Esteri
Ucraina, il morale a terra e il rischio di una Caporetto: senza gli USA la guerra è a un bivio
La guerra in Ucraina non è solo una questione di tecnologia bellica e rifornimenti militari, ma anche di fattori psicologici e motivazionali. E mai come oggi, il morale delle truppe ucraine è ai minimi storici. L’eventuale blocco degli aiuti americani potrebbe cambiare il destino del conflitto, mettendo a rischio la tenuta del fronte e trasformando quella che finora è stata una resistenza eroica in una lunga e dolorosa ritirata.
L’importanza del morale nelle guerre moderne
Da sempre, nella storia delle guerre, la fiducia nella vittoria è fondamentale tanto quanto la potenza di fuoco. Eserciti sulla carta inferiori hanno spesso avuto la meglio su forze ben più equipaggiate, come dimostrano casi recenti:
- I talebani in Afghanistan (2021), che hanno sconfitto una coalizione occidentale tecnologicamente superiore.
- L’ISIS a Mosul (2014), che con poche migliaia di jihadisti ha sbaragliato un esercito iracheno addestrato dagli americani.
In Ucraina, la fiducia è minata dal pericolo di perdere il sostegno di Washington. Lo stesso presidente Zelensky lo ha ribadito: “Senza gli USA perdiamo la guerra”, un timore rafforzato dopo il difficile incontro alla Casa Bianca con Donald Trump, che ha annunciato il blocco degli aiuti militari.
Un ufficiale dal fronte del Donbass ha spiegato chiaramente il rischio: “Anche nei momenti peggiori, sapevamo che gli americani erano con noi. Ora la notizia del blocco degli aiuti ha inferto un colpo gravissimo al morale delle truppe”.
Quanto può resistere il fronte ucraino?
Gli esperti militari ucraini prevedono scenari sempre più foschi. Se il blocco degli aiuti dovesse proseguire, la resistenza potrebbe cedere in sei mesi, forse già entro due o tre mesi.
L’ipotesi di una Caporetto ucraina non è ancora considerata realistica, ma le ritirate potrebbero diventare ben più ampie e rapide rispetto agli aggiustamenti tattici delle ultime offensive russe. Dopo le pesanti sconfitte a Bakhmut e Avdiivka, il fronte ucraino si trova oggi a combattere su un’estensione di oltre 1.200 km, dalla regione meridionale di Kherson-Zaporizhzhia, fino a Kupiansk, Kharkiv e Kursk-Sumy nel nord.
Il rischio di un colpo diretto a Kiev
Uno dei punti deboli della difesa ucraina riguarda la protezione del cielo. Fino ad oggi, il sistema di difesa missilistico Patriot ha impedito alla Russia di colpire direttamente il cuore di Kiev, proteggendo Parlamento, governo e basi militari.
Ma le scorte di missili sono limitate e, senza rifornimenti dagli Stati Uniti, la capitale potrebbe diventare vulnerabile a missili balistici a lunga gittata e droni russi sempre più sofisticati.
Il primo ministro ucraino Denys Shmyhal è stato chiaro: “I Patriot sono al momento l’unico sistema d’arma in grado di abbattere i missili russi”. Tuttavia, Italia e Francia hanno fornito i sistemi Samp-T, che però scarseggiano di munizioni.
Il peso insostituibile degli Stati Uniti
Negli ultimi tre anni, gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina aiuti militari per 65,9 miliardi di dollari, parte di un pacchetto complessivo da 175 miliardi. Molti di questi fondi sono stati impiegati per l’addestramento delle forze ucraine, in particolare su tecnologie avanzate come i lanciarazzi Himars e il monitoraggio satellitare.
Secondo Oleksiy Alshanshkyi, analista militare di Kiev, “senza gli USA, il nostro spazio aereo sarebbe completamente vulnerabile”, e lo stesso vale per i missili a lunga gittata Himars e Atacms, cruciali per colpire le retrovie russe.
Le industrie ucraine stanno producendo droni avanzati, ma senza il supporto tecnologico degli Stati Uniti, l’efficacia delle armi ucraine sarebbe drasticamente ridotta.
Il ruolo (decisivo) di Elon Musk
Un altro fattore chiave riguarda le comunicazioni. Senza il supporto del sistema Starlink, fornito da Elon Musk, le forze ucraine diventerebbero “cieche”, perdendo la capacità di coordinare le operazioni via satellite.
Il ministro della Difesa ucraino Rustem Umarov ha cercato di minimizzare il rischio, ma gli esperti locali ritengono che senza Starlink, l’intero sistema bellico ucraino crollerebbe.
Un futuro incerto per la guerra in Ucraina
La guerra tra Russia e Ucraina entra in una fase critica. Se il blocco degli aiuti americani continuerà, Kiev potrebbe trovarsi costretta a rinegoziare le sue posizioni molto prima del previsto.
Per ora, il morale delle truppe è ai minimi storici, e il rischio di una pesante ritirata diventa ogni giorno più concreto. Senza il sostegno degli USA, l’Ucraina potrebbe non essere in grado di resistere ancora a lungo.
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Crollo nei sondaggi per Trump: gradimento al minimo storico del 33% per l’effetto Iran
Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos, il gradimento di Donald Trump è sceso al 33%, eguagliando il minimo storico del 2017. La flessione è legata alle tensioni con l’Iran, con l’80% degli americani convinto che il conflitto durerà a lungo.
Il sostegno popolare per Donald Trump tocca il punto più basso del suo mandato. Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Reuters/Ipsos, il tasso di approvazione per l’operato del Presidente degli Stati Uniti è crollato al 33%, mentre una netta maggioranza del 64% esprime un parere contrario. Si tratta di un valore che eguaglia il record negativo registrato nel dicembre del 2017.
A pesare in modo decisivo sull’immagine del tycoon è la gestione delle tensioni internazionali, in particolare l’escalation del conflitto con l’Iran. Dopo essere tornato alla Casa Bianca forte del consenso di circa metà del Paese, l’impatto delle recenti mosse di politica estera in Medio Oriente ha provocato una marcata flessione nei consensi.
Dalla rilevazione emerge una diffusa preoccupazione tra l’opinione pubblica americana circa la durata dell’impegno militare: ben l’80% degli intervistati ritiene infatti che il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’area sia destinato a protrarsi a lungo. Un timore trasversale che unisce l’elettorato, condiviso dall’87% dei simpatizzanti democratici e da un consistente 71% degli stessi elettori repubblicani.
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Nuova sede FBI, schiaffo giudiziario a Trump: il giudice sblocca il trasferimento in Maryland
Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.
Un’importante vittoria legale per le autorità dello Stato del Maryland e un duro arresto per i piani dell’amministrazione guidata da Donald Trump. Un giudice federale del Maryland ha stabilito che la Casa Bianca non può bloccare il trasferimento programmato del quartier generale dell’FBI nel Maryland, respingendo le ultime disposizioni del governo federale.
La sentenza dà ragione alla Contea di Prince George e ai rappresentanti statali, fermando il tentativo dell’esecutivo di spostare provvisoriamente gli uffici del bureau presso il Ronald Reagan Building di Washington, situato a poca distanza dallo storico ma ormai obsoleto J. Edgar Hoover Building.
Accogliendo il ricorso delle autorità locali, il togato ha inoltre annullato il controverso provvedimento con cui l’amministrazione Trump aveva congelato e dirottato i 500 milioni di dollari già stanziati dal Congresso per la costruzione del nuovo plesso in territorio moscovita-marylandese. Questa decisione riapre la strada al megaprogetto infrastrutturale, destinato a garantire alle forze dell’ordine federali una sede moderna e fuori dal congestionato centro della capitale.
Meta descrizione SEO Un giudice federale sblocca il trasferimento dell’FBI in Maryland e restituisce i 500 milioni di dollari bloccati dall’amministrazione Trump.
Riassunto Un giudice federale del Maryland ha accolto il ricorso della Contea di Prince George contro l’amministrazione Trump: il quartier generale dell’FBI potrà trasferirsi in Maryland e vengono sbloccati i 500 milioni di dollari precedentemente congelati dal governo.
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Medio Oriente, colloquio Erdoğan-Trump: «Diplomazia fondamentale, no all’escalation con l’Iran»
Nel corso di un colloquio telefonico con Donald Trump, il presidente turco Erdoğan ha chiesto di insistete sui canali diplomatici, in particolare tra USA e Iran. Ha inoltre difeso il recente patto di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Pakistan e criticato le azioni israeliane a Gaza.
Faccia a faccia telefonico tra Ankara e Washington per fare il punto sulla delicatissima crisi in Medio Oriente. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha avuto un colloquio con il presidente statunitense Donald Trump, sottolineando l’assoluta necessità di sfruttare ogni canale diplomatico per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni regionali.
Secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu, che cita una nota ufficiale della direzione per le comunicazioni della presidenza turca, Erdoğan ha caldeggiato in modo particolare il proseguimento del dialogo diretto e dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
Nel corso della telefonata, il leader di Ankara ha rispolverato il valore strategico dell’Accordo congiunto di difesa della Mecca — il patto trilaterale siglato questo mese tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Secondo Erdoğan, l’intesa «dimostra una posizione forte nel garantire la stabilità e la sicurezza regionali», ponendosi come un perno di deterrenza e coordinamento in un quadrante geopolitico incandescente.
Spazio centrale è stato riservato anche al dossier relativo alla Striscia di Gaza. Il capo di Stato turco ha espresso forte preoccupazione per la situazione sul campo: «In un momento in cui l’obiettivo prioritario dovrebbe essere il passaggio alla seconda fase del processo di pace, si registra un preoccupante aumento delle azioni del governo israeliano contro la popolazione palestinese». Erdoğan ha comunque ribadito che la Turchia non intende fare passi indietro e «continuerà a sostenere sforzi per una pace duratura nella regione, promuovendo iniziative concrete per la ricostruzione» del territorio palestinese.


