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Esteri

Ucraina, tregua fragile sulle infrastrutture energetiche alla vigilia dei colloqui di Abu Dhabi

Alla vigilia dei colloqui di Abu Dhabi, Zelensky difende la tregua sulle infrastrutture energetiche. Ma sul tavolo restano nodi cruciali, a partire dal Donbass.

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Alla vigilia dei nuovi colloqui di Abu Dhabi, i riflettori della politica internazionale tornano sull’Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky ha elogiato la tregua sulle infrastrutture energetiche annunciata la scorsa settimana, dopo settimane di raid che avevano lasciato migliaia di civili senza riscaldamento e luce. Secondo Zelensky, le misure di de-escalation entrate in vigore tra giovedì e venerdì “stanno contribuendo a rafforzare la fiducia pubblica nel processo negoziale” e rendono “realistico” l’obiettivo di una pace “dignitosa e duratura”.

I colloqui di Abu Dhabi e il ruolo degli Stati Uniti

Il secondo round di trattative è in programma il 4 e 5 febbraio ad Abu Dhabi. Secondo Axios, ai colloqui dovrebbe partecipare anche l’inviato statunitense Steve Witkoff. Le dichiarazioni concilianti di Zelensky arrivano mentre si guarda con attenzione ai segnali provenienti da Washington, dopo l’incontro avvenuto nei giorni scorsi a Miami tra l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev e una delegazione americana.

Il nodo territoriale e il Donbass

Sul tavolo resta però irrisolta la questione più delicata: quella territoriale. Mosca continua a rivendicare l’intero Donbass, in parte occupato dalle proprie truppe, una richiesta che Kiev respinge con fermezza. Il tema non sarebbe stato superato neppure nei precedenti colloqui di Abu Dhabi del 23-24 gennaio, confermando la distanza tra le parti.

Le mosse di Trump e le incognite sul petrolio

Nel frattempo Donald Trump sostiene di aver ottenuto dal premier indiano Narendra Modi l’impegno a ridurre gli acquisti di petrolio russo, promettendo in cambio un alleggerimento dei dazi sui prodotti indiani. Modi, tuttavia, si è limitato a parlare di una “meravigliosa” telefonata con Trump, senza confermare un reale stop al greggio di Mosca.

La guerra continua sul terreno

Nonostante la tregua energetica, i combattimenti proseguono. Le autorità ucraine accusano le forze russe di aver ucciso due persone, tra cui un bambino, in un raid nel Donetsk, e un altro civile nella regione di Zaporizhzhia. Mosca, dal canto suo, afferma che un drone ucraino avrebbe colpito un’abitazione nei pressi di Belgorod, causando due vittime civili.

Tregua incerta e accuse reciproche

Zelensky sostiene che i raid russi contro le infrastrutture energetiche si siano ridotti, pur senza fermarsi del tutto, mentre accusa Mosca di colpire le reti di trasporto, in particolare quella ferroviaria. Il ministero dell’Energia ucraino denuncia interruzioni di corrente nelle regioni di Kharkiv, Sumy, Dnipropetrovsk e Cherkasy. Resta infine il nodo sui tempi della tregua: per il Cremlino l’intesa sarebbe già scaduta il primo febbraio, mentre Kiev sostiene che debba durare almeno una settimana a partire dal 30 gennaio. Un’ulteriore divergenza che conferma quanto la strada verso la pace resti ancora irta di ostacoli.

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Ucraina, Zakharova: “Ogni passo verso la soluzione del conflitto è importante”

La portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova afferma che ogni passo verso la risoluzione del conflitto ucraino è di grande importanza.

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Tutti gli sforzi che possano contribuire alla risoluzione del conflitto in Ucraina sono considerati di grande importanza da Mosca.

A dichiararlo è stata Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri della Federazione Russa, commentando i negoziati trilaterali in corso a Ginevra.

Il riferimento ai colloqui trilaterali

Zakharova, intervenendo alla radio Sputnik, ha affermato che qualsiasi passo capace di guidare il processo verso una soluzione della crisi rappresenta un elemento rilevante.

Le dichiarazioni arrivano nel contesto degli sforzi diplomatici internazionali volti a favorire un’intesa tra le parti coinvolte nel conflitto.

Non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle posizioni negoziali o su eventuali sviluppi concreti dei colloqui.

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Perù, destituito il presidente ad interim José Jerí: nuova crisi politica a pochi mesi dal voto

Il Parlamento del Perù destituisce il presidente ad interim José Jerí per presunto traffico di influenze. Nuova fase di instabilità politica a Lima.

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Il Parlamento del Perù ha destituito il presidente ad interim José Jerí al termine di un procedimento di impeachment per presunto traffico di influenze e presunte assunzioni irregolari.

La mozione di censura, presentata dall’opposizione, è stata approvata con 75 voti favorevoli, 24 contrari e tre astensioni. L’assemblea ha quindi dichiarato vacante l’incarico di Capo dello Stato in attesa dell’elezione di un nuovo presidente del Parlamento che assuma anche la guida della Repubblica.

Il meccanismo istituzionale e il ruolo del Parlamento

Jerí esercitava la presidenza ad interim in quanto presidente del Congresso, subentrato dopo la destituzione di Dina Boluarte nell’ottobre 2025.

Con l’approvazione della mozione, Jerí è stato rimosso dalla carica parlamentare, perdendo automaticamente la facoltà di esercitare la funzione presidenziale.

Poco prima del voto aveva respinto ogni accusa, minimizzando il cosiddetto “chifagate”, lo scandalo legato a presunti incontri riservati con imprenditori cinesi, definendolo un errore formale.

Verso un nuovo presidente ad interim

La votazione per eleggere il nuovo presidente del Parlamento è stata convocata per domani. L’attuale vicepresidente del Congresso, Fernando Rospigliosi, aveva già annunciato che non avrebbe assunto la presidenza in caso di approvazione della mozione.

Il Paese si trova così a vivere l’ennesima transizione politica, con otto presidenti succedutisi negli ultimi dieci anni.

Elezioni imminenti e clima di instabilità

La nuova guida ad interim sarà chiamata a traghettare il Perù fino a luglio 2026, quando entrerà in carica il presidente che verrà eletto nelle consultazioni generali previste ad aprile.

Nonostante la crisi istituzionale, diversi analisti locali ritengono improbabile una stagione di proteste violente come quella seguita alla destituzione di Pedro Castillo nel dicembre 2022, quando le manifestazioni furono represse con un bilancio di oltre 70 vittime.

La situazione resta tuttavia delicata, in un contesto segnato da instabilità politica ricorrente e forte polarizzazione interna.

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Uomo armato vicino al Campidoglio, arrestato 18enne con fucile carico

Un diciottenne armato di fucile è stato arrestato vicino al Campidoglio degli Stati Uniti. Crescono le minacce contro i membri del Congresso.

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Un diciottenne armato di fucile è stato arrestato a un isolato dal Campidoglio degli Stati Uniti dopo essere sceso dalla propria auto e aver iniziato a correre verso l’edificio.

Secondo quanto riferito dalle forze dell’ordine, il giovane è stato immediatamente affrontato dagli agenti della United States Capitol Police, che gli hanno intimato di gettare l’arma. Il sospettato avrebbe obbedito, si sarebbe sdraiato a terra ed è stato preso in custodia senza che venissero esplosi colpi.

Fucile carico e equipaggiamento tattico

Il capo della polizia del Capitol, Michael Sullivan, ha spiegato in conferenza stampa che il fucile era carico e che il giovane indossava un giubbotto tattico e guanti tattici. Aveva inoltre con sé ulteriori munizioni.

All’interno dell’auto sarebbero stati trovati un casco in kevlar e una maschera antigas. Le autorità non hanno reso nota l’identità del sospettato.

Minacce in aumento contro il Congresso

L’episodio si inserisce in un contesto di crescente allarme per la sicurezza dei membri del Congresso. Secondo i dati forniti dalla polizia del Capitol, lo scorso anno sono stati aperti quasi 15.000 casi di valutazione delle minacce, con un incremento di circa il 60% rispetto ai 9.474 casi registrati nel 2024.

Le indagini sono in corso per chiarire le intenzioni del giovane e verificare eventuali collegamenti o motivazioni.

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