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Vaccini, cure efficaci e farmaci entro l’anno: ecco come sarà sconfitto il Covid

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I casi di trombosi osservati in relazione alla somministrazione del vaccino potrebbero essere forse causati, secondo una recente pubblicazione, dalla formazione di autoanticorpi, come succede, in rarissimi casi, durante trattamenti con eparina.  Se confermata, l’osservazione potrebbe guidare la diagnosi e la terapia di questi, pur molto rari, eventi avversi. Per ora l’analisi condotta da Ema sul vaccino Oxford AstraZeneca ha rassicurato sul fatto che non causi un aumento della frequenza di tromboembolia, aspettiamo ulteriori analisi. In Gran Bretagna non si è osservato un eccesso di eventi tromboembolici nei 20 milioni di persone vaccinate con Oxford AstraZeneca rispetto ai vaccinati con BioNTech Pfizer e rispetto a quanto normalmente atteso.
Vaccinare anche chi ha avuto il Covid
Chi ha avuto il Covid deve vaccinarsi, però diversi studi dimostrano che è sufficiente una sola dose, cosa che, fra l’altro, farebbe risparmiare due milioni di dosi di vaccino in Italia, mentre su scala globale questa strategia “salverebbe” cento milioni di vaccini a costo zero.

La seconda dose di vaccino è necessaria per tutti?
Dopo la prima dose di Pfizer i dati indicavano una protezione del 60% contro la malattia grave e del 90% dopo la seconda somministrata nei tempi giusti, quindi la seconda dose, in generale, serve. Il vaccino Oxford AstraZeneca era nato come singola dose poi è stato deciso di fare anche la seconda, ritardata fino a 12 settimane, quando ci si è resi conto che c’ era un problema di durata della risposta immunitaria. Per quanto riguarda il vaccino Johnson & Johnson, anche questo basato su adenovirus, i dati indicano una protezione del 77% dopo una sola dose, inferiore in Sudamerica e Africa, dove è intorno al 50%. Quanto a Sputnik V, anch’ esso su base adenovirus, i tassi sono apparentemente anche migliori ma i dati si riferiscono per ora a 27 giorni dopo la prima dose.

Nei soggetti fragili la protezione del vaccino è efficace?
I dati indicano che in alcune categorie di soggetti fragili il vaccino può funzionare un po’ meno bene: dobbiamo vaccinare sicuramente le persone fragili, ma anche studiare come proteggerle al massimo, quindi capire quando vaccinarle, individuare quali fra di loro hanno una risposta maggiore o minore. Dobbiamo accompagnare la vaccinazione con programmi di ricerca che permettano di rispondere sempre meglio alle loro esigenze. In questo senso sono in corso studi collaborativi fra diversi istituti che avranno probabilmente il sostegno del ministero della Salute.

Perchè nascono tutte queste varianti?
Più il virus si replica e più genera varianti. Dobbiamo fermare la corsa del virus.
Dobbiamo impedire che circoli, qui e altrove.

La riduzione delle infezioni nel Regno Unito 
Vaccino e lockdown hanno contribuito. Uno dei grandi studi di popolazione, condotto in Scozia, dimostra che entrambe le cose servono. L’ importante è condurre studi seri per poter avere risposte solide, e questo vale anche per le terapie con i farmaci.

Uso del cortisone

Il desametasone, e per estensione i cortisonici, si è dimostrato attivo su pazienti con insufficienza respiratoria e bisogno di assistenza respiratoria, mentre in altre condizioni i dati suggeriscono che possa addirittura essere nocivo. Questo viene chiaramente detto dalle linee-guida Idsa ( Infectious Disease Society of America ), che sono molto rigorose e rappresentano un punto di riferimento.

La vitamina D
La Vitamina D ha fallito nello studio di verifica, anche se c’erano i presupposti razionali per condurlo, visto che è stata osservata un’associazione fra bassi livelli di vitamina D e un cattivo decorso dell’ infezione.

Farmaci, a che punto siamo?
Ci sono stati diversi insuccessi: per esempio vecchi antivirali, ivermectina, colchicina, la combinazione azitromicina-idrossiclorochina non hanno retto alle verifiche di sperimentazioni rigorose sebbene avessero dato speranze in studi osservazionali limitati a poche decine o centinaia di soggetti. Serve cautela, ancora di più se queste sperimentazioni non vengono pubblicate da riviste scientifiche accreditate. Un altro caso paradigmatico è stato quelle del siero iperimmune sul quale il National Health Institute americano ha sospeso la sperimentazione nei pazienti ambulatoriali per mancanza di efficacia.

Ci sono dati interessanti per strategie che mirano a inibire molecole come le interleukine 6 e 8 e l’ enzima Jak che giocano un ruolo importante nei gravi fenomeni infiammatori che si verificano in corso di Covid. Aspettiamo i risultati di sperimentazioni rigorose in proposito. Per gli anticorpi monoclonali la situazione è in divenire, ma le combinazioni di monoclonali sono già più di una promessa. Il sogno che tutti abbiamo è di disporre di una pillola come quelle per il virus Hiv, che riesca a tenere sotto controllo l’ infezione, e ci sono composti in fase 2 di sperimentazione che ci danno motivi di speranza in questo senso. Se le cose andranno bene, per la fine dell’ anno forse potremo avere un armamentario di strumenti studiati in protocolli seri fra i quali scegliere in base sia al paziente sia alla fase dell’ infezione.

Studi genetici
La malattia è un incrocio fra predisposizione genetica e autoimmunità. In tanti si sono cimentati in analisi del rischio genetico. Di recente tutti quelli che hanno condotto studi su polimorfismi genetici e rischio di Covid-19 si sono messi insieme in uno sforzo globale e il loro lavoro si è tradotto in un documento scientifico sottomesso a verifica per essere pubblicato su una rivista molto autorevole e nel frattempo è già consultabile in open access (accessibile a tutti gratuitamente). Ciò che colpisce è che gli autori sono ben 2.800. Una prova di collaborazione senza precedenti.

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14 milioni di vaccini fatti, entro giugno 1/a dose a over 60

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Entro giugno tutti gli over 60 dovranno aver ricevuto almeno una dose di vaccino. Con oltre 14 milioni di somministrazioni e piu’ di 4 milioni di italiani immunizzati anche con il richiamo, il ministro della Salute Roberto Speranza indica il nuovo obiettivo del governo, auspica chiarezza su Johnson & Johnson il piu’ presto possibile e ribadisce: “solo vaccinando decine di milioni di italiani riconquisteremo le nostre liberta’ e sara’ possibile una duratura ripresa economica”. E proprio la percentuale di somministrazione dei vaccini potrebbe essere uno dei nuovi parametri che potrebbe entrare nel nuovo decreto per determinare il livello di rischio dei singoli territori e, di conseguenza, le riaperture: le Regioni e l’Istituto superiore di Sanita’ lavorano ad un’ipotesi che prevede un tasso di copertura del 70% per over 80 e fragili, dunque l’immunita’ di gregge per questa fascia d’eta’. Nonostante lo stop delle autorita’ Usa e la diffidenza verso Astrazeneca, il governo continua ad ostentare fiducia e si dice convinto che la campagna vaccinale non subira’ ulteriori rallentamenti, forte anche dei 7 milioni di dosi in piu’ per l’Italia che Pfizer anticipera’ dal quarto al secondo trimestre, dunque entro giugno, come annunciato dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e confermato in un’intervista al Corriere e altri 3 giornali europei dall’Ad dell’azienda americana. “In questo trimestre consegneremo 250 milioni di dosi all’Europa” dice Albert Bourla rivelando anche uno studio su 46mila persone in base al quale al momento il siero di Pfizer “risulta sicuro anche sulle varianti”. Si va avanti, dunque. “L’organizzazione c’e’, la macchina e’ stata messa a punto e con le dosi in arrivo sono sicuro che porteremo a casa gli obiettivi e riusciremo a riaprire il paese”, afferma il Commissario per l’emergenza Francesco Figliuolo che sta proseguendo il suo tour per l’Italia per verificare la situazione delle diverse regioni. Dopo un paio di giorni, le somministrazioni sono tornate sopra le 300mila in 24 ore e l’input dato dal generale e’ che si continui a viaggiare costantemente su questi ritmi, visto che gia’ l’obiettivo delle 500mila vaccinazioni al giorno a meta’ aprile e’ saltato. L’altra indicazione non derogabile e’ quella che riguarda le categorie: prima si vaccinano gli over 80 e i fragili, poi i settantenni e i 60enni. “Vaccinare i piu’ anziani e’ corretto perche’ consente di salvare vite umane. E tutte le regioni devono attenersi a queste indicazioni”, ripete Speranza nella sua informativa alla Camera indicando appunto l’obiettivo di giugno e dove pero’ deve incassare l’annuncio della mozione di sfiducia da parte di Fratelli d’Italia. “Sono mesi che denunciamo la sua incompetenza e inadeguatezza” dice Giorgia Meloni. Ad oggi, secondo i dati del ministro, e’ stata somministrata la prima dose al 76% delle persone con piu’ di 80 anni e al 30% di quelle tra 70 e 80. Numeri che per il Gimbe significano pero’ il contrario: la campagna stenta, visto che un ottantenne su 4 non ha avuto neanche una dose e tra i 70 e i 79 questa percentuale si sale a 3 su quattro. Certo e’ che se si vuole legare, come ha detto il premier Mario Draghi, le aperture alle vaccinazioni, bisogna accelerare. Su questo fronte un aiuto arrivera’ dalle farmacie: sono gia’ 11mila quelle che diventeranno luoghi di somministrazione, con 25mila farmacisti che hanno gia’ iniziato il corso di formazione. Ma servono piu’ dosi e qui torna di nuovo in ballo Johnson & Johnson. “La sicurezza delle persone che utilizzano i nostri prodotti e’ la nostra massima priorita’” dice il vice presidente del Comitato esecutivo dell’azienda Paul Stoffels con l’azienda convinta del “profilo beneficio-rischio del nostro vaccino”. Secondo Figliuolo la questione si risolvera’ a breve ma in ogni caso e’ probabile che, come avvenuto per Astrazeneca, ne verra’ raccomandato l’utilizzo con delle limitazioni. Il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri definisce “verosimile” un limite di eta’ come per il siero dell’azienda anglo svedese, dunque sopra i 60 anni. E’ un vaccino “importante” per la campagna, ripete Speranza, come Astrazeneca, che e’ “sicuro, efficace”.

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Covid Italia, numeri ancora alti del contagio: quasi 17.000 casi e 380 morti

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I numeri dell’epidemia di Covid-19 in Italia sono ancora altri, sia per quanto riguarda i nuovi casi, che dopo la discesa delle scorse settimane sembrano essersi stabilizzati, sia per quanto riguarda i ricoveri e i decessi: tutti i valori indicano che la situazione continua a richiedere attenzione e prudenza, osserva il fisico Enzo Marinari, dell’Universita’ Sapienza di Roma, e la Fondazione Gimbe invita alla prudenza, per evitare che la curva epidemica torni a salire. I dati del ministero della Salute indicano che i nuovi casi positivi sono stati 16.974, contro i 16.168 del giorno precedente, e sono stati individuati grazie a 319.633 test, fra molecolari e antigenici rapidi, ossia oltre 15.000 in meno rispetto ai 334.766 di 24 ore prima. Torna a salire in un giorno dal 4,8 al 5,3 il tasso di positivita’, risultato del rapporto fra il totale dei casi e il totale dei tamponi. Sempre alto anche il numero dei decessi, con 380, anche se si registra un calo importante rispetto ai 469 del giorno precedente. Lieve il calo dei ricoverati nelle unita’ di terapia intensiva, con 73 unita’ in meno in 24 ore nel saldo giornaliero tra entrate e uscite; i nuovi ingressi sono stati 211, contro i 216 del giorno prima e il totale dei ricoverati e’ sceso complessivamente da 3.490 a 3.417. Nei reparti ordinari sono invece ricoverate 25.587 persone, in calo di 782 in un giorno. Per quanto riguarda la situazione nelle regioni, il maggiore incremento di casi positivi in 24 ore si e’ registrato in Lombardia, con 2.722, seguita da Campania (2.224), Puglia (1.867), Sicilia (1.450), Lazio (1.330), Piemonte (1.264), Toscana (1.206), Emilia Romagna (1.150), Veneto (1.085). “Ci troviamo di fronte a una situazione non semplice, che richiede ancora molta attenzione”, osserva Marinari. “Per quanto riguarda i nuovi casi, il picco e’ stato superato, ma con molte indecisioni: c’e’ stata una discesa evidente per due settimane e poi un rallentamento. Adesso la discesa e’ molto prudente”. Quanto ai decessi, il fisico osserva che “non scendono”.

I dati del ministero della Salute

L’unica notizia incoraggiante viene dalle unita’ di terapia intensiva, nelle quali i ricoveri hanno registrato un calo del 10% rispetto a dieci giorni fa: “Un dato che, a distanza di tempo, promette anche una decrescita nei decessi”. In sostanza, prosegue, “i ricoveri nelle terapie intensive sono molto vicini al valore soglia oltre il quale le strutture vanno in crisi. Speriamo che adesso le vaccinazioni comincino a funzionare, avendo ben presente che per poter pensare a delle riaperture dovranno essere vaccinati tutti, dovunque”. Raccomanda la prudenza anche il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, per il quale “i nuovi casi e la loro variazione percentuale continuano a scendere, ma con un bacino di 520.000 casi attualmente positivi e’ impossibile riprendere il tracciamento dei contatti”. Per Renata Gili, responsabile della Ricerca sui Servizi Sanitari della fondazione, “sul fronte ospedaliero le curve dei ricoveri con sintomi e delle terapie intensive hanno iniziato una discesa lenta e irregolare, ma i numeri assoluti restano elevati e in molte Regioni gli ospedali sono ancora in affanno”. Infatti, a livello nazionale l’occupazione dei posti letto in terapia intensiva (39%) e area medica (41%) e’ ancora superiore alle soglie di allerta (rispettivamente 30% e 40%). In particolare sono 7 le regioni ancora sopra la soglia di allerta per i posti letto di area medica e 13 per le terapie intensive. “Si conferma il calo dei nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva – conclude Marco Mosti, direttore operativo della fondazione Gimbe – ma ogni giorno la media degli ingressi supera i 200”.

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Effetto lockdown, col covid taglio emissioni gas serra del 10%

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L’effetto Covid-19 atterra sul clima, e grazie alle misure restrittive anti-emergenza – in particolare il picco contenuto nel perimetro temporale del lockdown – da’ una bella sforbiciata alle emissioni di gas serra del nostro Paese, con un taglio che nel 2020 sfiora il 10% (il 9,8% per la precisione). La riduzione supera la discesa del Pil che plana ‘dolcemente’ verso un meno 8,9%; mettendo in evidenza un disaccoppiamento, quello tra emissioni e Prodotto interno lordo, che conferma – sia pure in una fase economica negativa – una tendenza in corso gia’ da tempo. L’istantanea viene scattata da due rapporti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) che disegnano il quadro globale, e di dettaglio, della situazione italiana sull’andamento dei gas serra, che negli ultimi 30 anni hanno perso per strada quasi un punto percentuale di emissioni all’anno dal 1990 al 2019 (il 19% in totale). I dati, che offrono un’anticipazione di quello che sara’ certificato per il 2020, entreranno a far del nuovo Def. L’andamento stimato e’ dovuto alla riduzione delle emissioni per la produzione di energia elettrica (meno 12,6%), alla piu’ scarsa domanda e alla riduzione dei consumi energetici delle industrie (meno 9,9%), al ‘blocco’ dei trasporti soprattutto privati nelle citta’ (meno 16,8%), alla chiusura del riscaldamento degli edifici pubblici e delle attivita’ commerciali (meno 5,8%). Il taglio del 19% in 30 anni ha invece anche una traduzione concreta: significa che l’Italia e’ riuscita a tagliare 101 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, passando da 519 a 418 milioni di tonnellate. Un pezzo di viaggio per cui si deve ringraziare il contributo che e’ arrivato dalla crescita delle rinnovabili (idroelettrico ed eolico), dall’efficienza energetica, e dalla riduzione dell’uso del carbone. Mentre energia e trasporti continuano a essere responsabili della meta’ delle emissioni di gas serra: le emissioni delle industrie energetiche “scendono del 33% nel 2019”; quelle dei trasporti invece aumentano del 3,2%. Guardando al 2050 – che per l’Italia rappresenta la ‘data obiettivo’ della “neutralita’ emissiva” – gli scenari prevedono due strade: avendo sempre cura di prendere come anno di riferimento il 1990, da un lato ci potremmo ritrovare senza adoperarci troppo a navigare su una curva di riduzione delle emissioni del 40%, dall’altro potremmo arrivare a surfare sulle onde di un 65% in meno (composto dal 58% dovuto all’attuazione del Piano nazionale integrato energia e clima e dal 5-7% di assorbimento naturale della CO2). Per il restante 35% ci sara’ bisogno di tutta la forza che la transizione ecologica riuscira’ a declinare sotto la voce ‘sviluppo sostenibile’.

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