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Capire la crisi Ucraina

Usa impedirono a Kiev di uccidere generale Gerasimov

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Gli Stati Uniti sono intervenuti per impedire che l’Ucraina uccidesse il generale Valeri Gerasimov, nel timore che l’assassinio del capo di stato maggiore russo potesse portare ad una guerra tra Washington e Mosca. Lo rivela il New York Times ricostruendo le ore precedenti un attacco di Kiev contro i vertici militari di Putin lungo le linee del fronte ucraino.

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, quasi un anno fa, l’intelligence americana ha condiviso informazioni preziose con i servizi di Kiev, fornendo in più di un’occasione la localizzazione dei movimenti di molti uomini della catena di comando militare russa. Ed è un dato accertato che, anche grazie a queste notizie, gli uomini di Volodymyr Zelensky sono riusciti a eliminare molte figure chiave dell’esercito di Mosca.

Ci sono tuttavia dei limiti che gli 007 americani hanno dovuto e continuano a rispettare al fine di evitare un allargamento del conflitto. Punto primo: non possono fornire notizie che aiuterebbero Kiev a uccidere i più alti in grado, come Gerasimov o il ministro della Difesa Sergei Shoigu. Secondo: è vietato condividere informazioni che aiuterebbero l’Ucraina ad attaccare obiettivi russi fuori dai suoi confini.

Nell’episodio ricostruito dal New York Times l’amministrazione Biden si sarebbe trovata in una di queste circostanze dopo aver appreso che il capo delle forze armate russe aveva deciso di fare una visita ai soldati di Mosca al fronte. Un’informazione delicata che se condivisa con Kiev avrebbe potuto avere esiti inaspettati, secondo la valutazione di Washington, tra i quali un’escalation del conflitto in Ucraina e il rischio di un confronto diretto tra Stati Uniti e Russia.

Gli ucraini, tuttavia, vennero a conoscenza dei programmi di Gerasimov in modo autonomo e decisero di pianificare un attacco. A quel punto, dopo “un’intensa discussione interna” l’amministrazione Biden prese la decisione inedita di chiedere all’Ucraina di non lanciare il raid. Ma arrivò troppo tardi. L’attacco fu portato a termine, decine di soldati russi furono uccisi, ma il generalissimo di Putin si riuscì a salvare.

Il New York Times non precisa la data dell’episodio ma è probabile che si tratti dell’attacco contro Gerasimov di fine maggio scorso di cui lo stesso quotidiano aveva parlato in un articolo uscito due settimane dopo. In quell’occasione la portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale Usa, Adrienne Watson, aveva precisato in un comunicato che le informazioni di intelligence non vengono fornite a Kiev “con l’intento di uccidere generali russi”.

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Zelensky in Europa: il male perderà, dateci i caccia

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“Date ali alla libertà”. L’immagine è poetica, ma le parole del primo tour europeo di Volodymyr Zelensky dall’inizio della sanguinosa invasione russa dell’Ucraina di quasi un anno fa segnano una richiesta forte e chiara di accelerazione dell’escalation di forniture belliche a Kiev, sotto forma di “aerei da combattimento” invocati a mo’ di arma cruciale per cercare di raggiungere l’obiettivo più arduo, eppure indicato quasi come destino inevitabile: “Sconfiggere la Russia”. Il presidente ucraino ha scelto Londra – prima di proseguire in serata per Parigi per un trilaterale con i leader di Francia e Germania e domani per Bruxelles in veste di ospite d’onore di un Consiglio Europeo straordinario – come prima meta di questo viaggio, il secondo in assoluto dallo scoppio dello ostilità, dopo la visita lampo del 21 dicembre alla superpotenza Usa. E non è stato un caso. Piuttosto un riconoscimento del ruolo svolto dal governo di Rishi Sunak, ma soprattutto dall’ex premier Boris Johnson, per tenere unito il fronte degli alleati occidentali di Kiev “quando questo sembrava impossibile”. “Sono qui per dirvi grazie a nome dei coraggiosi, degli eroi che combattono in trincea per ripristinare la sovranità dell’Ucraina sui suoi territori”, ha esordito a voce piena Zelensky intervenendo dinanzi al Parlamento del Regno al gran completo – dopo essere stato accolto da Sunak al numero 10 di Downing Street e prima di una calorosa udienza a Buckingham Palace – sotto le volte solenni di Westminster Hall, come concesso in passato a Charles De Gaulle.

Una premessa accompagnata dal tripudio di ovazioni tributategli da deputati e lord di tutti i partiti schierati e suggellata dall’esaltazione dell’eredità storica della democrazia britannica, del “coraggio” della sua gente. Ma seguita anche da un sollecitazione accorata, se non ultimativa – indirizzata all’Occidente nel suo insieme – a fare un passo ulteriore per affrettare il cammino verso un traguardo evocato come certo: “la vittoria” sul campo “quest’anno”. “Io vi domando, e domando al mondo, aerei da combattimento per l’Ucraina, ali per la libertà”, ha intonato con passione Zelensky, barba incolta e maglione militare kaki indosso, prima di presentarsi in questa tenuta che è diventata la sua uniforme d’ordinanza d’ogni occasione pubblica dal 24 febbraio scorso in avanti pure di fronte a re Carlo III. In cambio la promessa è quella di “ripagare” gli alleati “con la vittoria” su Vladimir Putin, additato come “il male”, come futuro imputato “con i propri sodali” di una corte di giustizia internazionale ad hoc e come leader di un Paese condannato nei suoi auspici a pagare in avvenire i costi “dell’occupazione atroce” e del “terrorismo missilistico” inflitti all’Ucraina.

Nel nome di una convinzione animata da ambizioni quasi profetiche: “Sappiamo che la libertà vincerà, sappiamo che la Russia perderà e sappiamo che la nostra vittoria cambierà il mondo”. Di qui l’invito a Sunak – apripista di recente sul via libera ai carri armati pesanti europei a Kiev – a seguire fino in fondo l’esempio di Johnson, l’amico “Boris”, esaltato personalmente per aver schierato il Regno “al fianco dell’Ucraina dal giorno uno”, prima e più risolutamente di altri leader occidentali. Invito ribadito poi nella conferenza stampa congiunta con il primo ministro in carica tenuta di fronte a uno dei moderni tank Challager-2 (che Londra conta di consegnare a Kiev per fine marzo) in una base del Dorset dove i britannici già addestrano da tempo militari ucraini. Al di là della dichiarazione unitaria firmata da due leader a suggello “dell’amicizia infrangibile” proclamata tra le rispettive nazioni, l’appello è esplicito: non servono più soltanto armi difensive, ma strumenti – “missili a lungo raggio” compresi – in grado di avvicinare quella “vittoria militare decisiva” che anche Sunak richiama; di contrastare “i droni iraniani”; di “distruggere” le forze russe; di costringerle a “preoccuparsi di una nostra controffensiva”. Richieste che Zelensky ha esteso in serata a Emmanuel Macron e Olaf Scholz, preparandosi a fare lo stesso domani a Bruxelles con l’intera platea dei leader Ue, Giorgia Meloni inclusa, con la quale avrà un faccia a faccia; in aggiunta alle pressioni per un cammino facilitato verso la promessa adesione di Kiev al club dei 27.

Anche se per ora gli spiragli – almeno sulla questione esplosiva della fornitura dei cacciabombardieri, che significherebbe sfiorare l’orizzonte di uno scontro diretto fra Nato e Russia, come lasciato immediatamente balenare nero su bianco dall’ambasciata del Cremlino a Londra – sono al massimo parziali. Con la Germania che si limita a glissare, affrettando le scadenze sulla “speranza” di trasferimento in Ucraina di “un primo battaglione” di suoi panzer Leopard-2 per marzo-aprile. O lo stesso Regno Unito che, per bocca di Sunak, si spinge ad oggi ad assicurare solo genericamente di non “escludere nulla dal tavolo”, ma senza andare oltre l’impegno immediato d’allargare i programmi di addestramento britannici a “piloti e marines ucraini” o di fornire di armi “a più lungo raggio”. E confinando ogni concreta ipotesi sui jet nel novero delle “soluzioni da tempi lunghi”.

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J. Stoltenberg e V. Zelensky: una coppia perfetta

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Come dite, strana? Direi proprio di no. La loro intesa è perfetta. Ispirato a una sola ed unica cultura belluina –il mondo che non ci appartiene è pieno di hostes, che vanno annientati-  il loro linguaggio è sovrapponibile. Anzi, scambiabile. Anche se hanno entrambi i loro temi preferiti e una loro espressività seriale. Ecco le due ultime, anzi penultime.

J. Stolteberg

Il segretario generale della NATO va in missione in Estremo Oriente, per dare un’occhiata da vicino all’Indo-Pacifico, lo scacchiere decisivo per la competizione globalitaria tra USA e Cina: che è politica, economica, securitaria. Nutrito da una cultura bellicista, il suo sguardo riduce t.u.t.t.o. a conflitto. E dopo aver abbaiato sotto le finestre della Russia, come ebbe a dire Papa Francesco, è andato ad abbaiare sotto quelle della Cina, dicendo che il grande Paese asiatico, con una popolazione pari a 1/5 di quella mondiale e un PIL secondo solo a quello degli Stati Uniti, la Cina, dicevo…E’ UNA MINACCIA!!!!! Una minaccia per chi? Perché? A quanto pare per questo personaggio il solo fatto di esistere fa di te una minaccia, se non appartieni alla sua organizzazione. Senza dire: che ci faceva il segretario generale della NATO nell’Indo-Pacifico? E’ l’Indo-Pacifico, dopotutto, non l’Atlantico del North Atlantic Treaty Organization. D’accordo, è andato a far visita a quei territori che una reazione alchemica ha trasformato da Estremo Oriente geografico in Estremo Occidente geopolitico. Sì, insomma, Corea del Sud (con cui si sono appena concluse esercitazioni aeree congiunte con gli USA sul Mar Giallo, con vista su Pechino) e Giappone. Da cui si evince che non la storia, la cultura, i valori fanno la compattezza e la riconoscibilità dell’Occidente, ma puramente e brutalmente i soldi: l’Occidente? E’ il mondo ricco bellezza! Perciò dentro ci mettiamo anche l’Australia (ah! gli antichi mari del Sud che ci facevano sognare con Gauguin e le danze tahitiane), questo stato-isola-continente che oltretutto fa già parte, in qualche modo, dell’Occidente, perché è incluso nel Commonwealth Britannico ed ha per capo dello Stato il re Carlo III. E perciò dentro non ci mettiamo né l’India né il Pakistan, pur essendo anch’essi membri del Commonwealth che hanno avuto a capo, pur se non hanno più, di nuovo la regina del Regno Unito.

L’Occidente è un club per ricchi, a quanto pare, e la NATO è la loro conchiglia fossile, il loro scudo protettivo. Ecco perché Stoltenberg è di casa a Seul, che non ha niente a che fare con Carlo V, con Beethoven e con Jefferson, ma cui ha chiesto di rafforzare gli aiuti all’Ucraina, che combatte una guerra per procura contro la Russia per conto della NATO. Ed ecco perché è andato, successivamente in Giappone, a sussurrare all’orecchio dei circoli che contano che la Cina è una MINACCIA, e che Tokyo fa bene ad armarsi spendendo centinaia di miliardi e, naturalmente, fa benissimo ad aiutare l’Ucraina, che combatte la comune lotta della NATO in difesa della libertà dell’Occidente nipponico.

V. Zelensky

Il presidente Ucraino scandisce fino allo sfinimento due ritornelli: armi, armi, armi; e: NO a tutto ciò che è russo: caviale compreso; Dostoevskij compreso, Čajkovskij compreso, Chagall compreso. Ora dunque esplora i fertili territori dello sport e dice al Comitato Olimpico impegnato ad organizzare i giochi di Parigi del prossimo anno: se vengono ammessi gli atleti russi (e bielorussi), l’Ucraina boicotterà i giochi. Il ministro dello sport ucraino V. Gutzeit, ha chiamato gli atleti russi e bielorussi “rappresentanti di Paesi terroristi”. Mentre lo stesso Zelensky, appuntandosi sul petto una nuova medaglia di “combattente per tutti noi”, è impegnato a “garantire che il mondo protegga lo sport dalla politica e da qualsiasi altra influenza di uno Stato terrorista”.  

E poi, siccome in occasione dell’Australian Open, il padre di Novak Djokovic –che ha dominato il torneo di Melbourne- è stato “pizzicato” fuoti dalla Rod Laver Arena con alcuni tifosi russi sotto una bandiera con l’effigie di Putin mentre diceva: “viva la Russia”, ebbene l’Ambasciatore ucraino chiede all’Australia di cancellare l’accredito a Sdjan Djokovic, il padre del campione. 

Frattanto Bruxelles che sta combattendo la guerra Occidente-Russia in Ucraina nel momento esatto in cui sta perdendo la sua battaglia per l’autonomia e l’indipendenza dell’Europa, chiede a gran voce che si rafforzi ed acceleri il processo di ingresso dell’Ucraina nell’UE. Sperando, immagino, che Zelensky indossi una camicia invece della tuta mimetica, e dica finalmente cosa vuol fare per il suo Paese oltre che distruggerlo, come sta facendo.  E frattanto sempre a Bruxelles, dove ha sede oltre all’UE anche la NATO, si chiede che, nei giusti tempi e modi, l’Ucraina entri nell’Alleanza Atlantica, con ciò inviando un altro messaggio irricevibile da Mosca. Un altro schiaffo alla dignità della Russia. Un altro formidabile bastone tra le ruote della pace. Il fatto è che qualcuno continua a dire che è tutta colpa del “cattivissimo Putin”!

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Nyt: Russia bypassa la stretta occidentale grazie a Paesi amici

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L’economia russa sopravvive alle sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina grazie anche ad una serie di Paesi vicini e alleati che la riforniscono di tutto, dai generi alimentari agli smartphone, dalle lavatrici ai semiconduttori. E’ quanto emerge da una indagine del New York Times, che punta il dito contro ex repubbliche sovietiche come Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan ma anche contro Paesi come la Cina e la Turchia.

I dati indicano l’esplosione dell’export di varie merci da questi Paesi alla Russia, tanto che secondo alcuni analisti l’import di Mosca potrebbe essere tornato ai livelli pre guerra. Lunedi’ il Fondo monetario internazionale ha dichiarato di aspettarsi che l’economia russa cresca dello 0,3% quest’anno, un netto miglioramento rispetto alla precedente stima di una contrazione del 2,3%. Il Fmi ha anche affermato di aspettarsi che il volume delle esportazioni di greggio russo rimanga relativamente forte nonostante il price cap e che il commercio russo continui a essere reindirizzato verso paesi che non hanno imposto sanzioni. Questo spiegherebbe l’inattesa resilienza dell’economia russa.

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