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Ultimatum di Rousseau al M5s, pagate entro 22 aprile

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La resa dei conti tra Rousseau e il Movimento 5 stelle e’ vicina e ora ha una data: il 22 aprile. La piattaforma web di democrazia diretta, creatura di Gianroberto Casaleggio ed ereditata dal figlio, da’ l’ultimatum al Movimento e chiede di pagare, entro due settimane, i debiti sulle mancate quote versate dai parlamentari all’associazione. Un buco da 450 mila euro, senza contare quelli dei fuoriusciti 5S. Lo strappo, a lungo rinviato, piomba sul blog delle Stelle ed e’ inequivocabile quanto il titolo del post pubblicato: “E’ tempo di decisioni”. Basta “ambiguita’ e mancate scelte”, avverte. Altrimenti sara’ divorzio e non pare consensuale: “Saremo costretti a immaginare un percorso diverso, lontano da chi non rispetta gli accordi”. Un’ipotesi che mette alla prova anche il varo del nuovo Movimento, spingendo di fatto l’ex premier Giuseppe Conte ad accelerare la corsa verso la ‘rifondazione’. I vertici del Movimento pero’ declassano la deadline a “polemiche su questioni interne”. Anzi, “un lusso che non possiamo permetterci”, perche’ in piena terza ondata della pandemia l’unica cosa che conta e’ “dare ai cittadini risposte, pratiche e incisive, in tempi brevi”. Nel frattempo il nuovo corso passa anche attraverso la sede che il Movimento avrebbe per la prima volta. In effetti sara’ in un palazzo nel centro di Roma, ma il contratto non e’ ancora concluso. Di certo nessuna sorpresa sull’addio tra la piattaforma immaginata da Casaleggio senior e il sogno politico di Beppe Grillo. A tenere i conti fino al “punto di non ritorno” e’ proprio Rousseau: sono passati “ben 15 mesi dalle dimissioni dell’ultimo capo politico eletto democraticamente dagli iscritti”, alias Luigi di Maio che gia’ allora – sottolinea il post – sollecitava il mantra del Movimento, “la rifondazione del M5S”. E invece nonostante il contributo che l’associazione rivendica di aver dato “come in una famiglia, con lealta’ e senza mai limitarci”, all’inizio del 2020 arrivano le prime crepe, negando gli accordi presi rispetto ai servizi di Rousseau. Ad agosto – ricostruisce Rousseau sul blog – una bozza di accordo viene mandata al reggente Vito Crimi su ruoli e responsabilita’ reciproche. “Analisi pero’ rinviata”, e’ la constatazione amara . Un mese dopo, l’avviso agli iscritti 5S della “gravita’ della situazione” e quindi il taglio dei servizi, sollecitando ogni settimana una risposta dall’alto. Cosi’ fino alla raccolta fondi avviata giorni fa “per provare a mantenere vivo il progetto civico, a prescindere dalle decisioni del Movimento” che – affonda Rousseau – “e’ arrivato addirittura a negare l’esistenza del debito tramite alcuni suoi esponenti”. Secondo il sito del movimento “Tirendiconto.it”, sono 90 su 240 (il 37,5%) i pentastellati in Parlamento in regola con le cosiddette “restituzioni” di quota delle loro indennita’. Compresi i 300 euro versati alla piattaforma.

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Clima: John Kerry in Italia, ridurre emissioni subito

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Sulla lotta alla crisi climatica, l’America e’ tornata. Dopo i quattro anni di Trump, che aveva portato fuori gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, Washington vuole riprendersi la leadership della battaglia contro il riscaldamento globale. Oggi l’inviato speciale di Joe Biden sul clima, l’ex segretario di stato di Obama, John Kerry, e’ arrivato a Roma per capire cosa stia facendo il nostro paese. Sullo sfondo, c’e’ una scadenza importante: la Cop26 di Glasgow, la conferenza annuale dell’Onu sul clima, dal primo al 12 novembre. Dopo 5 anni dall’Accordo di Parigi del 2015 (l’anno scorso la Cop e’ saltata per il Covid), e’ previsto che i paesi firmatari aggiornino i loro target, oramai insufficienti per conseguire gli obiettivi dell’Accordo (mantenere il riscaldamento entro 2 gradi dai livelli pre-industriali). Gli Stati Uniti hanno dato la linea il 22 aprile scorso, al summit virtuale dei leader mondiali convocato da Biden: taglieremo i gas serra del 50-52% entro il 2030, ha annunciato il presidente. Ora, il suo inviato speciale per il clima fa il giro del mondo per spingere gli altri paesi a fare altrettanto. A Roma, oggi Kerry ha incontrato per primo il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Hanno parlato un’ora, soprattutto di G20 (quest’anno in Italia) e di Cop26. Il ministro ha spiegato anche gli investimenti del Recovery Plan per la decarbonizzazione. Kerry al termine ha fatto una breve dichiarazione. Prima ha attaccato Cina e Russia, che al summit di aprile non si sono impegnati gran che: “Ogni paese deve ridurre le emissioni in questo decennio. Non e’ abbastanza dire ‘emissioni zero nel 2050′”. Poi ha parlato ai cittadini del mondo preoccupati per i costi della decarbonizzazione: “Non e’ una scelta fra la prosperita’ e un’economia che funziona meno, ma e’ una opportunita’, una enorme opportunita’”. Infine, ha chiarito che “non c’e’ una cosa sola che possa risolvere la crisi climatica. Serve un approccio multiplo”. Dopo Cingolani, Kerry e’ andato a pranzo a Villa Pinciana (residenza dell’Ambasciata Usa) con il Gotha dell’imprenditoria energetica nazionale: Claudio Descalzi di Eni, Francesco Starace di Enel, Marco Alvera’ di Snam, Nicola Monti di Edison ed Emma Marcegaglia, presidente per l’Italia del B20, il gruppo di lavoro degli imprenditori per il G20. Kerry ha spiegato loro gli obiettivi da raggiungere alla Cop26, i manager hanno raccontato i loro impegni per decarbonizzare. L’inviato di Biden ha poi visto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e quello dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. “Italia e Usa – ha commentato il titolare della Farnesina – sono chiamati ad esercitare un ruolo di leadership per convincere i nostri partner che la transizione energetica e la lotta per la salvaguardia del pianeta sono un vantaggio e una grande opportunita’ per tutta la Comunita’ internazionale”. Domani, Kerry incontrera’ il premier Mario Draghi.

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Le verità di Di Battista: sapevo di Draghi premier, me l’aveva detto Di Maio

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“Fu Luigi Di Maio a dirmi, a fine novembre 2020, che la crisi del governo Conte ci sarebbe stata; mi disse che Matteo Renzi non si sarebbe fermato” e di Mario Draghi premier mi parlarono “fonti istituzionali, non del Movimento, per la prima volta già a metà agosto. Erano però i giorni in cui Di Maio si incontrò con Mario Draghi, Repubblica lo rivelò e il ministro degli Esteri del Governo Conte spiegò che era normale incontrare protagonisti delle istituzioni italiane. All’epoca si parlava di un ipotetico futuro Governo Draghi. Governo che poi è nato. Governo di cui Di Maio fa parte e di cui Di Battista dice peste e corna. Anzi, Di Battista ha lasciato il M5S per questa scelta. Pochi giorni dopo, l’attuale presidente del Consiglio parlo’ al meeting di Comunione e Liberazione. Tenne un discorso ordinario, ma che venne commentato con toni di adorazione, neanche fosse Martin Luther King. Per questo scrissi un articolo definendolo ‘apostolo delle e’lite'”. Cosi’ Alessandro Di Battista sul Fatto quotidiano dove fa presente di essere “assolutamente convinto” nell’aver detto no a questo governo, che “ha accumulato un ritardo colossale sui ristori e soprattutto non si parla piu’ di politica. La pax draghiana l’ha distrutta”. “Il M5s non deve avere paura di me, io sono fuori”, osserva facendo presente che il Movimento “di prima, quello di cui facevo parte, ormai non c’e’ piu’. Si sta trasformando, legittimamente, in qualcosa d’altro. E saranno gli elettori a valutarlo. Ma e’ chiaro che potrei riavvicinarmi al Movimento solo se uscisse dal governo Draghi”. Sulla corsa a sindaco di Roma: “Se Virginia” Raggi “vorrà io la sosterro'”. “C’e’ un livello di conformismo nel Paese che non c’era neanche con Berlusconi. Dappertutto si adora Draghi. E poi le banche hanno occupato la politica, ormai – osserva – ero molto dubbioso anche quando dicemmo si’ al governo con il Pd. Ma in quel caso, come era avvenuto nell’esecutivo con la Lega, avevamo ancora la maggioranza relativa in Consiglio dei ministri, ovvero il M5s poteva porre il veto a cio’ che non voleva. Ora invece nel governo di tutti e’ minoranza. E questo e’ un nodo politico”. Sul ponte sullo Stretto di Messina, dice di non avere “una posizione laica” come Giuseppe Conte: “Ogni volta che leggo qualche 5 stelle parlarne mi sento piu’ lontano dal M5s. Mi indigna che si discuta di piu’ del Ponte sullo Stretto che della strage del Ponte Morandi. Ma per fortuna e’ contraria anche una buona parte del M5s”.

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Belloni nuovo capo dei Servizi segreti, il sardo Sequi segretario generale della Farnesina

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Elisabetta Belloni capo dei Servizi segreti. Al suo posto Ettore Sequi, originario di Ghilarza, come segretario generale del ministero degli Affari esteri. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha scelto Belloni, ambasciatore, come Direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, in sostituzione dell’attuale Direttore generale, prefetto Gennaro Vecchione. Draghi, fa sapere Palazzo Chigi, ha preventivamente informato della propria intenzione il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, e ha ringraziato il prefetto Vecchione per il lavoro svolto a garanzia della sicurezza dello Stato e delle istituzioni. La nomina è disposta sentito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica.  Il nuovo segretario generale della Farnesina diventa così l’ambasciatore Ettore Sequi, originario di Ghilarza e attualmente capo di gabinetto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

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