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Esteri

Ucraina, piccoli passi verso il negoziato: ad Abu Dhabi scambio di prigionieri e primi spiragli diplomatici

Colloqui ad Abu Dhabi tra Russia, Ucraina e Stati Uniti: accordo sullo scambio di prigionieri e cauti segnali di apertura, mentre l’Ue valuta un inviato speciale per l’Ucraina.

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La si può definire una diplomazia dei piccoli passi quella andata in scena ad Abu Dhabi, dove si sono conclusi incontri tecnici tra delegazioni russe, ucraine e statunitensi. Il risultato più concreto è stato un nuovo accordo per lo scambio di 157 prigionieri per parte, il primo dopo cinque mesi di stallo. Un passo avanti significativo, ma non risolutivo. “C’è ancora molto lavoro da fare”, ha sintetizzato l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff al termine dei colloqui.

Dialogo militare e cessate il fuoco

Secondo Witkoff, nei due giorni di incontri le delegazioni hanno discusso anche “i metodi per attuare un cessate il fuoco e monitorare la cessazione delle ostilità”. Oltre allo scambio di prigionieri, Washington e Mosca hanno concordato l’avvio di un dialogo intermilitare diretto, guidato dal generale Alexus Grynkewich, comandante del Comando Europeo degli Stati Uniti. Un canale definito “fondamentale” e rimasto sospeso dall’inizio del conflitto.

Le reazioni di Kiev e Mosca

Dal fronte ucraino, il capo dell’intelligence Kyrylo Budanov ha parlato di colloqui “davvero costruttivi”. Più prudente il presidente Volodymyr Zelensky, che ha definito gli incontri “non facili”.
Anche il Cremlino ha riconosciuto “passi avanti positivi”, pur accusando “i guerrafondai britannici e dell’Ue” di tentare di minare il processo. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito le linee rosse russe, a partire dal no allo schieramento di truppe europee in Ucraina.

Il nodo dei territori

Il principale ostacolo resta quello territoriale. Kiev spinge per un congelamento dell’attuale linea del fronte, mentre Mosca chiede che l’Ucraina ceda le aree del Donbass ancora sotto controllo di Zelensky e che venga riconosciuta a livello internazionale la sovranità russa su quei territori. Un punto che, al momento, rende ancora lontana una svolta decisiva.

Il possibile ruolo dell’Unione Europea

Sul tavolo diplomatico pesa sempre di più il tema del ruolo dell’Unione Europea. Sta prendendo corpo l’idea di nominare un inviato speciale dell’Ue per l’Ucraina, con l’obiettivo di rappresentare gli interessi europei ai tavoli negoziali. L’iniziativa, ancora embrionale, è stata sostenuta pubblicamente dal presidente estone Alar Karis e dalla premier lettone Evika Siliņa, dopo che anche Pedro Sánchez e Giorgia Meloni avevano evocato una figura analoga.

Prossimi passi e tensioni diplomatiche

Secondo Witkoff, i negoziati “continueranno nelle prossime settimane” e potrebbero spostarsi negli Stati Uniti. Zelensky ha confermato l’ipotesi, senza fornire dettagli su date e formato. Intanto, a margine del confronto europeo, si intrecciano anche le manovre di Emmanuel Macron, impegnato in una sua iniziativa di dialogo con Mosca.
Tagliente, infine, il commento del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che ha liquidato come “diplomazia patetica” le indiscrezioni su possibili contatti telefonici: “Se vuoi parlare seriamente, chiama. Putin risponde sempre”.

Un equilibrio fragile

Lo scenario che emerge da Abu Dhabi è quello di un equilibrio fragile, fatto di segnali di apertura e rigidità ancora profonde. I piccoli passi diplomatici riducono la tensione, ma la strada verso un accordo di pace resta lunga e incerta, con Stati Uniti, Russia, Ucraina ed Europa ancora alla ricerca di un punto di caduta condiviso.

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Esteri

Stretto di Hormuz, la coalizione navale proposta da Trump non decolla: Berlino dice no, Europa divisa

La proposta di Donald Trump di una coalizione navale per proteggere lo Stretto di Hormuz non trova adesioni tra gli alleati. Germania contraria, Europa divisa.

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La richiesta di aiuto lanciata da Donald Trump per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz resta per ora senza risposte concrete da parte degli alleati.

Secondo indiscrezioni circolate negli Stati Uniti, l’amministrazione americana sarebbe pronta ad annunciare già nei prossimi giorni la creazione di una coalizione internazionale incaricata di scortare le navi commerciali lungo il corridoio marittimo che costeggia l’Iran.

L’obiettivo sarebbe garantire la sicurezza della rotta energetica più sensibile al mondo, ma dalle principali capitali alleate non è arrivata alcuna adesione ufficiale.

Il no della Germania frena la linea europea

La risposta più netta è arrivata da Berlino.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha escluso la partecipazione della Germania a una missione internazionale nello Stretto di Hormuz.

Secondo il capo della diplomazia tedesca, la sicurezza della rotta energetica potrà essere garantita solo attraverso una soluzione negoziata e un dialogo anche con l’Iran.

Una posizione che rischia di condizionare la linea europea e che conferma il clima di cautela diffuso tra i Paesi dell’Unione.

Cautela anche in Asia e nel Regno Unito

La prudenza non riguarda soltanto l’Europa.

Cina e Giappone hanno evitato impegni diretti. Tokyo ha spiegato che una decisione di questo tipo richiederebbe valutazioni approfondite, sottolineando che la soglia politica per un eventuale intervento è molto alta.

Più aperta, ma senza impegni concreti, la Corea del Sud, che ha dichiarato di voler esaminare con attenzione la richiesta americana.

Dal Regno Unito arriva una posizione interlocutoria: il governo britannico ha confermato di essere in contatto con gli alleati e di valutare tutte le opzioni per garantire la sicurezza della rotta energetica.

L’ipotesi europea: rafforzare la missione Aspides

A Bruxelles prende invece corpo un’altra ipotesi: rafforzare la missione navale europea Aspides, operativa dal 2024 nel Mar Rosso per proteggere il traffico commerciale dagli attacchi degli Houthi.

La missione, il cui comando navale è affidato all’Italia, potrebbe essere potenziata con un numero maggiore di navi e con capacità più ampie di intercettazione delle minacce.

Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani si è detto disponibile a rafforzare la missione europea per tutelare il traffico commerciale, ma mantenendo la linea rossa di un coinvolgimento diretto nello Stretto di Hormuz.

Il rischio di trascinare l’Europa nel conflitto

L’eventuale estensione del mandato della missione europea resta però una questione delicata.

Un intervento più diretto, con scorte ravvicinate alle petroliere o azioni di difesa attiva, potrebbe infatti trasformare un’operazione di protezione in un coinvolgimento militare più ampio nel conflitto regionale.

Proprio su questo punto emergono forti divisioni tra i Paesi europei, con Parigi e Berlino su posizioni differenti.

L’ipotesi di una missione internazionale sotto l’Onu

Una possibile via d’uscita potrebbe essere la creazione di una missione internazionale sotto egida delle Nazioni Unite, incaricata di garantire il libero transito delle navi nello Stretto di Hormuz.

Per il momento, tuttavia, l’ipotesi resta sul tavolo diplomatico mentre le capitali occidentali continuano a muoversi con estrema cautela per evitare una ulteriore escalation nel Golfo Persico.

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Brasile, scava un pozzo per cercare acqua e trova una sostanza simile al petrolio

In Brasile un agricoltore scava un pozzo per cercare acqua e trova una sostanza nera simile al petrolio. Le analisi preliminari indicano caratteristiche compatibili con greggio.

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Cercava acqua per il suo terreno assetato, ma dal sottosuolo è emerso qualcosa di molto diverso. Mentre scavava un pozzo profondo circa 40 metri, l’agricoltore brasiliano Sidrônio Moreira ha visto affiorare una sostanza nera, densa e viscosa con odore di carburante, che potrebbe essere petrolio.

La scoperta nel Ceará

L’episodio è avvenuto a Tabuleiro do Norte, nello stato brasiliano di Ceará.

Un video registrato nel novembre 2024 mostra il momento in cui il liquido scuro comincia a fuoriuscire dal terreno durante la perforazione del pozzo.

Le prime analisi effettuate dall’Istituto federale di Ceará (Ifce) indicano che la sostanza possiede caratteristiche fisico-chimiche simili al petrolio estratto nella vicina regione del Rio Grande do Norte.

Un’area vicina a importanti giacimenti

Il terreno dove è avvenuta la scoperta si trova ai margini della Bacia Potiguar, una delle principali aree petrolifere del Brasile, dove sono attivi diversi campi di estrazione.

La proprietà dell’agricoltore dista circa 11 chilometri dal blocco petrolifero più vicino.

Solo analisi più approfondite potranno però stabilire con certezza la natura del liquido.

L’intervento delle autorità

Negli ultimi giorni il sito è stato visitato dai tecnici dell’Agenzia nazionale del petrolio brasiliana (Anp).

Secondo quanto riferito da fonti locali, la scoperta ha suscitato sorpresa tra gli esperti, perché è raro che una sostanza simile al petrolio emerga da una perforazione relativamente poco profonda.

Il petrolio appartiene allo Stato

Anche nel caso in cui la presenza di greggio venisse confermata, l’agricoltore non potrebbe sfruttarlo direttamente.

La legge brasiliana stabilisce infatti che le risorse del sottosuolo appartengono all’Unione. Il proprietario del terreno potrebbe però ricevere una compensazione economica se l’area venisse concessa in futuro per attività di estrazione commerciale.

Il problema dell’acqua resta irrisolto

Nel frattempo la scoperta non ha risolto il problema iniziale che aveva spinto Moreira a scavare il pozzo.

La famiglia continua infatti ad avere difficoltà nell’accesso all’acqua e spesso deve rifornirsi tramite camion cisterna, in attesa che le autorità stabiliscano con precisione la natura della sostanza emersa dal sottosuolo.

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Iran: “Nessuna ragione per negoziare con gli Stati Uniti”, dice il ministro Araghchi

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi afferma che Teheran non vede alcuna ragione per negoziare con gli Stati Uniti dopo gli attacchi americani del 2025.

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L’Iran non vede al momento alcuna ragione per avviare nuovi negoziati con gli Stati Uniti. A dirlo è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenendo in un’intervista al programma televisivo Face the Nation dell’emittente americana CBS.

La replica alle dichiarazioni di Trump

Le parole del capo della diplomazia iraniana arrivano dopo alcune dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, secondo cui Teheran sarebbe interessata a concludere un accordo per mettere fine al conflitto.

Secondo Araghchi, la situazione è diversa. “Non vediamo alcuna ragione per negoziare con gli Stati Uniti”, ha affermato nel corso dell’intervista.

Il riferimento agli attacchi del 2025

Il ministro ha ricordato che tra Iran e Stati Uniti erano in corso contatti diplomatici quando Washington decise di colpire obiettivi iraniani nel giugno del 2025.

“Avevamo colloqui in corso con loro quando hanno deciso di attaccarci ed è la seconda volta che succede”, ha sottolineato Araghchi, riferendosi ai raid americani avvenuti durante i negoziati.

I rapporti tra Teheran e Washington

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri confermano il clima di forte tensione che continua a caratterizzare i rapporti tra Teheran e Washington, in un contesto geopolitico segnato da scontri indiretti e da un difficile dialogo diplomatico tra le due capitali.

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