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Ucraina, Zelensky apre al congelamento del fronte: «L’Europa sia al tavolo con Putin»

Il vertice di Londra rilancia l’ipotesi di un cessate il fuoco in Ucraina. Zelensky apre al congelamento dell’attuale linea del fronte come base per i negoziati, ma chiede che l’Europa partecipi direttamente alle trattative con la Russia.

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Congelare le attuali linee del fronte, fermare i combattimenti e aprire un negoziato nel quale l’Europa abbia un ruolo diretto. Dopo oltre quattro anni di guerra, Volodymyr Zelensky indica una possibile strada per arrivare a un cessate il fuoco con la Russia, senza però accettare la cessione formale dei territori occupati da Mosca.

Il vertice di Londra con il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz segna un passaggio politico importante. Non ancora una svolta, perché Vladimir Putin ha respinto finora l’ipotesi di un incontro diretto, ma un tentativo europeo di preparare il terreno per una possibile trattativa.

Il congelamento del fronte come punto di partenza

Zelensky si è detto pronto a fermare le operazioni militari lungo le attuali linee del fronte. Una soluzione che il presidente ucraino considera la via più rapida per arrivare al negoziato.

Il congelamento non significherebbe tuttavia il riconoscimento dell’annessione russa delle aree occupate. Kiev continua a escludere la cessione del Donbass e rivendica la propria sovranità sui territori conquistati dall’esercito di Mosca.

L’ipotesi sarebbe dunque quella di separare temporaneamente il cessate il fuoco dalla soluzione definitiva delle questioni territoriali, rinviando il confronto politico sul futuro delle regioni occupate.

Per Kiev, la sospensione dei combattimenti dovrà essere accompagnata da garanzie sufficienti a impedire che la Russia utilizzi la tregua per riorganizzarsi e riprendere successivamente l’offensiva.

Zelensky: «L’Europa deve partecipare»

Uno dei temi centrali del vertice è stato il ruolo dell’Europa negli eventuali colloqui con Mosca.

«Dobbiamo capire chi rappresenterà l’Europa nei negoziati, se ci saranno», ha spiegato Zelensky, sottolineando che il coinvolgimento europeo è essenziale per la sicurezza dell’Ucraina.

L’ipotesi che prende forma è quella di affidare un ruolo di primo piano al formato composto da Regno Unito, Francia e Germania, i tre Paesi europei con maggiore peso politico, militare e diplomatico nel sostegno a Kiev.

Starmer, Macron e Merz potrebbero quindi rappresentare il nucleo europeo di un futuro tavolo negoziale, eventualmente affiancato dagli Stati Uniti.

Il formato E3 guadagna spazio

Il vertice di Downing Street ha rafforzato il peso del cosiddetto E3, il formato diplomatico che riunisce Londra, Parigi e Berlino.

I tre leader hanno espresso sostegno alla richiesta ucraina di un cessate il fuoco completo, ribadendo la necessità di mantenere le sanzioni e la pressione politica sulla Russia fino alla conclusione di un accordo stabile.

La centralità dell’E3 potrebbe superare il dibattito sulla nomina di un singolo inviato europeo. Negli ultimi mesi erano circolati i nomi di Mario Draghi, Angela Merkel e dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö.

La soluzione collegiale avrebbe però il vantaggio di coinvolgere direttamente le principali potenze europee, evitando di delegare il negoziato a una figura priva di un mandato politico autonomo.

La distanza degli Stati Uniti

L’incontro ha evidenziato anche la minore centralità degli Stati Uniti nella fase attuale del conflitto.

Donald Trump resta un interlocutore decisivo, ma la sua amministrazione appare concentrata soprattutto sulla crisi in Medio Oriente e sui negoziati con l’Iran. Gli europei temono che la guerra in Ucraina possa progressivamente perdere priorità nell’agenda di Washington.

Zelensky ha comunque ribadito la disponibilità a partecipare a qualsiasi formato: colloqui con gli americani, incontri con americani ed europei oppure un tavolo nel quale l’Europa abbia un ruolo ancora più forte.

Kiev esclude però che il destino dell’Ucraina possa essere deciso senza la presenza e il consenso del governo ucraino.

Il messaggio affidato ad Abramovich

Zelensky ha confermato di aver incontrato a Kiev Roman Abramovich, l’oligarca russo ed ex proprietario del Chelsea già coinvolto nei primi tentativi di mediazione del 2022.

Abramovich avrebbe offerto di trasferire un messaggio riservato al presidente russo. Zelensky avrebbe ribadito la disponibilità a discutere un cessate il fuoco, ma anche il rifiuto di abbandonare il Donbass.

Il contatto rappresenta uno dei pochi canali indiretti ancora esistenti tra Kiev e il Cremlino. Mosca ha confermato l’esistenza di comunicazioni pubbliche e riservate, senza però indicare se l’iniziativa possa produrre un vero negoziato.

Putin respinge per ora l’incontro

Il presidente russo ha reagito con freddezza alla lettera aperta inviata da Zelensky, sostenendo di non vedere al momento le condizioni per un incontro diretto.

Il Cremlino continua a chiedere un accordo complessivo e duraturo, contestando l’idea di un semplice cessate il fuoco. Mosca teme che una tregua temporanea possa consentire all’Ucraina di rafforzare il proprio esercito con nuove forniture occidentali.

Le posizioni restano quindi molto distanti. La Russia pretende il riconoscimento delle conquiste territoriali e la neutralità dell’Ucraina, mentre Kiev chiede garanzie di sicurezza e rifiuta qualsiasi cessione formale.

Il rafforzamento della difesa aerea

Accanto alla diplomazia, il vertice ha affrontato le necessità militari immediate dell’Ucraina.

Zelensky ha chiesto nuovi sistemi e nuovi missili per la difesa aerea ucraina, sottoposta a una crescente pressione per l’intensificarsi degli attacchi russi con droni e missili balistici.

Londra, Parigi e Berlino hanno riconosciuto l’urgenza di aumentare la produzione europea e migliorare il coordinamento nella difesa antimissile.

La disponibilità al dialogo non comporta quindi un rallentamento del sostegno militare. Al contrario, Kiev considera la propria capacità di colpire obiettivi russi un elemento indispensabile per presentarsi al tavolo negoziale da una posizione meno debole.

Una tregua ancora lontana

Il vertice di Londra non ha prodotto un accordo né una data per l’avvio dei colloqui. Ha però delineato con maggiore chiarezza una possibile architettura della trattativa.

Il primo passo sarebbe un cessate il fuoco lungo la linea del fronte. Il secondo, l’apertura di negoziati diretti tra Ucraina e Russia con la partecipazione degli Stati Uniti e dei principali Paesi europei. Il terzo riguarderebbe le garanzie di sicurezza e il futuro dei territori occupati.

Zelensky mostra una disponibilità al compromesso che pochi mesi fa sembrava difficilmente immaginabile, ma continua a escludere la resa territoriale. Putin, per ora, non accetta il confronto diretto.

La diplomazia torna così a muoversi, mentre sul terreno la guerra continua e ciascuna delle parti tenta di rafforzare la propria posizione prima di un eventuale tavolo negoziale.

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Iran, media vicini al regime invocano la vendetta contro Israele dopo le parole di Mojtaba Khamenei

Dopo l’impegno di Mojtaba Khamenei a vendicare la morte del padre Ali, diversi media iraniani vicini alla linea più dura del regime hanno pubblicato appelli e minacce contro Israele e gli Stati Uniti. Le ricostruzioni sono rilanciate dall’emittente israeliana Channel 12.

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Cresce la tensione tra Iran, Israele e Stati Uniti dopo le parole della nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che ha promesso di vendicare la morte del padre e predecessore Ali Khamenei.

Secondo un servizio dell’emittente israeliana Channel 12, diversi mezzi di informazione iraniani vicini alla componente più radicale del potere hanno pubblicato nelle ultime ore titoli e commenti favorevoli a nuovi attacchi contro Israele e le basi statunitensi nella regione.

Gli appelli del quotidiano Kayhan

Il quotidiano Kayhan, considerato vicino all’ala più dura dell’establishment iraniano, avrebbe sostenuto che un attacco contro Israele rappresenterebbe «un colpo devastante per gli Stati Uniti».

Il direttore del giornale avrebbe inoltre sollecitato la prosecuzione delle operazioni contro le basi americane nella regione e un’azione diretta contro Israele. Kayhan aveva già pubblicato nei giorni scorsi espliciti appelli alla vendetta contro il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Le minacce sulle prime pagine

Toni ancora più duri sono stati attribuiti al quotidiano Asr-e Iranian, che avrebbe titolato: «La vendetta, certamente contro gli assassini».

Sulla prima pagina sarebbe stata riprodotta anche la fotografia di un cartello esposto durante i funerali di Ali Khamenei, contenente una minaccia in inglese contro Trump e le immagini del presidente americano, di Netanyahu, del ministro israeliano della Difesa Israel Katz e di alcuni leader dei Paesi del Golfo.

Anche il quotidiano Jam-e Jam avrebbe partecipato alla campagna mediatica, pubblicando il messaggio «Vendetta a breve» in ebraico, persiano e inglese.

La promessa di Mojtaba Khamenei

Il nuovo leader iraniano aveva dichiarato che la vendetta per la morte del padre rappresenta una richiesta nazionale e una missione che dovrà essere portata a compimento. Le sue parole sono state diffuse dalla televisione di Stato e dai canali ufficiali iraniani.

Ali Khamenei è stato ucciso il 28 febbraio 2026 durante un attacco condotto da Stati Uniti e Israele. Il figlio Mojtaba, rimasto ferito nella stessa operazione, gli è succeduto alla guida della Repubblica islamica nel marzo successivo.

Propaganda e rischio di escalation

I messaggi pubblicati dalla stampa iraniana vicina al potere si inseriscono in una campagna di propaganda e mobilitazione interna. Non equivalgono necessariamente all’annuncio di un’imminente operazione militare, ma contribuiscono ad alimentare un clima di forte tensione.

La ricostruzione dei contenuti delle prime pagine proviene in gran parte da fonti israeliane e da testate iraniane schierate. In assenza di verifiche indipendenti complete, dichiarazioni e minacce devono essere attribuite con cautela alle rispettive fonti.

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Ucraina, Kiev rivendica l’attacco alla raffineria russa di Syzran: esplosioni e incendio nella regione di Samara

Le forze armate ucraine dichiarano di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, nella regione russa di Samara. Secondo Kiev, l’impianto è strategico per la produzione di carburanti utilizzati anche dalle forze armate russe. In corso la valutazione dei danni.

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Le forze armate ucraine hanno dichiarato di aver colpito nella notte la raffineria di Syzran, situata nella regione russa di Samara, nel quadro della strategia di Kiev volta a colpire infrastrutture considerate strategiche per il sostegno allo sforzo bellico di Mosca.

Esplosioni e incendio nell’impianto

Secondo quanto riferito dall’agenzia ucraina Ukrinform, che cita lo Stato maggiore delle forze armate ucraine, l’attacco avrebbe provocato esplosioni e un incendio all’interno della raffineria. Le autorità militari di Kiev precisano che l’entità dei danni è ancora in fase di accertamento.

Al momento non risultano conferme ufficiali da parte delle autorità russe sulla dinamica dell’attacco né sull’effettiva portata dei danni subiti dall’impianto.

Un’infrastruttura considerata strategica

Nella nota diffusa dallo Stato maggiore ucraino, la raffineria di Syzran viene indicata come uno dei principali impianti di raffinazione della regione di Samara, con una capacità produttiva progettuale di circa 8,5 milioni di tonnellate di petrolio greggio all’anno.

L’impianto produce benzina, gasolio, carburante per l’aviazione e altri derivati petroliferi che, secondo la ricostruzione fornita da Kiev, vengono utilizzati anche per rifornire le forze armate russe impegnate nel conflitto.

La strategia di Kiev

Negli ultimi mesi l’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro depositi di carburante, raffinerie e altre infrastrutture energetiche situate nel territorio russo, sostenendo che tali obiettivi abbiano una rilevanza militare e contribuiscano alla capacità operativa dell’esercito di Mosca.

Le informazioni diffuse in questa occasione provengono dalle autorità ucraine e, allo stato attuale, non risultano verificate in modo indipendente.

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Iran, Mojtaba Khamenei minaccia vendetta dopo la morte del padre: Meloni nella lista dei leader indicati da Teheran

Mojtaba Khamenei promette vendetta dopo la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. Un quotidiano iraniano pubblica una lista di leader ritenuti responsabili, nella quale compare anche Giorgia Meloni. Solidarietà bipartisan alla premier italiana, mentre proseguono con difficoltà i negoziati sul nucleare e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.

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Le tensioni tra Iran e Occidente tornano a salire dopo le dichiarazioni attribuite a Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema Ali Khamenei, che ha promesso vendetta per la morte del padre. «È un desiderio della nostra nazione e deve certamente essere compiuta», avrebbe affermato, senza indicare esplicitamente i destinatari delle sue parole.

Nel frattempo, il quotidiano iraniano Hamshahri, vicino agli ambienti conservatori della Repubblica islamica, ha pubblicato una lista di tredici personalità internazionali ritenute corresponsabili della morte dell’ayatollah. Tra queste figurano il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

È importante distinguere tra le dichiarazioni e le pubblicazioni di organi di stampa iraniani e gli atti ufficiali dello Stato: al momento non risultano comunicati ufficiali del governo iraniano che annuncino iniziative concrete nei confronti dei leader citati.

Solidarietà bipartisan a Giorgia Meloni

La presenza del nome della premier italiana nell’elenco diffuso dal quotidiano iraniano ha suscitato immediate reazioni nel mondo politico italiano.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso piena fiducia nella presidente del Consiglio, sottolineando che «certamente non si fa intimidire».

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha parlato della necessità di difendere «i principi di libertà, democrazia e rispetto delle istituzioni», manifestando vicinanza alla premier.

Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, secondo cui «chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi», mentre il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha definito le minacce «inaccettabili», ribadendo che colpire il presidente del Consiglio significa colpire le istituzioni della Repubblica.

Trump rilancia il messaggio di deterrenza

Anche Donald Trump ha adottato toni molto duri.

Sul social Truth il presidente americano ha ribadito di ritenersi da tempo uno dei principali obiettivi dell’Iran e ha sostenuto che, in caso di un attentato contro di lui, gli Stati Uniti sarebbero pronti a reagire con un’azione militare devastante contro obiettivi iraniani.

Le dichiarazioni si inseriscono in un clima di forte escalation verbale tra Washington e Teheran, già aggravato dagli ultimi incidenti nello Stretto di Hormuz.

I negoziati restano in bilico

Parallelamente alle tensioni politiche continuano, con molte difficoltà, i contatti diplomatici sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo Persico.

Secondo fonti statunitensi, dopo gli attacchi contro alcune navi commerciali nello Stretto di Hormuz i colloqui avrebbero subito una brusca frenata.

I mediatori di Qatar e Oman stanno tentando di favorire una ripresa del dialogo, lavorando a una dichiarazione che garantisca la piena riapertura della corsia internazionale di navigazione nello stretto, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas.

Washington e Teheran restano distanti

Fonti dell’amministrazione americana sostengono che l’Iran avrebbe riconosciuto come un errore gli attacchi alle navi commerciali, manifestando la volontà di proseguire il negoziato. Teheran, dal canto suo, continua però a respingere l’accusa di avere violato gli impegni assunti.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che «finora l’Iran ha mantenuto la parola data, al contrario degli Stati Uniti», confermando come le posizioni delle due parti restino profondamente divergenti.

Mentre i negoziati proseguono tra incertezze e mediazioni, il linguaggio sempre più duro utilizzato sia da Washington sia da Teheran contribuisce ad alimentare una crisi che continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nello scenario internazionale.

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