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Turchia-Africa, apoteosi e tempesta perfetta intorno a Recep Tayyip Erdogan

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Luci e ombre si riverberano a Istanbul, dove sono riuniti una quarantina di capi di stato e di governo, per il 3° vertice Turchia-Africa cominciato ieri e in chiusura oggi. Da un lato, la riunione sancisce la continuità di un’azione a tutto campo (politico-diplomatica, economica, culturale) della Turchia nel continente africano, connotata da un successo incontestabile. Non si tratta solo di nuove Ambasciate, di nuove destinazioni di Turkish Airlines in terra d’Africa, della quintuplicazione in poco più di un quindicennio, degli scambi commerciali, giunti nel 2020 a 25,5 miliardi di dollari. Si tratta di qualità degli investimenti, che riguardano settori tradizionali come la siderurgia, la chimica, il tessile, l’edilizia in tutte le sue forme, ma riguardano pure settori strategici come l’energia e le industrie innovanti. Si tratta altresì dell’apertura di scuole sempre più competitive per la formazione internazionale nei confronti dei consolidati stabilimenti e curricula inglesi, francesi e americani. E si tratta infine della cooperazione politico-militare che fa della Turchia un protagonista maggiore degli equilibri geopolitici e della sicurezza sul Continente e nelle sue aree più calde, come la Libia, con presenza militare diretta.

Dall’altro lato, le nubi che si ammassano sul versante economico-finanziario interno stanno preparando la tempesta politica che due decenni di autoritarismo e di sperimentazione di un “islamismo morbido” non erano riusciti ad innescare. Anche perché le retoriche del neo-ottomanesimo, gli immaginari sapientemente alimentati dalla propaganda erdoganiana di una “Grande Turchia” che riafferma le ragioni storiche e culturali dell’Impero, dal Maghreb libico all’Asia centrale e fino al Sinkiang cinese, hanno saputo tutto sommato parlare al nostalgismo turco così ben evocato dal premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk in “Istanbul” e altrove. Stiamo parlando, si capisce, della caduta libera della lira turca, che ha perso quasi la metà del suo valore rispetto al dollaro quest’anno. La causa? Una politica economica basata su tassi d’interesse al ribasso, voluta e gestita direttamente da Erdogan (che si dichiara “esperto” in economia) e che ha portato alla sostituzione di tre governatori della Banca Centrale in due anni. La svalutazione della lira, sostiene Erdogan, favorisce potentemente le esportazioni turche e, cosa tutt’altro che secondaria, è in linea con le prescrizioni coraniche in tema di tassi di interesse che, se alti, possono prefigurare l’usura, una pratica condannata dal Libro. E’ la vecchia idea dell’autocrate di Ankara secondo cui è possibile e doveroso conciliare “democrazia e cultura islamica”: e ciò, anche nelle declinazioni economiche di questo rapporto.

Il neo-imperialismo della Turchia di Erdoğan e la voglia di espandere la sua influenza verso Balcani e Africa in questa cartina di Limes

Naturalmente, il risvolto della medaglia è che le importazioni si pagano più care, con il risultato di una fiammata dell’inflazione, ufficialmente indicata nel 21% su base annua (2021), ma che qualche Istituto di ricerca indipendente arriva a stimare superiore al 100%. Ancor più significativo del panorama macroeconomico, tuttavia, è il “dato delle rivoluzioni”. Quest’ultimo riguarda in specie i beni di prima necessità, che è raddoppiato nell’anno, e il costo del carburante, aumentato del 40%. Con questi dati, si argomenta, la gente scende in strada: sfida l’autorità (e l’autoritarismo repressivo), le classi povere ridiventano impermeabili alle retoriche se non possono comprare il pane, i ceti medi continuano ad essere cullati nelle loro aspirazioni nazionaliste, ma si sentono traditi nelle loro aspirazioni di classe.  

Turchia-Ue. I rapporti sempre più difficili di Erdogan con i vertici dell’Unione Europea e di gran parte degli Stati dell’Unione

Insomma, come sottolinea il Washington Post, “il sultano non ha più vestiti”. Erdogan riesce ancora a veicolare sul piano internazionale l’immagine di una Turchia “grande potenza” capace di far seguire ai disegni della geopolitica anatolica gli accordi concreti, i contratti bilaterali dell’economia. Ma sul piano interno, come riporta il Wall Street Journal, il partito di Erdogan, l’AKP, ha perso nelle ultime settimane qualcosa come il 30% dei consensi. Nessuno sta dicendo che il Presidente della Turchia sta imboccando il rettifilo che porta al suo capolinea politico, si capisce. Ma gli scricchiolii ci sono attorno al Mar Nero: vedremo dove porteranno, dietro ogni apparenza.    

Angelo Turco, africanista, è uno studioso di teoria ed epistemologia della Geografia, professore emerito all’Università IULM di Milano, dove è stato Preside di Facoltà, Prorettore vicario e Presidente della Fondazione IULM.

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Chi ha lasciato eredità da 7mld di tasse? Mistero in Usa

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Può un miliardario morire senza che nessuno se ne accorga? E’ quanto ci si domanda da giorni in America riguardo al mistero di un Paperone scomparso. Tutto nasce dal pagamento di una maxi imposta di successione da 7 miliardi di dollari ricevuta dal Tesoro americano lo scorso 28 febbraio. Si tratta di una cifra record, la più alta per questo tipo di tasse da almeno il 2005, come riportano i media. Il fatto è che nessuno dei super ricchi americani è morto nel 2022, e la cosa strana è come possa una persona con un tale patrimonio essere vissuta fuori dai radar sino alla fine. Un portavoce del Tesoro ha spiegato al sito Quartz che “non si è trattato di un errore”, e anche un portavoce dell’Internal Revenue Service ha escluso problemi con il sistema di elaborazione. Queste sono le uniche informazioni a disposizione visto che le norme sulla privacy impediscono ai funzionari governativi di rendere noti dettagli su qualsiasi dichiarazione dei redditi.

Quartz ha provato a fare una simulazione sull’ammontare del patrimonio ereditato per il quale si è arrivati a pagare un’imposta di 7 miliardi, stimandolo tra i 17 e i 35 miliardi di dollari. Una fortuna consistente che, anche considerando il valore più basso, renderebbe il misterioso miliardario deceduto una delle 100 persone più ricche del mondo, secondo la classifica di Bloomberg News. Il sito ricorda poi che sebbene l’imposta sulla proprietà sia stata ridotta nel 2017 durante la riforma fiscale dell’allora presidente Donald Trump, gli introiti sono aumentati vertiginosamente negli ultimi anni, probabilmente a causa dell’eccesso di decessi degli anziani durante la pandemia.

Nell’anno fiscale in corso (iniziato a ottobre), il governo degli Stati Uniti ha raccolto quasi 8 miliardi di dollari in più di tasse sulla proprietà e sulle donazioni rispetto all’anno precedente. Sulla base dell’aliquota fiscale, il pagamento ricevuto dal Tesoro Usa di 7 miliardi di dollari implicherebbe così una fortuna di circa 17,5 miliardi di dollari. Ma in caso fossero state applicate le possibili esenzioni, il think tank di Washington Tax Policy Center ricorda che le proprietà generalmente pagano un’aliquota fiscale effettiva del 17%. E anche se solo il 50% del patrimonio fosse imponibile, si arriverebbe ad un valore potenziale di 35 miliardi di dollari. Sul Paperone scomparso il mistero resta così fittissimo e si esclude, perchè morto l’anno precedente, Sheldon Adelson il magnate dei casinò deceduto a gennaio 2021.

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Media, Xi offre a Putin piano per bloccare YouTube in Russia

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Il presidente russo Vladimir Putin ha concordato nei colloqui con Xi Jinping un progetto congiunto per bloccare Youtube in Russia. A sostenerlo è il portale russo Octagon – rilanciato da altri media – che cita fonti che hanno familiarità con la vicenda. Secondo le fonti, dopo la visita di Xi “è arrivato a Mosca un gruppo di 41 esperti cinesi di minacce informatiche” che “in un progetto congiunto con la parte russa, analizzeranno e prepareranno una roadmap tecnica per il blocco completo di YouTube”. Parte della tecnologia, secondo Octagon, sarà fornita dall’Esercito popolare di liberazione cinese, mentre il resto si baserà sugli sviluppi russi e bielorussi. “Il blocco di YouTube secondo il programma sarà possibile nel quarto trimestre del 2023”, riferisce Octagon.

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Biden a Netanyahu: Israele non può andare avanti così

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Dopo le perplessità trasmesse diplomaticamente dietro le quinte, le preoccupazioni americane sulla riforma della giustizia di Benyamin Netanyahu sono esplose in un grido d’allarme, trasformatosi in uno scontro fra due Paesi alleati da sempre. A rendere esplicita la posizione Usa è stato direttamente Joe Biden, le cui affermazioni sono immediatamente rimbalzate in Israele suscitando polemiche a cominciare dal premier, che ha risposto per le rime. Israele, è stato il ruvido monito del capo della Casa Bianca, “non può continuare sulla strada” della riforma giudiziaria, questo “l’ho chiarito” e Netanyhau “farebbe bene ad allontanarsene”. Poi ha rincarato la dose: “Come molti forti sostenitori di Israele, sono molto preoccupato. Si spera che il premier agisca in modo da cercare di trovare un vero compromesso ma questo resta da vedere”. Poi, dopo aver escluso una visita di Netanyahu “a breve termine” – mentre l’ambasciatore Usa in Israele Tom Nides ne aveva evocato l’imminenza -, ha aggiunto: “Non vogliamo interferire. Non stiamo interferendo. Conoscono la mia posizione e quella dell’America. Conoscono la posizione dell’ebraismo Usa”.

Netanyahu ha replicato subito: Israele è un “Paese sovrano” che prende “decisioni per volontà del popolo e non sulla base di pressioni dall’estero, compresi i migliori amici”. “La mia amministrazione – ha sottolineato – è impegnata a rafforzare la democrazia ripristinando il giusto equilibrio tra i tre rami del potere, che stiamo cercando di raggiungere attraverso un ampio consenso”. Successivamente, intervenendo on line al summit delle democrazie convocato proprio da Biden, ha ribadito che l’alleanza con Washington, “salvo divergenze occasionali”, è “irremovibile”. Ed ha assicurato agli Usa che grazie alla pausa nell’iter della riforma alla Knesset, le parti “possono vedersi” e cercare “un ampio consenso nazionale”.

Ma intanto il fuoco era divampato. Il ministro della Sicurezza nazionale e leader di destra estrema Itamar Ben Gvir – e dopo lui altri esponenti del Likud – ha voluto ricordare a Biden che Israele “non è un’altra stella sulla bandiera americana. Siamo una democrazia e mi aspetto che il presidente Usa lo comprenda”. Ben Gvir è stato immediatamente rimbeccato dal leader dell’opposizione Yair Lapid. “Per decenni – ha twittato – Israele è stato il più stretto alleato degli Usa. Il governo più estremista nella storia di questo Paese ha rovinato tutto questo in tre mesi”.

Una polemica che rispecchia la situazione in Israele, dove le parti, sotto la mediazione del presidente Isaac Herzog, continuano gli incontri, ma dove non si fermano le proteste. Anche oggi a Tel Aviv, seppur di minore entità, ce ne sono state ed è confermato l’appuntamento principale di sabato sera. Le organizzazioni contrarie alla riforma hanno detto di non fidarsi della pausa annunciata da Netanyahu, considerata solo un escamotage per prendere tempo. A rendere ancora più scivoloso il tutto sono state alcune affermazioni del ministro della Giustizia Yariv Levin (Likud), uno degli architetti della legge. “Farò uno sforzo supremo – ha promesso ai suoi sostenitori – per fare giustizia e per far approvare la legge nella prossima sessione della Knesset”.

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