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Salute

Tumori, pochi pazienti nei trial clinici: in Italia partecipa solo il 3-5%, Ifo chiedono una rete nazionale

In Italia solo il 3-5% dei pazienti oncologici partecipa a trial clinici. Gli Ifo chiedono una rete nazionale per ampliare l’accesso alle cure innovative.

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A fronte di circa 400mila nuove diagnosi di tumore ogni anno, in Italia solo una minima parte dei pazienti eleggibili accede alle sperimentazioni cliniche.

Secondo i dati diffusi dagli Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, la percentuale si attesta tra il 3% e il 5%, evidenziando un sistema ancora frammentato.

Il nodo della rete nazionale assente

Uno dei principali limiti individuati dagli esperti è l’assenza di una vera rete nazionale dei Clinical Trial Center.

Oggi manca perfino un censimento ufficiale delle strutture, e le collaborazioni tra centri avvengono spesso su base informale, senza un coordinamento strutturato.

L’impatto sulle cure dei pazienti

L’accesso a una sperimentazione può incidere in modo significativo sulle prospettive terapeutiche.

Chi partecipa a uno studio di fase 1 può anticipare l’accesso a nuove terapie anche di 7-10 anni, mentre negli studi di fase 3 il vantaggio medio è di circa tre anni.

I numeri degli Ifo e il potenziale inespresso

Nei centri ad alta specializzazione, come gli Ifo, la partecipazione raggiunge circa il 10% dei pazienti eleggibili, ma resta lontana dal potenziale stimato dagli specialisti, che potrebbe arrivare al 40-50% in un sistema pienamente organizzato.

L’Istituto si conferma tra i più attivi: 407 trial in corso, oltre 6.600 pazienti arruolati nel 2025 e 57 studi coordinati a livello nazionale e internazionale.

Ricerca strategica anche sul piano economico

Le sperimentazioni rappresentano anche un asset rilevante per la sostenibilità della ricerca, con oltre 3,3 milioni di euro di proventi, pari a circa il 15% dell’attività clinica e traslazionale dell’istituto.

La proposta: standardizzare e coordinare

Secondo Massimo Zeuli, responsabile del Clinical Trials Center Ifo, il primo passo è la standardizzazione e l’istituzionalizzazione dei centri, seguita dalla creazione di strumenti condivisi per il coordinamento.

L’obiettivo è garantire a tutti i pazienti oncologici italiani pari opportunità di accesso alle sperimentazioni, indipendentemente dal luogo di cura.

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Ebola torna a spaventare l’Africa: l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria globale per il raro ceppo Bundibugyo

L’Oms ha dichiarato l’emergenza sanitaria globale per la nuova epidemia di Ebola causata dal raro ceppo Bundibugyo, privo di vaccino e cure specifiche. In Congo si contano già 88 morti e oltre 300 casi sospetti, mentre il virus si è diffuso anche in Uganda. Cresce il timore per una propagazione regionale in aree caratterizzate da conflitti e infrastrutture sanitarie fragili.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme per la nuova epidemia di Ebola che sta colpendo l’Africa centrale. Non si parla di pandemia, ma di una “emergenza sanitaria globale” dopo la diffusione del raro ceppo Bundibugyo, per il quale attualmente non esistono né vaccini né cure specifiche.

La situazione più grave riguarda la Repubblica Democratica del Congo, dove sono già morte 88 persone e si contano 336 casi sospetti. Aumenta inoltre la preoccupazione per il rischio di diffusione regionale dopo la conferma di casi anche in Uganda.

Il raro ceppo Bundibugyo preoccupa gli esperti

Il virus identificato è il ceppo Bundibugyo dell’Ebola, scoperto nel 2007 e molto meno conosciuto rispetto al più noto ceppo Zaire.

I sintomi iniziali comprendono febbre, dolori muscolari, stanchezza, mal di testa e mal di gola. Successivamente possono comparire vomito, diarrea, eruzioni cutanee ed emorragie.

Secondo l’Oms, il tasso di mortalità di questo ceppo si aggira intorno al 50%, inferiore rispetto al ceppo Zaire che può arrivare fino al 90%, ma comunque estremamente elevato.

La differenza più allarmante è che per il Bundibugyo non esistono vaccini né trattamenti approvati.

Caso confermato a Goma, città controllata dai ribelli M23

Nelle ultime ore è stato confermato un nuovo caso nella città di Goma, area orientale del Congo controllata dalla milizia M23 sostenuta dal Ruanda.

Si tratta di una donna risultata positiva dopo essersi spostata da Bunia, dove il marito era morto di Ebola. La notizia aumenta ulteriormente le preoccupazioni sanitarie e politiche in una regione già destabilizzata dal conflitto armato.

L’Oms: “La diffusione reale potrebbe essere molto più ampia”

Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus ha dichiarato il secondo livello di allerta più alto previsto dall’organizzazione, immediatamente inferiore alla pandemia.

Secondo l’Oms, il numero reale dei contagi potrebbe essere molto più alto rispetto ai dati ufficiali. Le aree colpite sono isolate, difficili da raggiungere e caratterizzate da infrastrutture sanitarie estremamente fragili.

L’alto tasso di positività dei campioni analizzati, unito ai casi confermati in due Paesi differenti, lascia temere una diffusione molto più estesa a livello regionale.

Medici Senza Frontiere prepara una risposta su larga scala

Anche Medici Senza Frontiere parla di situazione “estremamente preoccupante”.

Secondo testimonianze raccolte sul posto, molti malati muoiono in casa senza isolamento sanitario e i corpi vengono maneggiati direttamente dai familiari, aumentando enormemente il rischio di contagio.

La trasmissione del virus avviene infatti attraverso il contatto con fluidi corporei, sangue o tessuti infetti. Una persona diventa contagiosa solo dopo la comparsa dei sintomi, mentre il periodo di incubazione può durare fino a 21 giorni.

Una lunga storia di epidemie in Congo

Quella attuale è la diciassettesima epidemia di Ebola registrata nella Repubblica Democratica del Congo.

La più devastante resta quella tra il 2018 e il 2020, che provocò quasi 2.300 morti. Negli ultimi cinquant’anni il virus Ebola ha causato circa 15 mila vittime in Africa.

La nuova emergenza riporta al centro dell’attenzione internazionale la fragilità sanitaria di vaste aree del continente africano, dove guerre, povertà e carenza di infrastrutture rendono molto più difficile contenere epidemie altamente contagiose.

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Torino, raro tumore invade il cranio: donna di 73 anni salvata con una protesi 3D personalizzata

Una donna di 73 anni è stata salvata al Cto di Torino grazie a un complesso intervento per rimuovere un raro tumore maligno che aveva invaso il cranio. I chirurghi hanno ricostruito la teca cranica con una protesi 3D personalizzata e tessuti prelevati dalla paziente.

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Un delicatissimo intervento chirurgico eseguito all’Ospedale Cto di Torino ha salvato la vita a una donna di 73 anni colpita da un raro tumore maligno che aveva progressivamente invaso il cuoio capelluto e l’osso cranico.

Per ricostruire la parte del cranio rimossa dai chirurghi è stata realizzata una protesi personalizzata in 3D, modellata sulla base delle immagini Tac e di risonanza magnetica della paziente.

Il tumore dalla cute fino all’osso cranico

La donna era già stata operata anni fa per una lesione al cuoio capelluto, ma il problema si era ripresentato più volte nel tempo.

Gli approfondimenti diagnostici hanno poi evidenziato la presenza di una rara forma tumorale aggressiva capace di infiltrarsi dalla pelle fino all’osso del cranio, provocandone una progressiva erosione.

Secondo quanto spiegato dalla Città della Salute e della Scienza di Torino, si tratta di lesioni estremamente rare e con un importante potenziale evolutivo.

Un intervento ad altissima complessità

L’operazione ha richiesto il lavoro congiunto di neurochirurghi, chirurghi plastici e anestesisti altamente specializzati.

Hanno partecipato i neurochirurghi Francesca Vincitorio e Francesco Calamo Specchia dell’équipe guidata da Diego Garbossa, insieme ai chirurghi plastici diretti da Massimo Navissano.

Il tumore aveva ormai coinvolto profondamente il lato sinistro del cranio, arrivando vicino a importanti strutture venose cerebrali e sconfinando anche nella parte destra della teca cranica.

Rimossa una vasta parte del cranio

I medici hanno eseguito un’apertura cranica di circa 15 centimetri per 12, asportando completamente i tessuti malati, una porzione dell’osso cranico e anche la dura madre, risultata patologica per la possibile estensione intracranica della lesione.

Dopo la rimozione del tumore è stata impiantata una cranioplastica 3D costruita su misura.

Ricostruzione con tessuti della coscia e lembo arterioso

La fase ricostruttiva è stata particolarmente complessa.

I chirurghi plastici hanno coperto la protesi sintetica utilizzando un grande lembo arterializzato scolpito nella zona sopra l’orecchio. Sono stati impiegati anche tessuti prelevati dalla coscia della paziente per completare la ricostruzione.

Decorso positivo e ritorno a casa

La donna è stata dimessa senza complicanze neurologiche né infezioni.

I controlli successivi hanno confermato la buona riuscita dell’intervento e la corretta vitalità dei tessuti ricostruiti. La paziente continuerà ora un programma di monitoraggio periodico con i team specialistici.

“Nuova frontiera della chirurgia”

Il direttore generale della Città della Salute e della Scienza di Torino, Livio Tranchida, ha definito il caso “una nuova frontiera della chirurgia”, sottolineando il ruolo decisivo delle tecnologie avanzate e della multidisciplinarità medica.

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Salute

Oms dichiara emergenza sanitaria internazionale per Ebola in Congo: decine di morti per un raro ceppo del virus

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria internazionale per un raro ceppo di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. Il virus ha già causato decine di morti, ma l’epidemia non è stata classificata come pandemia perché non soddisfa i criteri di diffusione globale previsti dall’Oms.

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato un’emergenza sanitaria internazionale a causa di un raro ceppo di Ebola che ha provocato decine di vittime nella Repubblica Democratica del Congo.

La decisione è stata annunciata domenica dopo l’aumento dei casi registrati nel Paese africano e il timore di una possibile espansione del contagio nelle aree confinanti. Secondo le prime informazioni diffuse dagli organismi sanitari internazionali, il ceppo individuato presenta caratteristiche considerate particolarmente preoccupanti dagli esperti.

Perché non si parla di pandemia

Nonostante la gravità della situazione, l’epidemia non è stata classificata come pandemia. L’Oms ha chiarito che, allo stato attuale, il focolaio non rispetta i criteri necessari per essere definito tale.

La distinzione riguarda soprattutto la diffusione geografica del virus e la trasmissione su scala globale. Al momento, infatti, l’emergenza appare circoscritta principalmente alla Repubblica Democratica del Congo, pur con un livello di attenzione molto elevato da parte delle autorità sanitarie internazionali.

Ebola resta uno dei virus più pericolosi al mondo

Il virus Ebola è considerato tra gli agenti patogeni più letali conosciuti, con tassi di mortalità che in alcune epidemie hanno raggiunto livelli estremamente elevati. La malattia provoca febbre emorragica grave e può diffondersi attraverso il contatto diretto con fluidi corporei infetti.

Negli ultimi anni diversi Paesi africani hanno affrontato focolai più o meno estesi, ma la comparsa di varianti rare continua a rappresentare una sfida per i sistemi sanitari locali e per le strutture di monitoraggio internazionale.

Monitoraggio internazionale e misure di contenimento

L’emergenza sanitaria internazionale consente all’Oms di coordinare con maggiore rapidità le attività di prevenzione, contenimento e assistenza sanitaria. Tra le priorità figurano il tracciamento dei contatti, l’isolamento dei casi sospetti e il rafforzamento delle strutture ospedaliere nelle aree colpite.

Le autorità congolesi, insieme agli organismi internazionali, stanno cercando di evitare che il focolaio possa estendersi oltre i confini nazionali.

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