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Usa-Iran, il canale segreto di Trump con i Pasdaran: Barzani mediatore con Vahidi

L’amministrazione Trump avrebbe utilizzato Nechirvan Barzani per contattare segretamente il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e verificare il sostegno dell’ala militare iraniana ai negoziati con Washington.

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L’amministrazione Trump avrebbe aperto a maggio un canale riservato con il comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniana, Ahmad Vahidi, utilizzando come intermediario Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno.

Il retroscena è stato pubblicato da Axios e firmato da Barak Ravid, che cita tre fonti con conoscenza diretta dei contatti. La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dai protagonisti.

I dubbi di Washington sui negoziatori iraniani

Dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile e il vertice di Islamabad, Stati Uniti e Iran avevano avviato colloqui per cercare di chiudere il conflitto. All’inizio di maggio la Casa Bianca riteneva possibile un accordo, ma la risposta iraniana tardava ad arrivare.

Washington cominciò quindi a dubitare che il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi fossero realmente autorizzati a impegnare anche i vertici dei Pasdaran, diventati sempre più influenti nelle decisioni sulla sicurezza e sulla politica estera iraniana.

Intorno al 10 maggio, secondo Axios, l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard contattò Barzani, con l’autorizzazione di Trump e del vicepresidente JD Vance, chiedendogli di raggiungere direttamente Vahidi.

La telefonata cifrata con Vahidi

Barzani avrebbe accettato il ruolo grazie ai suoi rapporti con entrambe le parti. Durante la guerra tra Iran e Iraq aveva vissuto in territorio iraniano, studiato all’Università di Teheran e imparato il farsi, costruendo relazioni personali con esponenti del sistema politico e militare della Repubblica islamica.

Il 14 maggio un funzionario dei Guardiani della rivoluzione sarebbe arrivato nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono cifrato. Durante la conversazione, Vahidi avrebbe assicurato che i Pasdaran sostenevano la linea negoziale di Ghalibaf e Araghchi e preferivano risolvere la crisi attraverso il dialogo.

Barzani riferì subito il contenuto del colloquio a Gabbard, che informò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero successivamente di organizzare a Erbil un incontro segreto tra alti rappresentanti americani e iraniani. Teheran non avrebbe escluso l’ipotesi, manifestando però timori per la sicurezza della delegazione. L’incontro non si è mai svolto.

A giugno Stati Uniti e Iran raggiunsero un memorandum d’intesa, successivamente naufragato. I contatti indiretti sarebbero proseguiti attraverso mediatori pakistani e qatarioti, senza produrre finora progressi significativi.

Il caso mostra la difficoltà incontrata da Washington nel negoziare con un sistema iraniano nel quale il potere formale delle istituzioni civili convive con quello politico e militare dei Guardiani della rivoluzione.

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AfD travolge la Sassonia-Anhalt, la scossa arriva in Italia: Vannacci esulta, la maggioranza si divide

L’AfD ottiene una vittoria storica in Sassonia-Anhalt con il 43,8% dei voti. Il risultato divide la maggioranza italiana e rafforza Roberto Vannacci, mentre Giorgia Meloni mantiene il silenzio e Matteo Salvini celebra la richiesta di cambiamento arrivata dalle urne tedesche.

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L’onda dell’Alternative für Deutschland non è più soltanto quella registrata dai sondaggi. Con il 43,8% dei voti e 39 seggi su 83, l’AfD ha travolto la Sassonia-Anhalt, più che raddoppiando il risultato del 2021 e infliggendo una pesante sconfitta alla Cdu del cancelliere Friedrich Merz. Un successo senza precedenti che, tuttavia, non consegna al partito la maggioranza assoluta nel Parlamento regionale.

Il voto di un Land che raccoglie poco più del 2% della popolazione tedesca non può essere automaticamente proiettato sull’intera Germania, né tantomeno sull’Italia. Ma a pochi mesi dall’avvio della campagna per le Politiche del 2027, il risultato alimenta riflessioni e preoccupazioni anche nella maggioranza italiana.

A inquietare alcuni settori della coalizione sarebbe soprattutto il possibile effetto di trascinamento su Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. L’ex generale si presenta ormai come il principale interprete italiano di quella destra radicale che contesta immigrazione, Green Deal e sostegno militare all’Ucraina.

Giorgia Meloni mantiene per ora il silenzio sul voto tedesco. Negli ambienti della maggioranza si ragiona però sulla necessità di rendere più visibili l’azione e i risultati del governo, intensificando la presenza della presidente del Consiglio sul territorio italiano durante la delicata fase che precede la campagna elettorale.

Meloni, salvo cambiamenti dell’ultima ora, non dovrebbe partecipare neppure all’Assemblea generale delle Nazioni Unite in programma a New York alla fine di settembre. L’Italia sarebbe rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Non risultano, tuttavia, conferme ufficiali di un collegamento diretto tra questa scelta e l’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt.

La vittoria dell’AfD divide intanto i partiti di governo. Matteo Salvini respinge gli allarmi: «A sinistra usano le parole terrore, nazismo, paura, onda nera o valanga. Si chiama democrazia. Quando la gente vota lo si rispetta sempre».

Il leader della Lega ha definito quello dell’AfD un «successo clamoroso», sostenendo che dimostra come «un’altra Europa sia possibile». Il giorno dopo ha scelto toni più misurati: «Le elezioni non sono mai un problema». Ha quindi indicato nella difesa dei confini, nella sicurezza e nella battaglia contro il Green Deal i principali punti di contatto tra il Carroccio e il partito tedesco.

Di segno opposto la posizione di Maurizio Lupi. «Nessun esito elettorale può giustificare aperture verso forze estremiste», afferma il leader di Noi Moderati. Dentro Fratelli d’Italia prevale invece la cautela. «Quel voto andrà misurato alla prova dei fatti», osserva il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, invitando a non attribuire immediatamente a una consultazione regionale una portata europea.

A festeggiare senza riserve è soprattutto Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale parla di «onda popolare» e sostiene che gli elettori più giovani abbiano scelto l’AfD per chiedere un cambiamento: «Ecco perché anche Futuro Nazionale fa paura».

Vannacci utilizza il voto tedesco anche per rilanciare lo scontro con il suo precedente partito. Accusa la Lega di essersi congratulata con l’AfD dopo averne preso le distanze nel 2024, quando la formazione tedesca venne espulsa dal gruppo Identità e Democrazia al Parlamento europeo. «Sono sempre più convinto di aver agito correttamente nel lasciare la Lega», conclude.

Il successo dell’AfD diventa così un nuovo terreno di competizione nella destra italiana. Salvini prova a recuperare le parole d’ordine del partito tedesco, mentre Vannacci rivendica una maggiore coerenza radicale e punta a raccoglierne la spinta elettorale.

È ancora troppo presto per parlare di un effetto domino sull’Italia. Ma la vittoria dell’AfD potrebbe spostare ulteriormente a destra il confronto politico europeo e costringere Meloni, Salvini e Vannacci a contendersi uno spazio elettorale sempre più affollato.

 

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Trump cambia look, addio al biondo: il presidente si presenta con i capelli castani

Donald Trump sorprende con un nuovo colore di capelli. Al Trump National Golf Club di Bedminster il presidente Usa è apparso con una chioma castana, molto più scura rispetto al tradizionale biondo che da anni caratterizza la sua immagine.

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Addio, almeno per il momento, al celebre biondo. Donald Trump ha cambiato colore di capelli e si è presentato con una chioma decisamente più scura al Trump National Golf Club di Bedminster, nel New Jersey.

Il presidente americano è apparso venerdì con i capelli castani, una novità che non è passata inosservata proprio perché la capigliatura di Trump è da decenni uno degli elementi più riconoscibili della sua immagine.

Dal biondo dorato degli anni passati si era progressivamente passati a tonalità sempre più chiare, in alcuni momenti quasi bianche. Adesso la svolta in direzione opposta.

Dal biondo al castano

Il cambiamento era stato in qualche modo anticipato nelle ultime settimane.

Già a inizio agosto Trump era apparso con una tonalità meno accesa rispetto al passato. A Bedminster, però, la differenza è diventata molto più evidente.

La nuova capigliatura ha immediatamente attirato curiosità e commenti, anche perché Trump ha modificato molto poco negli anni quella che è diventata quasi una componente del suo marchio personale.

Dal suo primo ingresso alla Casa Bianca nel 2017 fino al secondo mandato, pettinatura e colore sono rimasti immediatamente riconoscibili.

Anche il New York Post nota il cambiamento

A occuparsi del nuovo look è stato anche il New York Post, quotidiano statunitense tradizionalmente vicino agli ambienti conservatori, che ha segnalato la curiosità suscitata dalla nuova tonalità.

Sabato, però, Trump è tornato sul campo da golf indossando il consueto berretto rosso Maga, nascondendo gran parte della capigliatura.

Non è quindi ancora chiaro se il castano rappresenti una scelta destinata a durare oppure soltanto un cambiamento momentaneo.

In fondo, nella costruzione dell’immagine pubblica di Donald Trump anche i capelli hanno sempre avuto un loro ruolo.

E dopo anni trascorsi a discutere delle infinite sfumature del suo biondo, alla Casa Bianca è arrivato anche il castano.

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Witkoff e Kushner da Putin a Zelensky, ma la pace resta lontana. E Trump guarda anche al prezzo del diesel

Prima visita a Kiev per Steve Witkoff e Jared Kushner dopo l’incontro con Putin. Gli Usa tentano di riaprire il negoziato trilaterale, ma Donbass e garanzie di sicurezza dividono ancora Russia e Ucraina. Sullo sfondo anche il caro diesel americano e la pressione energetica alla vigilia delle elezioni.

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Da Mosca a Kiev, da Vladimir Putin a Volodymyr Zelensky. Steve Witkoff e Jared Kushner provano a rimettere in moto il negoziato sull’Ucraina, ma dopo due giorni di diplomazia la pace resta lontana.

Dopo le oltre tre ore trascorse sabato al Cremlino, i due emissari di Donald Trump sono arrivati domenica per la prima volta nella capitale ucraina. In treno, dopo essere passati dalla Polonia. Zelensky ha sottolineato che gli aeroporti ucraini erano pronti ad accoglierli, ma che gli attacchi russi avevano impedito di utilizzare l’aereo.

La visita ha comunque un valore politico: gli uomini scelti da Trump per trattare con Putin sono finalmente arrivati anche a Kiev.

Risultati concreti, per ora, pochi.

Witkoff ha definito i colloqui «significativi» e «sostanziali» e ha detto che la delegazione americana ne esce incoraggiata. Kushner ha ribadito che Trump non cerca soltanto la fine dei combattimenti, ma una pace capace di durare nel tempo.

Americani e ucraini hanno discusso anche della possibilità di riattivare un formato trilaterale Russia-Ucraina-Stati Uniti. Ma nessuna data è stata annunciata e sulle questioni decisive le distanze rimangono enormi.

Il nodo resta il Donbass

Il problema è sempre lo stesso: Putin e Zelensky intendono la parola pace in maniera profondamente diversa.

L’Ucraina vuole porre fine alla guerra senza creare le condizioni perché la Russia possa attaccarla nuovamente tra qualche anno. Per questo Kiev considera indispensabili garanzie di sicurezza credibili e continua a chiedere sistemi di difesa aerea, in particolare Patriot, e sostegno energetico per affrontare l’inverno.

Mosca, invece, continua a porre sul tavolo richieste territoriali e strategiche molto più ampie.

Il Donbass rimane il principale ostacolo. Putin pretende che Kiev rinunci anche alle parti della regione che le forze russe non hanno conquistato, mentre l’Ucraina respinge l’ipotesi di cedere territori che ancora controlla.

A questo si aggiunge la questione della Nato e delle future garanzie occidentali all’Ucraina.

Non sono dettagli da sistemare alla fine di un negoziato. Sono il negoziato.

Perché Trump ha tanta fretta?

Rimane allora una domanda: perché proprio adesso Trump ha deciso di riaccendere un processo diplomatico che si era praticamente fermato durante l’escalation con l’Iran?

C’è certamente la volontà politica del presidente americano di presentarsi ancora una volta come l’uomo capace di chiudere guerre attraverso la trattativa.

Ma esiste anche una questione molto più concreta: l’energia.

La crisi mediorientale ha spinto verso l’alto i prezzi energetici e negli Stati Uniti il diesel è diventato un problema economico e politico.

Il segretario americano all’Energia Chris Wright ha spiegato che le raffinerie russe hanno subito danni significativi e che Mosca, un tempo importante esportatore di diesel, oggi non lo esporta più ed è diventata persino importatrice di benzina.

In un’altra intervista Wright è stato ancora più esplicito, indicando negli attacchi ucraini alle raffinerie russe il principale singolo fattore alla base delle difficoltà sul mercato del diesel.

La pace passa anche dalla pompa di benzina

Ed è qui che geopolitica e politica interna americana finiscono per incontrarsi.

Con le elezioni di novembre alle porte, benzina, diesel e inflazione sono questioni che entrano direttamente nelle tasche degli elettori americani.

Trump ha margini limitati per controllare rapidamente ciò che accade nel Golfo e nello Stretto di Hormuz. Una de-escalation tra Russia e Ucraina potrebbe invece contribuire a ridurre almeno una delle pressioni che gravano sul mercato energetico internazionale.

Non significa che Washington voglia la pace in Ucraina soltanto per abbassare il prezzo del carburante. Sarebbe una semplificazione.

Significa però che oggi interesse diplomatico, interesse economico e interesse elettorale americano spingono nella stessa direzione.

E questo aiuta a spiegare la nuova accelerazione di Trump.

Zelensky: prepariamoci perché la guerra può continuare

A Kiev nessuno sembra comunque prepararsi a una pace imminente.

Zelensky ha chiesto agli americani sostegno per la difesa aerea e per il sistema energetico durante l’inverno, riconoscendo che allo stato attuale bisogna prepararsi alla possibilità che la guerra continui.

Poi un piccolo episodio simbolico.

Witkoff e Kushner hanno ricevuto in regalo delle magliette con la scritta «Kyiv Regime», espressione utilizzata abitualmente dalla propaganda e dalle autorità russe per delegittimare il governo ucraino. Una risposta ironica a Mosca dopo che, appena il giorno precedente, il consigliere di Putin Yuri Ushakov aveva nuovamente utilizzato quella definizione.

Una battuta nel mezzo di una guerra che di divertente non ha nulla.

Perché dopo Mosca e Kiev, dopo Putin e Zelensky, dopo sorrisi, treni, dichiarazioni ottimistiche e diplomazia personale, resta un dato: nessuna delle due parti ha ancora accettato il prezzo politico che l’altra pretende per fermare la guerra.

E finché quel prezzo resterà così distante, Witkoff e Kushner potranno continuare a viaggiare.

La pace, molto meno.

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