Economia
UniCredit incassa il sì della Bce al Danish Compromise e rafforza il capitale
UniCredit ottiene dalla Bce il via libera al Danish Compromise, con un beneficio stimato di 52 punti base sul Cet1. La banca rafforza il capitale, amplia le opzioni su Generali e investe nella fintech tedesca VC Trade.
UniCredit ottiene dalla Banca centrale europea, dopo oltre un anno di attesa, l’autorizzazione ad applicare il cosiddetto Danish Compromise, il meccanismo che consente di ridurre l’assorbimento di capitale legato alle partecipazioni assicurative.
Il via libera rafforza la posizione patrimoniale del gruppo guidato da Andrea Orcel e compensa in parte gli effetti derivanti dal consolidamento della partecipazione in Commerzbank.
Un beneficio di 52 punti base sul Cet1
Secondo le stime basate sulla situazione patrimoniale al secondo trimestre del 2026, la decisione della Bce produrrà un beneficio di circa 52 punti base sul coefficiente Cet1, uno dei principali indicatori della solidità di una banca.
A partire dalla rendicontazione relativa al terzo trimestre, le partecipazioni assicurative potranno essere ponderate in base al rischio anziché essere interamente dedotte dal capitale regolamentare. Una modifica tecnica con effetti concreti sulla disponibilità di capitale del gruppo.
Più margini nel risiko bancario e assicurativo
L’autorizzazione amplia anche le opzioni strategiche di UniCredit nel processo di consolidamento in corso nel sistema finanziario italiano. L’attenzione resta concentrata soprattutto su Generali, diventata uno degli snodi della partita che coinvolge anche Intesa Sanpaolo e Mps.
UniCredit possiede circa l’8,8% del capitale del Leone di Trieste, una partecipazione definita finanziaria. Tra i due gruppi è inoltre già attiva una collaborazione nel settore delle polizze collegate ai mutui nell’Europa centrale e orientale, partnership che potrebbe essere ulteriormente sviluppata.
Per il momento, tuttavia, Orcel continua a mostrarsi prudente rispetto a nuove operazioni di fusione e acquisizione in Italia.
Il dossier Commerzbank e l’incontro in Germania
Sul fronte tedesco resta centrale la partecipazione in Commerzbank. Orcel dovrebbe incontrare lunedì il ministro federale delle Finanze, Lars Klingbeil, per affrontare un dossier sul quale il governo di Berlino ha più volte manifestato le proprie riserve.
Intanto UniCredit mette a segno un’altra operazione in Germania, acquisendo una partecipazione di minoranza in VC Trade, fintech con sede a Francoforte che gestisce uno dei principali marketplace digitali europei per le transazioni obbligazionarie.
L’accordo prevede anche la possibilità per UniCredit di incrementare in futuro la propria quota. L’investimento dovrebbe sostenere la crescita internazionale di VC Trade e rafforzare l’offerta della banca nel campo dei finanziamenti obbligazionari digitali.
La strategia sull’innovazione digitale
Fondata nel 2016, VC Trade collega banche, emittenti e investitori istituzionali europei ed è uno dei principali marketplace tedeschi per volume e numero di transazioni intermediate nel mercato degli Schuldschein, strumenti di finanziamento a metà strada tra un prestito e un’obbligazione.
L’operazione si inserisce nella strategia digitale di UniCredit. Tra le iniziative più recenti figurano l’acquisizione del 16% di BlockInvest, società specializzata nelle applicazioni della blockchain alla finanza, il lancio di DealSync, piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per favorire le operazioni di fusione e acquisizione delle piccole e medie imprese, e l’emissione del primo mini-bond tokenizzato realizzato in Italia.
Economia
Mps, cda straordinario dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo
Monte dei Paschi convoca un consiglio straordinario dopo l’aumento di 25 centesimi per azione della componente cash dell’Opas di Intesa Sanpaolo. Il fronte contrario al piano Lovaglio supera il 33% del capitale. Restano da definire le prossime mosse di Siena, in attesa dell’assemblea del 29 ottobre e delle raccomandazioni dei proxy advisor.
Il risiko bancario entra in una settimana decisiva per Monte dei Paschi di Siena. Dopo il rilancio di Intesa Sanpaolo, che ha annunciato un aumento di 25 centesimi per azione della componente in contanti della propria offerta, Mps ha convocato per lunedì 12 ottobre un consiglio d’amministrazione straordinario. Sul tavolo, la situazione determinata dalle posizioni dei principali azionisti, contrari al piano difensivo dell’amministratore delegato Luigi Lovaglio.
Il passaggio centrale resta l’assemblea del 29 ottobre. Il gruppo guidato da Carlo Messina ha legato la prosecuzione dell’offerta alla mancata approvazione delle operazioni individuate come ostative: le iniziative su Banco Bpm e Banca Generali e la distribuzione straordinaria prevista dal piano senese.
Il rilancio di Intesa e le condizioni dell’offerta
L’aumento annunciato da Intesa Sanpaolo riguarda la parte in denaro dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, la cosiddetta Opas, sulle azioni Mps.
Il miglioramento del corrispettivo si accompagna a una condizione precisa: se l’assemblea del Monte approverà le delibere indicate da Intesa come incompatibili con l’operazione, l’offerta diventerà inefficace.
Il voto di fine ottobre assume quindi un peso che va oltre il piano di Lovaglio, perché inciderà anche sulla possibilità di proseguire con la proposta di Ca’ de Sass.
Oltre il 33% del capitale contrario al piano Lovaglio
Nel corso della settimana si è consolidato il fronte degli azionisti intenzionati a votare contro le proposte del vertice senese. Ne fanno parte Delfin, con il 17,5%, il gruppo Caltagirone, con il 13,5%, la famiglia Benetton, con l’1,45%, e Praude Asset Management, con lo 0,72%.
Complessivamente, queste partecipazioni superano il 33% del capitale. Una posizione che rende particolarmente difficile l’approvazione delle operazioni difensive, per le quali è richiesta una maggioranza qualificata.
Le contestazioni riguardano le offerte su Banco Bpm e Banca Generali, oltre alla distribuzione straordinaria da circa 4 miliardi di euro, prevista tra contanti e azioni Generali.
Banco Bpm, pesa il no di Crédit Agricole
Un ulteriore ostacolo all’offerta del Monte su Banco Bpm arriva da Crédit Agricole, azionista dell’istituto di Piazza Meda con una partecipazione vicina al 30%.
Il gruppo francese ha annunciato che non conferirà le proprie azioni nell’offerta di Mps. Una scelta rilevante per le prospettive dell’operazione.
La banca guidata da Giuseppe Castagna ha già in calendario un consiglio d’amministrazione per martedì 13 ottobre. Non è esclusa un’informativa sugli sviluppi del risiko, ma al momento non risultano decisioni annunciate in questo senso.
Le possibili mosse di Siena restano da definire
Il consiglio straordinario di Mps sarà chiamato a valutare il quadro emerso dopo il rilancio di Intesa e le prese di posizione degli azionisti.
Tra gli scenari possibili figurano il ritiro delle proposte assembleari o un rinvio dell’appuntamento del 29 ottobre. Si tratta, tuttavia, di ipotesi, non di decisioni già assunte: un eventuale cambiamento di calendario o di strategia dovrà essere motivato e comunicato al mercato.
Circolano inoltre indiscrezioni sull’intervento di un cavaliere bianco, cioè un soggetto alternativo in grado di sostenere una soluzione diversa, e su una possibile nuova distribuzione straordinaria. Anche queste eventualità restano prive di conferme.
Attese le indicazioni di Iss e Glass Lewis
Prima dell’assemblea sono attese anche le raccomandazioni di Iss e Glass Lewis, i consulenti che forniscono agli investitori istituzionali indicazioni sulle proposte sottoposte al voto.
I loro orientamenti possono influenzare le scelte dei fondi, pur senza vincolarle. Saranno quindi un altro elemento importante per valutare gli equilibri assembleari.
La prima verifica arriverà dal consiglio di lunedì: da Siena si attendono indicazioni sulla tenuta del piano Lovaglio e sulle eventuali alternative, mentre il futuro dell’offerta di Intesa resta legato alle decisioni dei soci.
Economia
Equo compenso agli editori, il Tar respinge il ricorso di Meta
Il Tar del Lazio ha confermato la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per le pubblicazioni giornalistiche online, respingendo il ricorso di Meta. La decisione segue la pronuncia della Corte di giustizia Ue del 12 maggio 2026. Soddisfatta la Fieg, mentre la Fnsi richiama il diritto degli autori a una quota tra il 2% e il 5% del compenso. Meta valuta i prossimi passi.
Il Tar del Lazio respinge il ricorso di Meta e conferma la legittimità del regolamento Agcom sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Una decisione che rafforza il diritto degli editori a essere remunerati quando autorizzano le piattaforme a utilizzare i propri contenuti e riapre la questione della quota da riconoscere ai giornalisti che li producono.
La pronuncia riguarda la delibera Agcom del 19 gennaio 2023, con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha stabilito i criteri per determinare il compenso. Il tribunale amministrativo ha ritenuto le misure italiane funzionali a garantire l’efficacia dei diritti riconosciuti agli editori dalla normativa europea.
Il Tar conferma il regolamento Agcom
A contestare il provvedimento era stata Meta Platforms Ireland, la società che gestisce servizi destinati agli utenti europei, tra cui Facebook.
Secondo l’azienda, il recepimento italiano dell’articolo 15 della direttiva europea sul diritto d’autore avrebbe introdotto obblighi eccessivi rispetto al quadro comunitario, attribuendo all’Agcom poteri troppo ampi. Meta aveva inoltre sollevato dubbi sulla compatibilità di queste disposizioni con la libertà d’impresa garantita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Alla fine del 2023, il Tar aveva sospeso il giudizio e sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea una serie di questioni interpretative. Dopo la risposta dei giudici europei, il tribunale ha respinto il ricorso, riconoscendo la legittimità dell’impianto italiano.
Quando è dovuto l’equo compenso
La Corte di giustizia Ue, nella sentenza del 12 maggio 2026, ha chiarito che gli Stati membri possono prevedere una remunerazione per gli editori come corrispettivo dell’autorizzazione all’utilizzo online delle loro pubblicazioni.
Il principio è accompagnato da condizioni precise: gli editori devono poter rifiutare l’autorizzazione oppure concederla gratuitamente; non può essere imposto un pagamento alle piattaforme che non utilizzano le pubblicazioni; gli obblighi e le eventuali sanzioni devono rispettare il principio di proporzionalità.
Il Tar ha ritenuto che la disciplina italiana soddisfi queste condizioni. La decisione conferma dunque il quadro normativo e i criteri di determinazione del compenso: non stabilisce una somma unica da versare indistintamente a tutti gli editori.
La soddisfazione della Fieg e la posizione di Meta
Il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti, ha accolto favorevolmente la sentenza, sottolineando che rafforza il diritto degli editori a una giusta remunerazione e contribuisce a rendere più equo il mercato digitale.
La Federazione degli editori auspica ora una piena applicazione del regolamento, a tutela del valore dell’informazione e del pluralismo.
Anche il commissario Agcom Massimiliano Capitanio ha evidenziato la solidità dell’impianto italiano, richiamando il principio secondo cui il lavoro giornalistico ha un valore economico da riconoscere nel rispetto della libertà negoziale delle parti.
Meta, attraverso un portavoce, ha comunicato di valutare i prossimi passi. L’azienda ha inoltre richiamato il procedimento europeo relativo all’attuazione dell’articolo 15 in Belgio, dal quale attende chiarimenti su aspetti che considera centrali.
La Fnsi: una quota deve arrivare ai giornalisti
Per la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante, la decisione rappresenta un passaggio rilevante per il settore dell’informazione. Il riconoscimento del diritto degli editori, ha osservato, deve però accompagnarsi alla remunerazione degli autori dei contenuti.
La legge italiana prevede infatti che agli autori degli articoli giornalistici sia riconosciuta una quota compresa tra il 2% e il 5% dell’equo compenso. Per i lavoratori autonomi, la quota viene determinata su base convenzionale; per i dipendenti può essere definita mediante accordi collettivi.
La questione riguarda quindi due rapporti distinti: quello tra piattaforme ed editori per l’utilizzo delle pubblicazioni e quello tra editori e giornalisti per la ripartizione del compenso.
Dalla sentenza all’applicazione concreta
Il regolamento Agcom mette al centro la negoziazione tra editori e piattaforme. Se non viene raggiunto un accordo sull’importo entro 30 giorni dalla richiesta di avvio del negoziato, ciascuna parte può rivolgersi all’Autorità, fermo restando il diritto di ricorrere al giudice ordinario.
La pronuncia del Tar consolida questo meccanismo. Il passaggio successivo sarà la sua applicazione nei singoli rapporti, attraverso accordi o procedure di determinazione del compenso, insieme al riconoscimento della quota spettante agli autori.
Economia
Eni taglia il gasolio a 2,19 euro: il tetto resta a 2,25
Nuovo ribasso del gasolio Eni: il prezzo consigliato passa da 2,21 a 2,19 euro al litro, tornando al livello del primo price cap annunciato il 25 settembre. Il limite ufficiale rimane però a 2,25 euro. Il taglio equivale a un euro su 50 litri, se applicato integralmente alla pompa.
Eni riduce di altri due centesimi il prezzo del gasolio consigliato ai distributori, portandolo da 2,21 a 2,19 euro al litro. Il tetto ufficiale resta invece fissato a 2,25 euro. Il nuovo ribasso riporta il listino allo stesso livello del primo price cap, annunciato il 25 settembre.
Il prezzo consigliato torna a 2,19 euro
La riduzione riguarda il prezzo consigliato alla rete del marchio, che scende sotto il limite massimo attualmente previsto dalla compagnia.
Il taglio di due centesimi corrisponde a un euro in meno su un rifornimento di 50 litri, qualora il ribasso venga interamente applicato dal distributore.
Prezzo consigliato e tetto sono distinti
Il ritorno a 2,19 euro al litro non modifica il tetto ufficiale di 2,25 euro: il primo è il livello del listino consigliato, il secondo il limite previsto per contenere eventuali picchi.
La distinzione è importante per evitare di interpretare il ribasso come l’annuncio di un nuovo massimale.
Il precedente aumento dopo lo stop allo sconto fiscale
Il tetto iniziale di 2,19 euro era collegato all’agevolazione sulle accise allora in vigore. Dopo la fine dello sconto fiscale, era stato portato a 2,25 euro.
Eni aveva successivamente abbassato il prezzo consigliato a 2,21 euro. Con l’ulteriore riduzione, il listino torna ora al livello precedente, pur mantenendo invariato il tetto.
Per conoscere il costo effettivo del rifornimento resta necessario verificare il prezzo esposto alla pompa, distinguendo tra modalità self service e servito.


