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Politica

Urso porta a Bruxelles il piano per salvare gli elettrodomestici europei: “La filiera del bianco è strategica come l’auto”

Il ministro Adolfo Urso chiede all’Unione Europea di considerare strategica la filiera degli elettrodomestici come quella dell’automotive. La crisi Electrolux e il rischio di migliaia di posti di lavoro spingono il governo italiano a sollecitare misure europee per sostenere industria, occupazione e competitività, mentre prosegue il confronto con Bruxelles su ETS, energia e politica industriale.

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L’Italia porta a Bruxelles una nuova battaglia industriale. Dopo il lungo confronto sul settore automobilistico, il governo chiede ora che anche la filiera degli elettrodomestici venga considerata strategica per l’economia europea e tutelata con strumenti analoghi a quelli previsti per l’automotive.

A sostenere questa posizione è il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, che ha presentato alla Commissione europea e ai ministri del Consiglio Competitività un documento informale nel quale viene chiesto un intervento coordinato dell’Unione per difendere uno dei comparti industriali storici del continente.

La crisi Electrolux accende l’allarme

A rendere ancora più urgente il confronto è la situazione di Electrolux, che ha annunciato un piano di riorganizzazione con il taglio di circa 1.700 posti di lavoro in Italia.

Una prospettiva che il Ministero delle Imprese ha definito “assolutamente inaccettabile”.

La vicenda rappresenta, secondo il governo, il simbolo di una crisi più ampia che coinvolge l’intero settore degli elettrodomestici, sempre più esposto alla concorrenza asiatica e alla pressione sui costi di produzione.

Per questo motivo il prossimo incontro previsto al Ministero il 15 giugno viene considerato cruciale per individuare soluzioni industriali e occupazionali che possano evitare un ridimensionamento produttivo nel nostro Paese.

Concorrenza asiatica e rischio desertificazione industriale

Secondo l’analisi presentata dall’Italia, il problema non riguarda più singole aziende ma l’intera struttura produttiva europea.

La crescente presenza di prodotti provenienti dall’Asia, spesso realizzati con costi energetici, ambientali e del lavoro differenti rispetto a quelli europei, sta mettendo sotto pressione fabbriche e lavoratori del continente.

Per il governo italiano è quindi necessario sviluppare una strategia europea che protegga investimenti, capacità produttiva e occupazione, evitando che interi segmenti industriali vengano progressivamente trasferiti fuori dall’Europa.

Lo scontro con Bruxelles sulla politica industriale

Il confronto non riguarda soltanto gli elettrodomestici.

Nel corso degli incontri a Bruxelles, Urso ha sollecitato una maggiore rapidità nell’attuazione dell’Industrial Accelerator Act, il pacchetto europeo destinato a rafforzare la competitività industriale del continente.

Secondo il ministro, l’Europa rischia di procedere troppo lentamente rispetto alla velocità con cui cambiano i mercati globali.

Dalla Commissione europea è arrivata la disponibilità a valutare strumenti che consentano di accelerare l’adozione delle misure previste, anche attraverso regolamenti direttamente applicabili negli Stati membri.

Il nodo ETS e il costo dell’energia

Tra i principali motivi di preoccupazione per l’industria italiana resta il sistema ETS, il meccanismo europeo di scambio delle quote di emissione di CO2.

Urso è tornato a chiedere una revisione profonda del sistema, sostenendo che gli attuali meccanismi abbiano contribuito ad aumentare i costi per imprese e produzioni europee.

Il ministro ha ricordato di aver proposto già nei mesi scorsi una sospensione temporanea del sistema in attesa di una revisione complessiva, posizione condivisa da diversi Paesi dell’Europa centrale e orientale.

“L’Europa deve correggere gli errori del passato”

Nelle parole del ministro emerge una critica più ampia alle politiche industriali ed energetiche dell’Unione Europea.

Secondo Urso, il fatto che Bruxelles sia costretta a intervenire ripetutamente per correggere regolamenti e strumenti adottati negli ultimi anni rappresenta il segnale di una strategia che necessita di profonde modifiche.

La revisione delle norme sulle emissioni, il dibattito sul Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam), gli interventi sugli ETS e i numerosi pacchetti Omnibus proposti dalla Commissione vengono letti dal governo italiano come la dimostrazione della necessità di un cambio di passo.

Una sfida decisiva per il Made in Europe

La battaglia sugli elettrodomestici si inserisce in una più ampia riflessione sul futuro dell’industria europea.

Per l’Italia la questione non riguarda soltanto la tutela di singole aziende o di specifici stabilimenti produttivi, ma la capacità dell’Europa di mantenere una base manifatturiera competitiva in un contesto globale caratterizzato da forte concorrenza e crescente instabilità economica.

La risposta che arriverà da Bruxelles nelle prossime settimane potrebbe rappresentare un test importante per comprendere quale sarà il futuro delle politiche industriali europee e del comparto manifatturiero continentale.

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Politica

Castellammare di Stabia, il Consiglio dei ministri scioglie il Comune per infiltrazioni camorristiche

Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Si interrompe l’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza. Il Comune sarà affidato a una commissione straordinaria.

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Il Consiglio dei ministri ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Castellammare di Stabia per infiltrazioni della criminalità organizzata. Il provvedimento, adottato su proposta del Ministero dell’Interno, pone fine all’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Vicinanza e apre una nuova fase di gestione commissariale dell’ente.

Il provvedimento del Governo

La decisione arriva al termine dell’iter avviato dopo il lavoro della commissione d’accesso nominata dalla Prefettura di Napoli, incaricata di verificare l’eventuale presenza di condizionamenti della criminalità organizzata sull’attività amministrativa del Comune. Il Consiglio dei ministri ha accolto la proposta di scioglimento prevista dall’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.

Con lo scioglimento decadono sindaco, giunta e Consiglio comunale. La gestione dell’ente sarà affidata a una commissione straordinaria, che amministrerà il Comune per un periodo di 18 mesi, salvo eventuali proroghe previste dalla normativa.

È il secondo scioglimento consecutivo

Per Castellammare di Stabia si tratta del secondo scioglimento consecutivo per infiltrazioni mafiose. Il precedente risale al 2022 e riguardò l’amministrazione comunale allora in carica.

Il nuovo provvedimento rappresenta un duro colpo per la città e interrompe anticipatamente il mandato dell’amministrazione eletta nel 2024.

Attese le motivazioni del decreto

Al momento il Governo ha deliberato lo scioglimento, mentre le motivazioni dettagliate saranno contenute nel decreto del Presidente della Repubblica e nella relativa relazione ministeriale che accompagnerà il provvedimento.

Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non costituisce un giudizio penale nei confronti dei singoli amministratori, ma è una misura di carattere amministrativo prevista dall’ordinamento per tutelare il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione quando emergano elementi di condizionamento da parte della criminalità organizzata.

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Corte dei conti, il governo chiede nuovi chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati

Il Consiglio dei ministri non conclude l’esame delle promozioni di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione. Dopo la riunione del 4 giugno e una nota del Consiglio di presidenza della magistratura contabile, il governo ha deciso di chiedere ulteriori chiarimenti.

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Il governo chiede ulteriori chiarimenti sulla promozione di dieci magistrati della Corte dei conti alla qualifica di presidente di sezione.

La decisione è stata assunta dal Consiglio dei ministri dopo avere esaminato la nota informativa trasmessa dal Consiglio di presidenza della magistratura contabile, l’organo di autogoverno della Corte.

L’esame iniziato il 4 giugno

La questione era stata affrontata per la prima volta nella riunione del Consiglio dei ministri del 4 giugno 2026. In quella sede il governo aveva esaminato dieci provvedimenti riguardanti la promozione di consiglieri della Corte dei conti alla qualifica superiore di presidente di sezione.

Dopo avere acquisito la successiva nota informativa del Consiglio di presidenza, Palazzo Chigi ha ritenuto necessario approfondire alcuni aspetti prima di assumere una decisione definitiva.

Nessuna bocciatura delle promozioni

Il comunicato del governo non parla di rigetto o annullamento delle proposte. La deliberazione riguarda esclusivamente la richiesta di nuovi elementi informativi.

L’iter delle promozioni resta quindi aperto e potrà proseguire dopo la trasmissione dei chiarimenti richiesti dal Consiglio dei ministri.

Il confronto istituzionale sulle nomine

La scelta segnala la volontà dell’esecutivo di svolgere ulteriori verifiche sui provvedimenti adottati dall’organo di autogoverno della Corte dei conti.

Non sono stati resi pubblici, nel comunicato, i nomi dei magistrati interessati né la natura specifica delle questioni sulle quali Palazzo Chigi ha chiesto approfondimenti. La valutazione definitiva viene dunque rinviata a una successiva riunione del governo.

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Politica

Preferenze bocciate alla Camera, telefoni accesi e caccia ai franchi tiratori: a Montecitorio torna il clima da Prima Repubblica

La bocciatura per un solo voto dell’emendamento sulle preferenze trasforma Montecitorio in un teatro di tensioni, accuse e sospetti. Deputati fotografano il proprio voto, le opposizioni chiedono dimissioni ed elezioni, mentre nella maggioranza parte la caccia ai franchi tiratori.

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Telefoni accesi per certificare il voto, riunioni improvvisate nei corridoi, accuse sussurrate, urla in Aula e lunghe passeggiate sconsolate nel cortile di Montecitorio. Per un giorno alla Camera è sembrato di tornare ai riti e ai sospetti della Prima Repubblica.

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, respinto per un solo voto, ha trasformato una seduta parlamentare in una resa dei conti politica. Da una parte i volti soddisfatti delle opposizioni, dall’altra le facce scure della maggioranza e la ricerca affannosa dei franchi tiratori.

Aula al completo per il voto decisivo

Fin dalla mattina a Montecitorio si respirava un clima di forte tensione. Dopo le ultime riunioni dei gruppi parlamentari, i partiti si sono presentati quasi al completo per l’avvio, alle 14, dell’esame degli emendamenti alla legge elettorale.

I lavori sono proceduti rapidamente fino alla discussione dei subemendamenti alla proposta di Fratelli d’Italia sulle preferenze, considerata il cuore della riforma sostenuta da Giorgia Meloni.

A scaldare gli animi è stato soprattutto l’intervento della deputata leghista Laura Ravetto, che ha chiesto di eliminare il principio dell’alternanza di genere, rivolgendosi direttamente alle colleghe.

La replica della capogruppo del Partito democratico Chiara Braga è stata immediata: «Non tutte abbiamo cambiato partito per un seggio assicurato». Una frase accolta dagli applausi delle opposizioni, con Elly Schlein tra le prime ad alzarsi, e da segnali di approvazione arrivati anche da alcuni banchi della Lega.

I telefoni per dimostrare la fedeltà

Intorno alle 18.30 si è arrivati alla votazione dell’emendamento firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami.

Durante le operazioni di voto, dai banchi di FdI e delle altre forze della maggioranza sono comparsi alcuni telefoni cellulari. Deputati avrebbero fotografato o registrato il proprio voto, probabilmente per dimostrare di avere rispettato l’indicazione del partito.

Un comportamento che racconta il clima di sospetto già presente prima dell’esito e il timore che lo scrutinio segreto potesse favorire defezioni interne.

Il silenzio e poi l’esplosione dell’Aula

Alla chiusura della votazione, nell’Aula è calato il silenzio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che aveva chiesto che ogni passaggio fosse formalmente ineccepibile, ha letto il risultato: 187 favorevoli e 188 contrari.

La frase «la Camera respinge» è stata immediatamente coperta dagli applausi e dalle grida delle opposizioni. Dai banchi sono partiti i cori «dimissioni» ed «elezioni», mentre i leader e i deputati del centrosinistra si abbracciavano.

Nella maggioranza, invece, i capigruppo hanno richiamato i parlamentari all’ordine, nel tentativo di capire dove si fossero nascosti i voti contrari.

Tabulati e capannelli per scoprire i tradimenti

Il voto segreto rende impossibile identificare con certezza i franchi tiratori. Per cercare indizi, il capogruppo leghista Riccardo Molinari avrebbe consultato i tabulati di precedenti votazioni, confrontando presenze e comportamenti parlamentari.

In Forza Italia, il vicepremier Antonio Tajani, rimasto seduto ai banchi del governo, ha riunito alcuni dei suoi collaboratori più fidati per un capannello d’emergenza.

Tra i deputati di Fratelli d’Italia sono cominciate a circolare accuse sottovoce. «Sono stati Lega e Forza Italia», sosteneva un parlamentare meloniano dirigendosi verso la buvette. Si tratta, però, di sospetti impossibili da verificare proprio per la segretezza del voto.

La sorpresa delle opposizioni

Fuori dall’Aula, le opposizioni non hanno nascosto la soddisfazione, ma anche lo stupore per un risultato che in pochi avevano previsto.

«Erano entrati tutti tronfi in Aula, con il parere favorevole dalla loro», ha commentato sorridendo il deputato del Pd Lorenzo Guerini. «Non ce lo aspettavamo» è stata la frase più ripetuta dai parlamentari dell’opposizione davanti ai giornalisti in Transatlantico.

Ben diverso il clima tra i deputati del centrodestra, molti dei quali hanno lasciato l’Aula in silenzio, con il volto teso e lo sguardo basso.

Lupi: tensioni e alternanza di genere decisive

Tra le analisi più nette c’è stata quella di Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati e tra i firmatari dell’emendamento.

«Se porti in Aula le preferenze, perdi. Era già successo a Renzi», ha osservato Lupi, indicando due possibili cause della sconfitta: le tensioni interne alla maggioranza e il contrasto nato sulla questione dell’alternanza di genere.

La votazione ha così restituito l’immagine di una coalizione formalmente unita ma attraversata da dissensi e diffidenze. La riforma potrà proseguire il proprio percorso parlamentare, ma la giornata di Montecitorio lascia dietro di sé una frattura politica che difficilmente potrà essere archiviata come un semplice incidente.

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