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Vasco in tour, i concerti spostati al 2022: ecco le nuove date

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I concerti di Vasco Rossi previsti nel mese di giugno 2021 vengono riprogrammati nel 2022, a causa del perdurare dell’emergenza sanitaria da pandemia Covid, con il seguente calendario:

  • 24 maggio 2022 Milano – Ippodromo Milano Trenno (ex IDays);
  • 28 maggio 2022 Imola – Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari;
  • 3 giugno 2022 Firenze – Visarno Arena (ex Firenze Rocks);
  • 11 e 12 giugno 2022 Roma – Circo Massimo.

“Ci speravamo, ma in fondo lo sentivamo… che e’ ancora presto per un abbraccio collettivo. La pandemia fermera’ i miei concerti ma non ferma la mia musica – dice Vasco – e la buona notizia e’ che il 12.11.2021 uscira’ il nuovo album”. Le nuove date non faranno piu’ parte del calendario dei Festival a cui appartenevano anche se si svolgeranno nelle stesse location. La data di Milano avra’ luogo nella nuova area allestita all’Ippodromo Milano Trenno. I biglietti emessi rimarranno validi per le rispettive nuove date. Nel caso della doppia data di Roma i biglietti per la data del 19 giugno 2020 (poi 26 giugno 2021) saranno validi per la data dell’11 giugno 2022, i biglietti per il 20 giugno 2020 (poi 27 giugno 2021) saranno validi per la data del 12 giugno 2022. Coloro che saranno impossibilitati a partecipare alle nuove date, avranno la possibilita’ di rivendere legalmente il proprio biglietto sulle piattaforme dove e’ avvenuto l’acquisto o di richiedere il rimborso che avverra’ tramite voucher di pari valore a quello indicato sul biglietto precedentemente acquistato e comprensivo, dunque, del diritto di prevendita. Il voucher potra’ essere richiesto entro il 13 giugno 2021 e avra’ validita’ 18 mesi dalla sua data di emissione.

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Omofobia, Mattarella: rifiuto assoluto di ogni forma di intolleranza

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“La Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia e’ l’occasione per ribadire il rifiuto assoluto di ogni forma di discriminazione e di intolleranza e, dunque, per riaffermare la centralita’ del principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. Cosi’ il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una dichiarazione. “Le attitudini personali e l’orientamento sessuale – afferma il presidente della Repubblica – non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignita’ umana, perche’ laddove cio’ accade vengono minacciati i valori morali su cui si fonda la stessa convivenza democratica. La societa’ viene arricchita dal contributo delle diversita’. Disprezzo, esclusione nei confronti di cio’ che si ritiene diverso da se’, rappresentano una forma di violenza che genera regressione e puo’ spingere verso fanatismi inaccettabili”. “La ferita inferta alla singola persona – sostiene Mattarella – offende la liberta’ di tutti. E purtroppo non sono pochi gli episodi di violenza, morale e fisica che, colpendo le vittime, oltraggiano l’intera societa’. Solidarieta’, rispetto, inclusione, come ha dimostrato anche l’opera di contrasto alla pandemia, sono vettori potenti di coesione sociale e di sicurezza”.

 

Di seguito la dichiarazione integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  rilasciato ai media:

«La Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia è l’occasione per ribadire il rifiuto assoluto di ogni forma di discriminazione e di intolleranza e, dunque, per riaffermare la centralità del principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Le attitudini personali e l’orientamento sessuale non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana, perché laddove ciò accade vengono minacciati i valori morali su cui si fonda la stessa convivenza democratica.

La società viene arricchita dal contributo delle diversità. Disprezzo, esclusione nei confronti di ciò che si ritiene diverso da sé, rappresentano una forma di violenza che genera regressione e può spingere verso fanatismi inaccettabili.

La ferita inferta alla singola persona offende la libertà di tutti. E purtroppo non sono pochi gli episodi di violenza, morale e fisica che, colpendo le vittime, oltraggiano l’intera società. Solidarietà, rispetto, inclusione, come ha dimostrato anche l’opera di contrasto alla pandemia, sono vettori potenti di coesione sociale e di sicurezza».

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Cronache

Condanna di Berlusconi per frode fiscale, dopo 8 anni i giudici di Strasburgo chiedono all’Italia di “spiegare”

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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha rivolto al governo italiano, che dovrà rispondere entro il prossimo 15 settembre, alcune domande precise relative al processo per frode fiscale che portò alla condanna di Silvio Berlusconi. Accadde otto anni fa. La Cassazione quel giorno del 1 agosto 2013 rese definitiva la condanna a quattro anni di reclusione ( un anno condonato) per frode fiscale. Al fondatore di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio quella condanna costò la  decadenza dalla carica di senatore, quella lunga e complessa vicenda giudiziaria continua a occupare i giudici di Strasburgo. I giudici hanno (ri) tirato fuori il fascicolo numero 8683/14, intitolato “Berlusconi contro Italia”, che giaceva sui loro tavoli dall’inizio del 2014, ed hanno posto al Governo italiano in carica (quello di oggi è presieduto da Mario Draghi) alcune domande. “Il ricorrente signor Silvio Berlusconi ha beneficiato di una procedura dinanzi a un tribunale indipendente, imparziale e costituito per legge? Ha avuto diritto a un processo equo? Ha disposto del tempo necessario alla preparazione della sua difesa?”. Berlusconi ha scontato la pena, è stato riabilitato. Oggi è in Parlamento europeo, rieletto. Il verdetto del 2013 però  ha effetti  importanti su versanti di non poco conto. Il diritto della Fininvest a detenere le quote eccedenti il 9,99 per cento di Banca Mediolanum, contestato proprio a causa della perdita dei requisiti di “onorabilità” è uno dei tanti effetti deleteri di quella sentenza che si chiede di riformare.. Per provare a rimuovere quell’ostacolo i suoi avvocati hanno proposto alla Corte d’appello di Brescia la revisione del processo milanese, che però appare un risultato complicato da raggiungere; e, sia pure con i tempi lentissimi dei ricorsi europei, continuano a percorrere anche la strada di Strasburgo. La folta e qualificata pattuglia di avvocati composta da Andrea Saccucci, Franco Coppi, Niccolò Ghedini, Bruno Nascimbene, Keir Starmer e Steven Powles ha presentato alla Corte una ricostruzione dei fatti in cui si ripercorre la complessa vicenda giudiziaria che, insieme a tre pronunce di prescrizione per alcuni reati contestati, è arrivata fino alla dichiarazione di colpevolezza dell’imputato Berlusconi da parte del tribunale e della Corte d’appello di Milano nel 2012 e nel 2013, confermate dalla Cassazione il 1 agosto 2013.

Secondo il collegio difensivo di Berlusconi quel processo  è zeppo di presunte violazioni dei diritti della difesa che vanno dai mancati riconoscimenti del legittimo impedimento dell’ex premier a partecipare a cinque udienze al drastico taglio dei testimoni richiesti dalla difesa, dal rigetto dell’istanza di trasferimento del processo ad altra sede alla mancata traduzione in italiano di alcuni documenti provenienti dall’estero, e altro ancora. Si tratta di contestazioni già presentate ai giudici di merito e di legittimità italiani. In Italia però queste eccezioni furono respinte dai togati italiani. Ma dopo il verdetto definitivo gli avvocati non si sono arresi, e ritenendo che fossero stati lesi alcuni principi sanciti dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo hanno deciso di proseguire la loro battaglia a Strasburgo. Dove i giudici, al termine di un vaglio di ammissibilità durato sette anni, hanno stabilito di chiedere conto delle “doglianze” di Berlusconi al governo italiano. Chiamato a fornire risposte scritte ai quesiti. “L’azione per la quale il ricorrente è stato condannato – domanda la Corte – costituiva reato secondo il diritto nazionale al momento in cui è stata commessa? Il ricorrente si è visto infliggere una pena più grave rispetto a quella applicabile al momento in cui la violazione è stata commessa, in ragione della mancata applicazione delle circostanze attenuanti? Il ricorrente è stato processato due volte per la stessa offesa sul territorio dello Stato?”. L’Italia risponderà prevedibilmente di no, in linea con i magistrati che hanno emesso le sentenze e svolto accertamenti successivi; come quelli che a Roma hanno recentemente archiviato l’indagine su ipotetiche irregolarità nell’assegnazione della causa alla sezione feriale della Cassazione. Alle osservazioni del governo replicheranno i difensori di Berlusconi, in un contraddittorio scritto che precederà il verdetto finale. Dai tempi del tutto imprevedibili. Anche perchè a giudicare dalla celerità con cui la Cedu ha vagato le richieste di Berlusconi, diciamo che anche in Europa i giudici non scherzano quanto a tempi eterni della giustizia

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Economia

Troppo lavoro fa male, si rischia di morire per ictus

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Lavorare piu’ di 55 ore a settimana aumenta il rischio di morte per malattie cardiache e ictus. Tanto che solo in un anno, sono stati 745.000 decessi per questo motivo, con un aumento del 29% rispetto al 2000. E la pandemia Covid-19 sta rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore. A quantificare il danno e’ uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanita’ e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), appena pubblicato sulla rivista Environment International. Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. I risultati mostrano che lavorare 55 ore o piu’ a settimana e’ associato a un aumento del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto al lavorare per le normali 35-40 ore settimanali. Nello specifico, solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone siano morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Un trend in peggioramento negli ultimi anni, tanto che tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati e’ aumentato del 42%, mentre la percentuale si attesta al 19% per gli ictus. Questo carico di malattie legate al lavoro e’ particolarmente significativo negli uomini (il 72% dei decessi si e’ verificato tra i maschi), nelle persone che vivono nelle regioni del Pacifico occidentale e del Sud-est asiatico, mentre l’impatto e’ minore in Europa Occidentale. La maggior parte dei decessi hanno riguardato persone morte tra 60 e 79 anni, che avevano lavorato per 55 ore o piu’ a settimana quando avevano tra 45 e 74 anni. Angola, Libano, Corea ed Egitto sono tra i paesi piu’ colpiti. I motivi per cui cio’ accade, suggeriscono le evidenze scientifiche, sono due: il primo e’ che lavorare a lungo attiva continuamente gli ormoni di risposta allo stress e cio’ innesca reazioni nel sistema cardiovascolare, portando a ipertensione e arteriosclerosi. Il secondo sono le risposte comportamentali allo stress, che includono un maggior uso di tabacco, alcol, dieta malsana e inattivita’ fisica, tutti fattori di rischio stabiliti per la cardiopatia ischemica e l’ictus. E la pandemia ha peggiorato la situazione. Uno studio del National Bureau of Economic Research in 15 paesi ha mostrato, infatti, che il numero di ore di lavoro e’ aumentato di circa il 10% durante i lockdown. Il telelavoro, infatti, rende piu’ difficile disconnettere i lavoratori. Inoltre la pandemia ha aumentato la precarieta’ del lavoro, che, in tempi di crisi, tende a spingere chi ha mantenuto il proprio a lavorare di piu’. “La pandemia Covid19 ha cambiato in modo significativo il modo in cui molte persone lavorano”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. “Il telelavoro – prosegue – e’ diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare il personale per risparmiare denaro e le persone che sono ancora sul libro paga finiscono per lavorare piu’ a lungo”. Per ridurre questi rischi, concludono Oms e Ilo, i governi possono introdurre leggi e politiche che vietano lo straordinario obbligatorio e garantiscono limiti massimi all’orario di lavoro.

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