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Esteri

Ucraina, Europa al lavoro su nuovi colloqui con Mosca: Kiev vede una finestra prima dell’inverno

Germania, Francia e Regno Unito starebbero lavorando con Kiev a un possibile percorso negoziale con la Russia. La decisione finale resta però nelle mani di Zelensky, mentre l’Ucraina punta a evitare un nuovo inverno di attacchi contro civili e infrastrutture energetiche.

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Germania, Francia e Regno Unito starebbero lavorando con Kiev a una possibile iniziativa per riaprire un percorso negoziale con la Russia e cercare una via d’uscita dalla guerra. Secondo Bloomberg, citata da Ukrainska Pravda, le tre principali potenze europee vedrebbero in questa fase un possibile cambiamento di scenario, tale da rafforzare la posizione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

I contatti sarebbero ancora in una fase di preparazione. L’obiettivo non sarebbe imporre una linea a Kiev, ma valutare se esistano le condizioni per avviare colloqui che coinvolgano entrambe le parti, dopo mesi di guerra di logoramento e tentativi diplomatici rimasti senza risultati decisivi.

Il ruolo di Berlino, Parigi e Londra

I rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito avrebbero discusso la possibilità di nuovi colloqui anche con le controparti ucraine. Nei prossimi giorni, secondo la ricostruzione, il primo ministro britannico Keir Starmer dovrebbe confrontarsi con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e con il presidente francese Emmanuel Macron.

La diplomazia europea sembra voler recuperare spazio in una fase in cui i negoziati condotti sotto l’egida degli Stati Uniti procedono con difficoltà e l’attenzione di Washington è assorbita anche dalla crisi con l’Iran.

Zelensky e il peso della decisione finale

Il punto politico più rilevante resta la sovranità della decisione ucraina. Le fonti citate da Bloomberg sottolineano che la scelta finale sulla prosecuzione dei negoziati con Mosca spetta a Zelensky e che i Paesi europei non intendono fare pressione sul presidente ucraino per fargli accettare una strategia che non condivide.

È un passaggio essenziale, perché qualunque negoziato sulla fine della guerra non può prescindere dalla posizione di Kiev, dal tema dei territori occupati, dalle garanzie di sicurezza e dal rischio che una tregua fragile si trasformi soltanto in una pausa utile alla Russia per riorganizzarsi.

Gli attacchi ucraini in profondità cambiano il quadro

Secondo la lettura attribuita alle capitali europee, la posizione di Kiev potrebbe essere oggi più forte anche grazie ai successi degli attacchi con droni in profondità nel territorio russo. Le operazioni ucraine contro infrastrutture, basi e obiettivi strategici hanno aumentato la pressione su Mosca e mostrato la capacità di Kiev di portare la guerra oltre la linea del fronte.

Zelensky ha rivendicato proprio questo elemento, sostenendo che l’Ucraina dispone oggi di una maggiore forza sul campo e può presentarsi a eventuali colloqui da una posizione meno debole. La questione resta però delicata: la pressione militare può aprire spazi diplomatici, ma può anche spingere il Cremlino a irrigidire ulteriormente la propria posizione.

Il timore di un nuovo inverno sotto attacco

Uno dei motivi che spingerebbe gli alleati europei a valutare una nuova iniziativa diplomatica è il rischio di un altro inverno di guerra. La Russia ha già colpito più volte infrastrutture energetiche, città e obiettivi civili ucraini, nel tentativo di indebolire la resistenza del Paese e minare il morale della popolazione.

Aprire ora un canale negoziale, secondo questa impostazione, potrebbe servire a evitare una nuova stagione di bombardamenti massicci contro reti elettriche, riscaldamento, abitazioni e servizi essenziali. Ma resta da capire se Putin sia davvero disponibile a trattare su basi considerate accettabili da Kiev.

Una trattativa ancora tutta da costruire

Per ora non c’è un negoziato formale né un’intesa sui contenuti. C’è, piuttosto, un tentativo europeo di capire se il momento possa essere favorevole a una nuova iniziativa politica. La guerra continua, le posizioni restano distanti e il nodo principale rimane lo stesso: come arrivare a una pace che non sia soltanto una sospensione provvisoria delle ostilità.

La finestra diplomatica esiste solo se Mosca accetta di discutere seriamente e se Kiev ritiene di poter difendere i propri interessi vitali. In questo equilibrio complesso, l’Europa prova a muoversi prima che l’inverno riporti la guerra al suo volto più duro: quello degli attacchi contro le città, le infrastrutture e la resistenza quotidiana degli ucraini.

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Economia

Europa, corsa al gas russo prima del divieto: importazioni di Gnl in aumento del 18%

La crisi delle forniture dal Qatar e la necessità di riempire gli stoccaggi spingono l’Unione europea ad aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto russo. Nel primo semestre del 2026 le importazioni dal progetto Yamal sono cresciute del 18%, nonostante il divieto totale previsto dall’inizio del 2027.

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L’Europa si prepara a vietare definitivamente il gas russo, ma nell’attesa ne sta comprando quantità sempre maggiori. La riduzione delle forniture provenienti dal Qatar, provocata dalla crisi nel Golfo, e la necessità di ricostituire gli stoccaggi prima dell’inverno hanno prodotto un effetto apparentemente paradossale: l’aumento delle importazioni europee di gas naturale liquefatto russo.

Nel primo semestre del 2026 i Paesi dell’Unione europea hanno acquistato dal progetto artico Yamal LNG circa 9,9 milioni di tonnellate di gas, il 18% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del livello più alto mai registrato per l’impianto controllato dalla società russa Novatek.

Gli acquisti aumentano prima del divieto

Secondo le elaborazioni del Centre for Research on Energy and Clean Air, nel solo mese di giugno le importazioni europee di Gnl russo sono risultate superiori del 14% rispetto a un anno prima.

Particolarmente significativo il dato della Francia, che ha aumentato gli acquisti del 34% rispetto a maggio, nonostante una forte diminuzione delle quantità complessive di gas liquefatto scaricate nei propri terminali.

I principali importatori europei sono Francia, Belgio e Spagna, Paesi dotati di grandi terminali di rigassificazione sulle coste atlantiche, nel Mare del Nord e nel Mediterraneo. Una parte del gas sbarcato nei porti francesi e belgi viene successivamente immessa nella rete europea e destinata anche alla Germania.

Il gas del Qatar quasi fermo

A spingere la domanda europea è soprattutto la difficoltà di ricevere carichi dal Qatar. Le tensioni militari e i rischi per la navigazione nello Stretto di Hormuz hanno drasticamente ridotto il traffico delle metaniere.

Il Qatar aveva già dichiarato la forza maggiore su alcuni contratti di fornitura a causa delle interruzioni collegate alla guerra, mentre gli attacchi contro le navi commerciali hanno ulteriormente aumentato i costi assicurativi e scoraggiato i transiti.

A luglio le importazioni europee complessive di Gnl sono previste ai livelli più bassi dal settembre 2024, mentre la concorrenza asiatica per i carichi disponibili torna a crescere. Gli stoccaggi europei risultano inoltre inferiori alle medie stagionali, rendendo più urgente l’acquisto di gas prima dell’inverno.

La Russia vende di più ma incassa meno

L’aumento dei volumi esportati non si traduce automaticamente in maggiori entrate per Mosca. Secondo il Crea, nel mese di giugno le esportazioni russe di petrolio, gas e carbone sono cresciute del 14% rispetto a maggio, mentre i ricavi sono diminuiti dell’8%.

La differenza è dovuta soprattutto agli sconti applicati ai prodotti energetici russi, venduti a prezzi inferiori rispetto alle quotazioni internazionali a causa delle sanzioni, delle restrizioni finanziarie e dei maggiori costi di trasporto.

La Russia riesce quindi a collocare più combustibili fossili sul mercato, ma non beneficia pienamente dell’aumento dei prezzi provocato dalla crisi mediorientale.

Il divieto europeo dall’inizio del 2027

Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nel gennaio scorso il regolamento che prevede l’eliminazione graduale delle importazioni di gas russo.

Il divieto totale sul Gnl russo entrerà in vigore dall’inizio del 2027, mentre per il gas trasportato attraverso i gasdotti la scadenza definitiva è prevista nell’autunno dello stesso anno. Sono stati previsti periodi transitori per i contratti già sottoscritti, allo scopo di limitare gli effetti sui prezzi e sulla sicurezza energetica.

La normativa consente inoltre alla Commissione europea di sospendere temporaneamente il blocco, per un massimo di quattro settimane, qualora un’emergenza minacci seriamente la sicurezza delle forniture di uno o più Stati membri.

Gli interessi francesi in Novatek

Il gas arriva prevalentemente dall’impianto Yamal LNG, situato nell’Artico russo e controllato da Novatek. La compagnia francese TotalEnergies mantiene una partecipazione del 19,4% nella società russa e possiede anche il 20% del progetto Yamal LNG.

Dopo l’invasione dell’Ucraina TotalEnergies ha ritirato i propri rappresentanti dal consiglio di amministrazione di Novatek e ha svalutato contabilmente la partecipazione, senza però riuscire a cederla.

Il paradosso energetico europeo

L’aumento degli acquisti mette in evidenza la distanza tra gli obiettivi politici e le necessità immediate del mercato. Bruxelles vuole eliminare la dipendenza energetica dalla Russia, ma deve contemporaneamente garantire forniture sufficienti alle famiglie e alle imprese.

La crisi del Qatar, la minore disponibilità di metaniere e la necessità di riempire gli stoccaggi stanno così trasformando il periodo precedente al divieto in una corsa agli ultimi carichi russi.

Un paradosso destinato a durare ancora alcuni mesi: l’Europa prepara la fine del gas di Mosca, ma per affrontare il prossimo inverno continua a comprarne sempre di più.

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Esteri

Attivisti della Global Sumud Flotilla ai funerali di Khamenei: «Aiuteremo l’Iran a difendere la rivoluzione»

Tre attivisti che hanno partecipato alla Global Sumud Flotilla si sono recati in Iran per i funerali di Ali Khamenei, esprimendo sostegno alla Repubblica islamica e alla sua battaglia contro gli Stati Uniti. La Flotilla precisa che non si trattava di una delegazione ufficiale.

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«Vi aiuteremo a mantenere questa rivoluzione». È il messaggio lanciato da Lisi Proença, attivista brasiliana che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla, durante il viaggio in Iran per le cerimonie funebri dell’ex guida suprema Ali Khamenei.

In un video pubblicato sul proprio profilo Instagram, Proença ha espresso pieno sostegno alla Repubblica islamica e ha invitato gli iraniani a indicare agli attivisti internazionali di cosa avessero bisogno. La sua presenza a Teheran è documentata da diversi contenuti pubblicati sui social nei giorni delle commemorazioni.

«Il Sud globale contro l’imperialismo americano»

Nel filmato l’attivista afferma che il cosiddetto Sud globale, restando unito, potrà porre fine all’«imperialismo americano». Proença sostiene inoltre di avere conosciuto soltanto una volta arrivata in Iran quella che definisce la “verità” sul Paese, al di là della rappresentazione proposta dai media occidentali.

Secondo l’attivista, l’uccisione di Khamenei sarebbe stata un atto di imperialismo compiuto dagli Stati Uniti. Una posizione nettamente schierata a favore della Repubblica islamica e destinata ad alimentare il dibattito anche all’interno del movimento internazionale di solidarietà con Gaza.

Con lei Hickey e Teles

In Iran sono arrivati anche l’attivista e comico irlandese Tadhg Hickey e l’avvocata brasiliana Ariadne Teles, entrambi già partecipanti alle iniziative della Global Sumud Flotilla. La presenza dei tre a Teheran è stata presentata da alcuni canali social come quella di una delegazione collegata alla missione navale per Gaza.

Durante un’intervista realizzata nella capitale iraniana, Hickey ha definito l’Iran il centro della lotta mondiale contro l’imperialismo. In altri interventi ha richiamato la storia coloniale irlandese per spiegare il proprio sostegno ai movimenti che considera vittime dell’oppressione occidentale.

Ariadne Teles avrebbe invece accostato la figura di Khamenei a leader rivoluzionari come Fidel Castro, Ernesto Che Guevara e Thomas Sankara, presentandolo come simbolo della resistenza politica al potere degli Stati Uniti.

La precisazione della Global Sumud Flotilla

La Global Sumud Flotilla ha però preso le distanze dalla rappresentazione del viaggio come missione ufficiale del movimento. Interpellata dal Corriere della Sera, l’organizzazione ha precisato che i tre attivisti non costituivano una delegazione formale.

«Eventuali partecipanti o organizzatori vi hanno preso parte a titolo personale», ha spiegato la Flotilla, distinguendo quindi le dichiarazioni pronunciate in Iran dalla linea ufficiale dell’organizzazione.

La precisazione appare significativa perché la Global Sumud Flotilla è nata con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari a Gaza e contestare il blocco israeliano, riunendo persone provenienti da orientamenti politici e culturali differenti. Tadhg Hickey, Lisi Proença e Ariadne Teles risultano tra coloro che hanno partecipato alle iniziative del movimento, ma le loro successive posizioni politiche non possono essere automaticamente attribuite all’intera organizzazione.

Le critiche alla Repubblica islamica

Le dichiarazioni degli attivisti hanno suscitato reazioni anche perché la Repubblica islamica è stata accusata negli anni da organizzazioni internazionali e dissidenti iraniani di repressione del dissenso, limitazione dei diritti delle donne, arresti politici e controllo dell’informazione.

Il sostegno alla popolazione palestinese e la critica alle operazioni militari americane o israeliane non coincidono necessariamente con l’appoggio al sistema politico iraniano. È proprio su questa distinzione che si concentra la discussione aperta dalle parole pronunciate a Teheran.

La visita dei tre attivisti resta dunque un’iniziativa personale. Ma i loro messaggi, diffusi pubblicamente e associati alla precedente partecipazione alla Flotilla, hanno inevitabilmente prodotto un caso politico che supera i confini dell’Iran.

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Droni marini Usa colpiscono Bandar Abbas: primo attacco con i Corsair contro l’Iran

Gli Stati Uniti hanno impiegato per la prima volta in combattimento droni marini d’attacco Saronic Corsair contro la base navale iraniana di Bandar Abbas. Colpiti un piccolo sottomarino e strutture per la manutenzione delle navi.

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Gli Stati Uniti hanno aperto un nuovo fronte nella guerra tecnologica contro l’Iran, impiegando per la prima volta in combattimento droni marini esplosivi contro la base navale di Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz.

Il Comando centrale americano ha confermato l’utilizzo di tre imbarcazioni senza equipaggio Saronic Corsairnell’attacco del 12 luglio. I mezzi hanno colpito un piccolo sottomarino iraniano e strutture destinate alla manutenzione delle unità navali. Il Pentagono non ha però fornito una valutazione indipendente e dettagliata sull’entità dei danni provocati.

Il primo attacco americano con droni marini

L’operazione rappresenta il primo impiego ufficialmente riconosciuto dagli Stati Uniti di veicoli di superficie senza equipaggio utilizzati come armi a perdere.

Il video diffuso dal Centcom mostra tre battelli mentre si avvicinano al porto iraniano prima delle esplosioni. Uno dei bersagli appare essere un minisommergibile della classe Ghadir, progettata dall’Iran per operare nelle acque poco profonde del Golfo Persico.

Le autorità americane hanno parlato di un attacco riuscito contro il sottomarino e contro un impianto di manutenzione navale, senza precisare se l’unità sia stata completamente distrutta.

Come funziona il Saronic Corsair

Il Corsair è un’imbarcazione autonoma lunga circa 7,3 metri. Può superare i mille miglia nautiche di autonomia, equivalenti a oltre 1.800 chilometri, raggiungere una velocità di circa 35 nodi e trasportare un carico fino a mille libbre, poco più di 450 chilogrammi.

Ogni esemplare avrebbe un costo vicino al milione di dollari. Il sistema può essere utilizzato per ricognizione, sorveglianza, soccorso o attacchi contro obiettivi navali e portuali.

Il mezzo è prodotto dalla Saronic Technologies, società texana fondata anche dall’ex Navy Seal Dino Mavrookas. L’azienda ha ottenuto importanti commesse dal Pentagono per lo sviluppo e la produzione di sistemi navali autonomi.

La Task Force 59 nel Golfo

I Corsair erano stati trasferiti in Medio Oriente alla fine di marzo e inseriti nelle attività della Task Force 59, il reparto della Quinta Flotta americana incaricato di sperimentare e integrare droni, sensori e sistemi basati sull’intelligenza artificiale.

Il Golfo Persico rappresenta un ambiente ideale ma complesso per queste tecnologie: spazi ristretti, fondali bassi, intenso traffico commerciale e una forte presenza di imbarcazioni veloci iraniane.

Teheran ha costruito parte della propria strategia navale su piccoli battelli armati con missili, mine e lanciarazzi, progettati per condurre attacchi coordinati e saturare le difese delle unità più grandi.

Una tattica già utilizzata dall’Ucraina

La scelta americana richiama direttamente le operazioni condotte dall’Ucraina contro la flotta russa nel Mar Nero. Kiev ha utilizzato droni navali carichi di esplosivo per colpire navi, basi militari e infrastrutture logistiche russe.

Anche gli Houthi hanno impiegato imbarcazioni senza equipaggio e mezzi esplosivi contro il traffico navale nel Mar Rosso.

A Bandar Abbas, tuttavia, i mezzi americani sembrano essere riusciti a entrare nell’area portuale senza incontrare una resistenza significativa. Non è chiaro se ciò sia dipeso da una falla delle difese iraniane, dall’effetto sorpresa o da precedenti azioni americane contro radar e sistemi di sorveglianza.

Un test militare e un messaggio a Teheran

Il minisommergibile Ghadir non rappresentava necessariamente il bersaglio più importante della Marina iraniana. Avrebbe potuto essere colpito anche con un missile o con un attacco aereo.

La scelta del Corsair ha però consentito agli Stati Uniti di sperimentare il sistema in una vera operazione bellica, evitando rischi diretti per piloti o marinai e dimostrando la capacità di penetrare in uno dei principali porti militari iraniani.

Il raid potrebbe quindi aprire la strada a un uso più intenso della Task Force 59 contro porti, navi, installazioni petrolifere e infrastrutture militari lungo le coste iraniane.

Il precedente del salvataggio dell’Apache

Poche settimane prima dell’attacco, un Corsair era stato utilizzato in una missione completamente diversa. All’inizio di giugno il drone marino aveva partecipato al recupero dei due membri dell’equipaggio di un elicottero Apache precipitato nelle acque vicine all’Oman.

I militari erano stati recuperati dall’imbarcazione autonoma e successivamente trasferiti a una squadra di soccorso arrivata in elicottero. L’episodio aveva dimostrato come lo stesso mezzo potesse essere impiegato tanto per salvare vite quanto per condurre attacchi esplosivi.

La lunga guerra dei piccoli battelli

Le imbarcazioni esplosive non costituiscono una novità assoluta nelle acque del Medio Oriente. Il 12 ottobre 2000 il cacciatorpediniere americano USS Cole fu colpito nel porto yemenita di Aden da un piccolo battello guidato da due attentatori suicidi.

Nell’attacco, rivendicato da Al Qaeda, morirono 17 marinai americani.

Oggi la presenza dell’equipaggio non è più necessaria. L’intelligenza artificiale, i collegamenti satellitari e i sistemi di navigazione autonoma permettono a piccoli mezzi relativamente economici di percorrere centinaia di chilometri e colpire obiettivi molto più costosi.

L’attacco di Bandar Abbas mostra come la guerra navale nel Golfo stia cambiando rapidamente. E come la minaccia possa ormai arrivare non soltanto dal cielo o dalle profondità marine, ma anche da piccoli battelli senza uomini a bordo.

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