizzazione documentata

Lo studio suggerisce che la Peste Nera abbia innescato uno dei più importanti processi di rinaturalizzazione della storia europea.

La riduzione delle attività umane consentì infatti alla vegetazione di riconquistare ampie porzioni di territorio precedentemente sfruttate per agricoltura, allevamento e produzione di legname.

Per gli studiosi, comprendere questi processi può offrire indicazioni preziose anche per interpretare le dinamiche ambientali contemporanee e il rapporto tra presenza umana e biodiversità.

A distanza di quasi sette secoli, le querce di Montecristo e dell’Aspromonte raccontano ancora la storia di come una delle più grandi tragedie dell’umanità abbia lasciato un’impronta profonda anche nei paesaggi naturali italiani.

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Ambiente

Caldo record nel Regno Unito, muore una ragazza di 13 anni: almeno 15 vittime per annegamento in una settimana

Una ragazza di 13 anni è morta nello Yorkshire dopo essere stata soccorsa in seguito a un principio di annegamento nel fiume Wharfe. Con questo decesso sale ad almeno 15 il numero delle persone morte per annegamento nel Regno Unito nell’ultima settimana di maggio, durante l’eccezionale ondata di caldo che ha colpito il Paese.

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Una ragazzina di 13 anni è morta nelle scorse ore in un ospedale dello Yorkshire, nel nord dell’Inghilterra, dopo essere stata soccorsa in condizioni gravissime in seguito a un incidente avvenuto nel fiume Wharfe, nei pressi di Burnsall.

Secondo quanto riferito dalla polizia del North Yorkshire e riportato dalla BBC, la giovane si era immersa nelle acque del fiume probabilmente per trovare refrigerio durante le giornate di caldo eccezionale che hanno interessato il Regno Unito.

Nonostante i soccorsi e il ricovero in ospedale, la ragazza non è sopravvissuta.

Sale a 15 il bilancio delle vittime

Con questa tragedia sale ad almeno 15 il numero delle persone morte per annegamento nel Regno Unito nell’ultima settimana di maggio.

Secondo i dati raccolti dalla BBC, molte delle vittime sono rimaste coinvolte in incidenti avvenuti in fiumi, laghi, bacini artificiali o in mare durante i giorni caratterizzati da temperature insolitamente elevate.

Particolarmente allarmante il dato relativo ai più giovani: dieci delle vittime erano adolescenti.

L’effetto dell’ondata di caldo

Le autorità britanniche collegano indirettamente molti di questi incidenti all’eccezionale ondata di calore che ha colpito il Paese a partire dal 24 maggio.

Le temperature hanno raggiunto livelli mai registrati in questo periodo dell’anno da oltre un secolo di osservazioni meteorologiche.

A Londra si è toccato un picco di 35,1 gradi, un valore eccezionale per la primavera britannica.

I pericoli nascosti di fiumi e laghi

Gli esperti ricordano che corsi d’acqua, laghi e bacini artificiali possono presentare rischi elevati anche durante giornate molto calde.

Correnti improvvise, fondali irregolari, sbalzi di temperatura e profondità difficili da valutare rappresentano fattori che ogni anno causano numerosi incidenti.

Molte delle vittime registrate negli ultimi giorni si trovavano in aree non sorvegliate o non destinate ufficialmente alla balneazione.

Il caldo lascia spazio a temperature più normali

L’ondata di calore che ha interessato il Regno Unito sta nel frattempo attenuandosi.

Secondo le previsioni del Met Office, le temperature sono tornate su valori più vicini alla media stagionale, con massime intorno ai 21 gradi e l’arrivo di precipitazioni intermittenti nei prossimi giorni.

Resta però forte l’attenzione delle autorità sulla sicurezza in acqua, soprattutto dopo il tragico bilancio registrato durante l’ultima settimana di maggio.

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