Il deficit uditivo rappresenta una vera e propria epidemia silenziosa, non solo perché riduce progressivamente la capacità di percepire i suoni, ma soprattutto perché viene spesso ignorato o sottovalutato. A differenza della vista, per la quale i controlli sono più frequenti e socialmente accettati, l’udito tende a essere trascurato, con ritardi diagnostici che possono durare anni.
A confermarlo sono studi di lungo periodo condotti negli Stati Uniti, che hanno seguito oltre 500 persone per 25 anni, mettendo in evidenza come molti fattori di rischio per la perdita dell’udito siano modificabili attraverso la prevenzione.
Rumore e pressione alta: i principali fattori di rischio
I dati indicano che sotto i 50 anni il principale nemico dell’udito è l’esposizione al rumore, mentre dopo i 50 assume un ruolo centrale l’ipertensione arteriosa, che non solo favorisce il deficit uditivo ma ne accelera la progressione verso forme più gravi.
Età avanzata e sesso femminile aumentano il rischio, ma sono fattori non modificabili. Proprio per questo, spiegano gli esperti, la prevenzione resta l’arma più efficace.
L’importanza della prevenzione fin da giovani
Come chiarisce Nicola Quaranta, direttore dell’unità di Otorinolaringoiatria del Policlinico Universitario di Bari, intervistato dal Corriere della Sera, «si può fare molto per proteggere l’udito, a partire dall’attenzione al rumore».
L’uso di cuffie per musica, videogiochi o lavoro non è di per sé pericoloso, ma lo diventa quando il volume viene portato a livelli elevati e mantenuto per molte ore. Il danno è cumulativo: più lunga è l’esposizione, maggiore è il rischio.
Le raccomandazioni dell’Oms
L’Organizzazione mondiale della sanità suggerisce la regola del 60/60:
– volume non oltre il 60%
– utilizzo massimo di 60 minuti consecutivi
Per chi lavora in smart working, è consigliato un volume ancora più basso, cuffie di qualità con cancellazione del rumore, pause frequenti e strumenti di monitoraggio dell’esposizione sonora. I segnali di allarme degli smartphone non andrebbero ignorati.
Un rumore di 80 decibel (traffico intenso) è tollerabile fino a 40 ore settimanali; a 90 decibel (phon a distanza ravvicinata) il limite scende a sole quattro ore. In discoteche e concerti si superano spesso i 100 decibel, rendendo consigliabile l’uso di tappi auricolari e pause acustiche.
La “socioacusia” e il rumore urbano
Secondo Quaranta, la rumorosità di fondo della vita moderna è costantemente superiore ai livelli di sicurezza. Le normative esistono, ma raramente vengono applicate in modo efficace. Il risultato è la cosiddetta socioacusia, una perdita uditiva dovuta all’esposizione cronica al rumore urbano.
Non a caso chi vive in città mostra, in media, un udito peggiore rispetto a chi vive in aree rurali. I danni sono lenti e progressivi: ciò che viene tollerato da giovani si paga spesso dopo i 50 o 60 anni.
Acufene e ipoacusia nascosta
Il ronzio o fischio alle orecchie dopo un concerto è un segnale di allarme: si tratta della deriva temporanea della soglia uditiva, una perdita reversibile che però, se ripetuta, può diventare permanente.
Esiste inoltre l’ipoacusia nascosta, che non emerge dai test audiometrici tradizionali ma si manifesta con difficoltà a comprendere il parlato in ambienti rumorosi. È legata al danno delle sinapsi uditive e porta spesso a isolamento e affaticamento mentale.
Perché sentire male fa male anche al cervello
La perdita dell’udito non è solo un problema sensoriale. È associata a:
– accelerazione del declino cognitivo
– isolamento sociale
– aumento del rischio di depressione negli anziani
«Non sentire bene costringe il cervello a uno sforzo continuo per comprendere il parlato», spiega Quaranta, «sottraendo risorse ad altre funzioni cognitive».
Ausili acustici e qualità della vita
Dopo i 50 anni uno screening uditivo è raccomandabile, soprattutto in presenza di fattori di rischio come ipertensione, malattie cardiovascolari, colesterolo alto o uso di farmaci ototossici.
Oggi gli ausili sono sempre più discreti e personalizzabili. Per le forme lievi esistono anche dispositivi integrati negli occhiali, che riducono lo stigma e migliorano la qualità della vita. «Correggere il deficit uditivo», conclude Quaranta, «è importante quanto indossare gli occhiali quando non si vede bene».