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Uno studio della rivista “One Earth: il cambiamento climatico produce insonnia

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In uno studio pubblicato sulla rivista “One Earth”, un gruppo di ricercatori ha dimostrato che l’aumento della temperatura ambientale ha un impatto negativo sul sonno umano in tutto il mondo. Il team afferma che i loro risultati suggeriscono che entro l’anno 2099, temperature non ottimali potrebbero erodere dalle 50 alle 58 ore di sonno per persona all’anno. Inoltre, hanno scoperto che l’effetto della temperatura sulla perdita di sonno e’ sostanzialmente maggiore per i residenti dei paesi a basso reddito, nonche’ negli anziani e nelle donne.

“I nostri risultati indicano che il sonno puo’ essere degradato da temperature piu’ calde”, afferma il primo autore Kelton Minor dell’Universita’ di Copenaghen, che ha aggiunto “In questo studio, forniamo la prima prova su scala planetaria che temperature piu’ calde della media erodono il sonno umano. Mostriamo inoltre che questa erosione si verifica principalmente ritardando quando le persone vanno a dormire e quando si svegliano durante la stagione calda”.

Per condurre questa ricerca, i ricercatori hanno utilizzato dati raccolti da braccialetti di monitoraggio del sonno. I dati includevano 7 milioni di registrazioni del sonno notturno relative a oltre 47.000 adulti in 68 paesi in tutti i continenti ad eccezione dell’Antartide. Lo studio chiarisce che nelle notti molto calde (superiori a 30 gradi Celsius), il sonno diminuisce in media di poco piu’ di 14 minuti. Anche la probabilita’ di dormire meno di sette ore aumenta con l’aumento delle temperature. Un’osservazione importante e’ stata che le persone nei paesi in via di sviluppo sembrano essere piu’ colpite da questi cambiamenti. E’ possibile che la maggiore prevalenza dell’aria condizionata nei paesi sviluppati possa avere un ruolo, ma i ricercatori non sono riusciti a identificare in modo definitivo il motivo perche’ non disponevano di dati sull’accesso all’aria condizionata tra i vari soggetti.

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Legambiente, il 2022 anno nero per i ghiacciai alpini

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Il 2022 è stato l’anno nero per i ghiacciai delle Alpi. Un inverno senza neve e una estate torrida hanno colpito senza pietà i giganti bianchi delle nostre montagne. I ghiacciai si sono ritirati, assottigliati, spezzati. Il crollo della Marmolada, con le sue vittime umane, è stato il grido di dolore più forte, il segnale inequivocabile di quello che sta succedendo: il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacciai di tutto il mondo.

E le Alpi non fanno eccezione. Legambiente e il Comitato glaciologico italiano hanno presentato oggi il rapporto finale della Carovana dei Ghiacciai, lo studio annuale sullo stato delle coltri bianche delle nostre montagne. E il bilancio è sconfortante. Nelle Alpi Occidentali si registra in media un arretramento frontale annuale di circa 40 metri. Si ritira di 200 metri il Ghiacciaio del Gran Paradiso, si ritirano i ghiacciai del Timorion (in Valsavaranche) e del Ruitor (La Thuile), di Verra (Val d’Ayas), il Lys e gli altri corpi glaciali del Monte Rosa, come l’Indren. Il Pré de Bar dal 1990 ad oggi registra mediamente 18 metri di arretramento lineare l’anno, il Miage in 14 anni ha perso circa 100 miliardi di litri di acqua.

I ghiacciai Planpincieux e Grandes Jorasses in Val Ferret (Aosta) potrebbero crollare, travolgendo gli insediamenti e le infrastrutture del fondovalle. Nel settore centrale, il Ghiacciaio del Lupo solo nel 2022 registra una perdita del 60% rispetto a quanto perso nell’arco di 12 anni. Si assottiglia il Fellaria (Gruppo del Bernina, Val Malenco), collassa il Ventina (Gruppo del Monte Disgrazia). Sulle Alpi Orientali, il Ghiacciaio del Careser (Val di Pejo) si è ridotto dell’86%. Arretrano di oltre un chilometro la Vedretta de la Mare e di 600 metri il Lares (Gruppo dell’Adamello). Perdono spessore i ghiacciai di Malavalle e della Vedretta Pendente.

Il Ghiacciaio della Marmolada tra quindici anni potrebbe scomparire del tutto: nell’ultimo secolo ha perso più del 70% in superficie e oltre il 90% in volume. A fine luglio, Meteo Suisse ha registrato lo zero termico sulle Alpi svizzere a 5.184 metri, mentre normalmente dovrebbe stare sui 3.500 metri. E ciò si è verificato dopo un inverno povero di neve. Numerose le piste chiuse, per la prima volta le discese autunnali di Coppa del Mondo di sci alpino sui ghiacciai tra Zermatt e Cervinia sono state annullate.

Le guide alpine non hanno potuto portare i clienti su Monte Bianco e Monte Rosa: troppo rischio di valanghe. Per Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, “è fondamentale che il Governo Meloni approvi il Piano di adattamento climatico entro fine anno, come annunciato, e metta in campo gli strumenti e le risorse per attuarlo nel prossimo futuro. È altrettanto fondamentale procedere speditamente allo sviluppo delle politiche di mitigazione, partendo dall’aggiornamento del Pniec (Piano nazionale energia, ndr) agli obiettivi del programma Repower Eu”.

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Snam, l’idrogeno supera il test sui compressori

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Prende corpo il piano di Snam per la transizione energetica verso l’idrogeno. Il gruppo di san Donato Milanese ha annunciato oggi che si sono chiuse “con successo” le sperimentazioni del ‘gas verde’ come combustibile per alimentare le turbine dell’impianto di compressione del metano di Istrana (Treviso).

Snam sottolinea che la sperimentazione è “la prima del suo genere nel mondo” ed è stata portata avanti in collaborazione con l’azienda di tecnologia al servizio dell’energia e dell’industria Baker Hughes, che ha progettato e realizzato le turbine in Italia. Dal test è emersa la compatibilità delle varie componenti dell’impianto con l’impiego di una miscela di idrogeno al 10% con il gas naturale. Alla luce del risultato Snam intende continuare e prevede di estendere le analisi di compatibilità con l’idrogeno a tutta la propria flotta di turbocompressori. All’uopo sono in corso “approfondimenti” per verificare “in campo” sia la reazione delle varie componenti dal punto di vista metallurgico, sia il mantenimento dell’efficienza delle turbine in presenza di idrogeno, oltre al rispetto di “stringenti criteri di sicurezza e impatto ambientale”.

L’obiettivo di Snam, in questo caso, è di sviluppare uno “standard uniforme” per la progettazione di tutte le future unità di compressione. Sulla base dei dati del 2021, secondo Snam, un utilizzo permanente del 10% di idrogeno in tutte le turbine PGT25 del gruppo consentirebbe di evitare l’emissione di quasi 20mila tonnellate di Co2 all’anno, “riducendo ulteriormente”, sottolineano a San Donato Milanese “l’impatto, già contenuto, dell’alimentazione a gas naturale”. Sono 13 le stazioni di compressione di Snam posizionate lungo la rete nazionale con lo scopo di imprimere al gas la ‘spinta necessaria’ per viaggiare nelle condotte verso i vari punti di consumo del Paese.

A Istrana è stata installata la nuova turbina NovaLT12, già predisposta per l’idrogeno, che ha una potenza di 12 Mw. Ma il test è stato allargato anche a una turbina PGT25 da 25 Mw, progettata per il funzionamento con gas naturale, che ha funzionato con una miscela di gas naturale e idrogeno al 10%. Tra stazioni di spinta e siti di stoccaggio, Snam ha un parco di 39 turbine analoghe a quest’ultima su un totale di 73 macchine, che rappresentano circa il 70% della potenza totale di 1.325 Mw.

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Cop15 biodiversità, obiettivo 30% territorio protetto

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Rendere area protetta entro il 2030 il 30% del territorio mondiale e il 30% degli oceani. E’ l’obiettivo principale della Cop15 sulla Biodiversità, che si terrà a Montreal in Canada dal 7 al 19 dicembre. Si tratta della conferenza periodica della Convenzione Onu sulla Biodiversità, creata nel 1992. La Cop15 di Montreal deve raggiungere un Accordo quadro sulla biodiversità, che sostituisca quello precedente del 2010 di Aichi, in Giappone. Ma nei lavori preparatori l’intesa è ancora lontana, soprattutto sul tema spinoso degli aiuti ai paesi più poveri. La Cop15 doveva tenersi a Kunming, in Cina, nell’ottobre del 2020, ma è stata più volte rimandata a causa del Covid. Nell’ottobre del 2021 nella città cinese si è tenuta una conferenza preparatoria, dove si è stabilito di arrivare nel 2022 ad un nuovo Accordo quadro sulla Biodiversità.

Alla fine la Cop15 è stata spostata in Canada, per evitare le restrizioni cinesi anti-pandemia, ma Pechino ha mantenuto la presidenza. A Montreal sono attesi ben 10.000 delegati da tutto il mondo. L’Accordo di Aichi prevedeva 20 obiettivi per ridurre la perdita di biodiversità. Nessuno è stato raggiunto interamente. Nella bozza del nuovo Accordo quadro, preparata da un gruppo di lavoro dell’Onu, ci sono 22 obiettivi. Ma l’intesa su questi è ancora lontana. Secondo gli osservatori, è stata raggiunta solo su 2. L’obiettivo principale è quello di impegnare i paesi dell’Onu a dichiarare area protetta almeno il 30% del territorio globale e il 30% degli oceani al 2030. E’ il cosiddetto target “30 by 30”.

Più di 100 paesi si sono già detti favorevoli, ma restano da convincerne quasi altrettanti. E soprattutto (come insegnano le Cop sul clima) c’è poi da tradurre in realtà gli impegni sulla carta. Nel 2020 erano area protetta solo il 15% del territorio mondiale e il 7,5% degli oceani. Molte ong che parteciperanno alla conferenza spingeranno per inserire nel documento finale il concetto di “nature positive”. In pratica, gli stati dovranno adottare politiche che migliorino gli ecosistemi, e non si limitino a ridurre i danni, che fermino e poi invertano la perdita di natura. Ad esempio, arricchire la biodiversità, stoccare il carbonio, purificare l’acqua, ridurre il rischio pandemico.

Fra gli altri obiettivi della bozza, c’è la compensazione delle emissioni di milioni di tonnellate di anidride carbonica con soluzioni naturali (nature based solutions): ad esempio, la conservazione delle foreste, la lotta alla diffusione delle specie invasive, la riduzione dell’inquinamento da pesticidi, fertilizzanti e rifiuti. Altro obiettivo è il taglio ai sussidi per le industrie che contribuiscono alla perdita di biodiversità, come ad esempio quelle che praticano la deforestazione.

Uno dei punti più controversi della bozza di Accordo riguarda gli aiuti dei paesi ricchi ai paesi meno sviluppati per iniziative di conservazione della biodiversità. Il testo provvisorio stima che servano addirittura 700 miliardi di dollari per raggiungere gli obiettivi. I precedenti delle Cop del clima, dove dal 2015 non si riesce ad avviare il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per aiuti sulle politiche climatiche, non fanno sperare bene.

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