Politica
Vannacci: “In Iran il cambio di regime non c’è stato. E dietro gli attacchi può esserci la partita energetica con la Cina”
Il generale Roberto Vannacci commenta la situazione in Iran: “Il cambio di regime non c’è stato”. E ipotizza una possibile motivazione energetica legata alla Cina.
Il generale Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale ed europarlamentare, interviene sulla situazione geopolitica legata all’Iran e agli attacchi che proseguono dalla fine di febbraio.
Parlando con i giornalisti a Montecatini Terme, prima del debutto del suo spettacolo dedicato al tema della remigrazione, Vannacci ha espresso dubbi sull’efficacia delle operazioni che avrebbero avuto come obiettivo il cambio del regime iraniano.
“Khamenei padre non c’è più, ma il figlio appare più estremista”
Secondo il generale ed eurodeputato, l’ipotesi di un cambiamento politico sostanziale a Teheran non si sarebbe realizzata.
Se l’obiettivo era quello di modificare gli equilibri al vertice della Repubblica islamica, sostiene Vannacci, il risultato non sarebbe stato raggiunto.
“Khamenei padre non c’è più, ma c’è il figlio, che sembra più estremista del padre. Allora qualcosa non va”, ha affermato.
L’ipotesi della partita energetica globale
Nel suo intervento Vannacci ha indicato anche una possibile chiave di lettura economica e geopolitica della crisi.
Secondo il parlamentare europeo, uno degli interessi in gioco potrebbe essere la destabilizzazione di un’area strategica dal punto di vista energetico. Si tratta di una regione fondamentale per l’approvvigionamento di idrocarburi, con implicazioni dirette anche per l’Europa.
Allo stesso tempo, ha osservato, l’area è cruciale per la Cina, che importa dall’Iran una quota rilevante del proprio fabbisogno energetico.
Il ruolo della Cina negli equilibri energetici
Vannacci ha ricordato come Pechino dipenda in modo significativo dalle forniture energetiche provenienti da Teheran.
Secondo la sua ricostruzione, circa il 15% del fabbisogno di idrocarburi della Cina arriva dall’Iran e circa il 90% del petrolio esportato da Teheran sarebbe diretto proprio verso il mercato cinese.
Per questo, secondo il generale, dietro gli attacchi che continuano dal 28 febbraio potrebbe esserci anche una dimensione legata agli equilibri energetici e commerciali internazionali.
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Elezioni Campania, centrodestra unito: candidati a Avellino e Salerno, accordo anche su Napoli
Il centrodestra si presenta unito alle elezioni comunali in Campania. Accordo su candidati e ruoli tra FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati
Politica
Decreto sicurezza, scontro sui rimpatri: governo tira dritto verso il voto finale
Il governo conferma la norma sui rimpatri nel decreto sicurezza. Scontro con avvocati e opposizioni, voto finale alla Camera entro pochi giorni.
Il decreto sicurezza entra nella fase decisiva. La maggioranza conferma la linea e non intende modificare la norma sui rimpatri dei migranti, nonostante le critiche arrivate da opposizioni, avvocati e magistrati.
Il provvedimento approderà alla Camera per l’approvazione definitiva, con voto di fiducia, in una corsa contro il tempo: deve essere convertito in legge entro pochi giorni per evitare la decadenza.
La norma sui rimpatri e il nodo degli avvocati
Al centro del confronto c’è l’emendamento promosso dal senatore Marco Lisei, che introduce incentivi ai rimpatri volontari dei migranti.
La misura prevede un compenso di 615 euro per gli avvocati che seguono le pratiche, a condizione che il rimpatrio venga effettivamente completato.
Nel testo viene coinvolto anche il Consiglio nazionale forense, chiamato a collaborare con il Viminale nella gestione dei rimpatri assistiti.
La protesta del Consiglio forense
Il Consiglio nazionale forense ha preso nettamente le distanze dalla norma, dichiarando di non essere stato coinvolto nel processo decisionale.
Il presidente Francesco Greco ha sottolineato come le attività previste non rientrino nelle competenze dell’istituzione, sollevando dubbi anche sulla sostenibilità economica della misura.
Maggioranza compatta, nessuna modifica
Dal fronte della maggioranza arriva una chiusura netta. Per Lisei non ci sono elementi da correggere, mentre il capogruppo al Senato Lucio Malan difende la norma, sostenendo che introduce una possibilità aggiuntiva senza penalizzare i professionisti.
Fonti di governo escludono modifiche: ogni cambiamento comporterebbe un nuovo passaggio al Senato, incompatibile con i tempi stretti.
Critiche e tensioni politiche
Le opposizioni restano compatte nel giudizio negativo sul decreto. Tra le critiche principali, la gestione dei rimpatri, ma anche altre misure considerate restrittive sul piano dei diritti e delle libertà.
Dure le posizioni espresse in Parlamento, con accuse di deriva autoritaria e contestazioni sul metodo adottato, basato su fiducia e tempi serrati.
Iter parlamentare in salita
Il percorso parlamentare si annuncia complesso. In Commissione sono stati presentati oltre mille emendamenti dalle opposizioni, destinati a rallentare i lavori.
Dopo il passaggio in aula, il voto di fiducia richiederà due giorni, seguito dagli ordini del giorno che potrebbero essere numerosi.
Il decreto si avvia così verso l’approvazione definitiva in un clima di forte scontro politico, con il governo determinato a chiudere senza modifiche e le opposizioni pronte a proseguire la battaglia parlamentare.
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