Esteri
Trump spinge per l’accordo con l’Iran, ma Teheran frena sulla firma
Donald Trump annuncia la possibile firma del memorandum con l’Iran, ma Teheran frena sui tempi. Al centro dell’intesa lo Stretto di Hormuz, la tregua e il nodo del nucleare iraniano.
La firma doveva essere il colpo diplomatico da esibire alla vigilia del G7. Ma sull’intesa tra Stati Uniti e Iran resta ancora una zona d’ombra. Donald Trump annuncia l’accordo, il Pakistan conferma che il testo è vicino alla finalizzazione, Teheran invece frena e lascia intendere che la firma potrebbe arrivare nei prossimi giorni, non necessariamente oggi.
Il memorandum e la corsa alla firma
Il presidente americano ha scritto sul suo social Truth che la firma dell’accordo era prevista per oggi. Sulla stessa linea il premier pachistano Shehbaz Sharif, che ha parlato di finalizzazione del testo entro ventiquattro ore. Il ministero degli Esteri iraniano, però, ha smentito una chiusura immediata, pur senza escludere che il memorandum possa essere firmato a breve.
La firma, secondo le ricostruzioni diplomatiche, dovrebbe avvenire in forma elettronica, con un collegamento virtuale tra Stati Uniti e Iran e con il coinvolgimento dei mediatori pachistani e qatarini. Una soluzione scelta anche per evitare difficoltà logistiche e politiche, in una trattativa che resta esposta al rischio di un nuovo stop all’ultimo momento.
Un accordo per arrivare all’accordo
Il testo non sarebbe un’intesa definitiva, ma un memorandum d’intesa: in sostanza, un accordo per aprire il negoziato vero. Il punto più urgente riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale e per il traffico energetico internazionale.
Il memorandum dovrebbe prevedere anche l’estensione della tregua per sessanta giorni. In questo periodo si aprirebbe il confronto tecnico sul programma nucleare iraniano, il dossier più delicato e ancora lontano da una soluzione stabile.
Il nodo del nucleare iraniano
Nel testo l’Iran ribadirebbe l’impegno a non sviluppare né acquisire un’arma nucleare. Restano però divergenze su passaggi cruciali, a partire dall’eventuale scongelamento dei fondi iraniani e dalle modalità di controllo sulle riserve di uranio arricchito.
Trump sostiene che il nuovo accordo sarebbe molto più solido del Jcpoa del 2015, l’intesa voluta da Barack Obama e abbandonata dagli Stati Uniti nel 2018 proprio durante la sua prima amministrazione. Per il presidente americano, il memorandum rappresenterebbe un “muro” contro la possibilità che Teheran arrivi alla bomba atomica.
La partita politica di Trump e la cautela di Teheran
L’iniziativa ha anche una forte dimensione politica interna. Trump vuole presentare l’intesa come una vittoria personale, ottenuta senza un ruolo decisivo dell’Europa e alla vigilia del vertice del G7. Per l’Iran, invece, firmare un accordo con Washington resta una scelta complessa, soprattutto dopo mesi di tensione militare e politica.
Entrambi i Paesi sembrano impegnati a vendere il memorandum come un successo alle rispettive opinioni pubbliche. Gli Stati Uniti insistono sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz e sul contenimento del nucleare iraniano. Teheran deve invece evitare l’immagine di una concessione imposta dalla pressione americana.
Hormuz resta il fronte più caldo
La tensione nell’area non si è esaurita. Il Centcom americano ha comunicato di aver abbattuto droni lanciati dall’Iran contro navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz. Un episodio che conferma quanto fragile sia il quadro regionale e quanto il memorandum, anche se firmato, non basterà da solo a chiudere la crisi.
L’intesa può aprire una finestra diplomatica, ma non cancella le distanze tra Washington e Teheran. La firma, se arriverà, sarà solo il primo passaggio di un percorso ancora incerto, nel quale lo Stretto di Hormuz, il nucleare e la tenuta della tregua resteranno i veri banchi di prova.
Esteri
Trump vuole imporre un pedaggio del 20% a Hormuz: lo scontro con l’Iran sulla libertà di navigazione
Donald Trump annuncia che gli Stati Uniti vogliono diventare i “guardiani” dello Stretto di Hormuz e ottenere il 20% del valore delle merci trasportate in cambio della sicurezza. L’Iran replica con sarcasmo e rivendica il controllo del passaggio strategico. Critiche e dubbi sulla compatibilità della proposta con il diritto internazionale.
Gli Stati Uniti vogliono diventare i «guardiani» dello Stretto di Hormuz e farsi pagare per proteggere le navi commerciali. La proposta avanzata da Donald Trump prevede un contributo pari al 20% del valore dei carichi che attraversano uno dei passaggi marittimi più strategici del mondo.
Non è ancora chiaro come la misura possa essere applicata, quale sia il suo fondamento giuridico e quali Stati o compagnie di navigazione dovrebbero versare il denaro. L’annuncio del presidente americano ha però già aperto un nuovo fronte politico, economico e diplomatico nella guerra con l’Iran.
Gli Stati Uniti “guardiani” dello Stretto
Trump ha annunciato il ripristino del blocco navale contro l’Iran e ha sostenuto che Washington dovrà essere rimborsata per i costi sostenuti nel garantire la sicurezza del traffico commerciale.
Il presidente ha affermato che gli Stati Uniti manterranno aperto Hormuz «con o senza l’Iran» e che potrebbero assumere direttamente la gestione della sicurezza del passaggio. La percentuale indicata è particolarmente elevata: il 20% del valore di tutte le merci trasportate.
L’iniziativa arriva dopo mesi di tensioni e attacchi che hanno ridotto il traffico nello Stretto, attraverso il quale transita tradizionalmente circa un quinto del petrolio mondiale. Le nuove dichiarazioni di Trump hanno provocato un immediato aumento delle quotazioni del greggio e nuove preoccupazioni sui costi dell’energia.
La contraddizione con la linea di Rubio
La proposta appare in contrasto con quanto affermato poche settimane prima dal segretario di Stato Marco Rubio.
Rubio aveva sostenuto che nessun Paese potesse imporre pedaggi o commissioni per il transito attraverso una rotta marittima internazionale. Washington aveva contestato proprio all’Iran la pretesa di ottenere pagamenti in cambio del passaggio sicuro delle navi.
Ora Trump propone un meccanismo simile, sebbene presentato come rimborso per un servizio di sicurezza garantito dalle forze armate americane.
La differenza politica è evidente: secondo Washington l’Iran chiederebbe denaro esercitando una minaccia sulle imbarcazioni, mentre gli Stati Uniti offrirebbero una protezione militare. Sul piano giuridico, tuttavia, l’imposizione unilaterale di una tassa percentuale sulle merci solleva dubbi difficili da superare.
La risposta sarcastica di Teheran
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha immediatamente sfruttato la contraddizione.
In un messaggio pubblicato sui social, il rappresentante di Teheran ha affermato sarcasticamente che Trump avrebbe ragione nel sostenere che chi garantisce un passaggio sicuro debba essere compensato.
Araghchi ha quindi rivendicato per l’Iran il ruolo di «guardiano» dello Stretto, aggiungendo che la percentuale del 20% sarebbe troppo alta e che Teheran saprebbe essere più “corretta”.
La replica iraniana non rappresenta soltanto una provocazione. Consente a Teheran di sostenere che la stessa potenza che aveva definito illegittimi i pedaggi iraniani starebbe ora legittimando il principio di un pagamento per il controllo della navigazione.
I dubbi del diritto internazionale
L’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite ha espresso la propria contrarietà all’imposizione di pedaggi sulle navi che attraversano gli stretti utilizzati per la navigazione internazionale.
Il principio generale è quello del libero transito. Eventuali somme possono essere richieste per servizi specificamente forniti a una nave, ma non come condizione generale per consentirne il passaggio.
La questione è resa più complessa dal fatto che né gli Stati Uniti né l’Iran hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Entrambi, tuttavia, hanno invocato in momenti diversi le regole internazionali sulla libertà di navigazione.
Un precedente pericoloso
La proposta di Trump potrebbe produrre conseguenze che vanno oltre la guerra con l’Iran.
Se una potenza militare rivendicasse il diritto di far pagare il transito perché garantisce la sicurezza di una rotta, altri Paesi potrebbero utilizzare lo stesso argomento in passaggi marittimi altrettanto delicati.
La questione potrebbe riguardare la Russia nelle rotte artiche, la Cina nelle acque intorno a Taiwan o la Turchia negli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Non si tratta di situazioni giuridicamente identiche, ma il precedente politico potrebbe indebolire il principio secondo cui le principali vie della navigazione internazionale devono restare aperte.
Trump potrebbe modificare o ritirare la proposta. Al momento non esistono dettagli operativi e non è chiaro se l’annuncio diventerà una misura concreta.
Resta però il peso delle parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti: nel tentativo di contrastare il controllo iraniano su Hormuz, Washington rischia di riconoscere proprio il principio che aveva finora contestato a Teheran.
Esteri
Cyberattacchi russi, sanzioni coordinate di Ue e Regno Unito contro il 16° Centro dell’Fsb
Unione europea e Regno Unito varano il primo pacchetto coordinato di sanzioni contro la rete di hacker e società accusata di operare per il 16° Centro dell’Fsb russo. Resta invece senza accordo il 21° pacchetto di misure economiche contro Mosca.
Unione europea e Regno Unito rafforzano il fronte comune contro le operazioni informatiche attribuite alla Russia. Bruxelles e Londra hanno adottato per la prima volta un pacchetto coordinato di sanzioni contro persone, gruppi criminali e società accusati di sostenere le attività del 16° Centro dell’Fsb, il servizio di sicurezza russo specializzato nelle operazioni informatiche.
La decisione è accompagnata da un’azione diplomatica congiunta. L’Unione europea, la Francia, la Germania e il Regno Unito hanno convocato rappresentanti diplomatici russi per protestare contro una serie di attacchi informatici diretti contro istituzioni pubbliche, industrie strategiche e infrastrutture critiche del continente.
Nel mirino il 16° Centro dell’Fsb
Secondo le autorità europee e britanniche, il 16° Centro dirigerebbe o coordinerebbe un vasto ecosistema composto da hacker, cybercriminali e società informatiche utilizzate per nascondere il coinvolgimento dello Stato russo.
Tra i gruppi indicati figura Turla, considerato dagli apparati occidentali una delle organizzazioni di cyberspionaggio più sofisticate legate a Mosca. Le attività attribuite alla rete avrebbero interessato negli anni Francia, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Austria, Romania, Slovacchia, Finlandia e Cipro.
Londra e i Paesi dell’Unione hanno attribuito al 16° Centro anche il tentato attacco del dicembre scorso contro la rete energetica polacca, che, secondo il governo britannico, avrebbe potuto lasciare senza elettricità circa mezzo milione di persone.
Le sanzioni contro hacker e società
Bruxelles ha inserito nella lista delle misure restrittive nove persone e quattro entità. Il Regno Unito ha colpito altri 24 soggetti tra individui e organizzazioni.
«Gli attacchi informatici russi stanno aumentando per portata e gravità», ha dichiarato l’Alta rappresentante europea per la politica estera Kaja Kallas, spiegando che le nuove misure intendono colpire non soltanto gli esecutori materiali, ma l’intera struttura che rende possibili le operazioni.
Il governo britannico ha definito le attività russe tentativi «persistenti e sempre più sconsiderati» di provocare caos e divisioni in Europa. La ministra degli Esteri Yvette Cooper ha sostenuto che Mosca non può continuare a nascondersi dietro organizzazioni formalmente indipendenti che agiscono per suo conto.
Le accuse vengono respinte abitualmente dalla Russia, che contesta l’attribuzione delle operazioni informatiche e denuncia l’assenza di prove rese pubbliche dagli Stati occidentali.
Nessun accordo sul 21° pacchetto
Più difficile resta il negoziato sulle nuove sanzioni economiche contro Mosca. I ministri degli Esteri dei Ventisette non hanno raggiunto l’unanimità sul 21° pacchetto, anche se Kallas ha dichiarato che l’intesa sarebbe ormai vicina.
Tra i nodi ancora aperti figurano le restrizioni ai servizi marittimi utilizzati per il trasporto del petrolio russo e l’inasprimento delle misure sul gas naturale liquefatto proveniente dalla Russia. Alcuni Stati membri temono conseguenze per il proprio settore navale ed energetico.
La proposta prevede inoltre nuove limitazioni contro banche, piattaforme per le criptovalute, commercianti di petrolio, raffinerie e soggetti accusati di aiutare Mosca ad aggirare le sanzioni.
La Commissione ha proposto di mantenere temporaneamente il tetto al prezzo del greggio russo intorno ai 44 dollari al barile, mentre prosegue la discussione sull’eventuale introduzione di un divieto più ampio per i servizi marittimi destinati alle esportazioni energetiche russe.
Londra partecipa al prestito europeo per Kiev
Sul sostegno all’Ucraina, Londra e Bruxelles hanno invece raggiunto un’intesa che consentirà alle imprese britanniche di partecipare ai contratti finanziati dal prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato a Kiev.
Il fondo deve sostenere le necessità di bilancio e la capacità industriale militare ucraina nel biennio 2026-2027. L’accordo rappresenta uno dei passi più significativi nella cooperazione tra Regno Unito e Unione europea nel settore della difesa dopo la Brexit.
Il fronte europeo contro la guerra ibrida
Il pacchetto informatico segna un cambio di metodo. Per la prima volta Bruxelles e Londra hanno coordinato tempi, obiettivi e motivazioni delle sanzioni, cercando di rendere più difficile la possibilità per hacker e società collegate alla Russia di spostare attività e capitali tra giurisdizioni diverse.
L’obiettivo politico è mostrare che l’Europa considera ormai gli attacchi informatici non come episodi isolati, ma come parte di una strategia più ampia di guerra ibrida, insieme a sabotaggi, disinformazione e interferenze nelle istituzioni democratiche.
Resta tuttavia più fragile l’unità sulle misure capaci di incidere direttamente sugli interessi economici dei singoli Stati. È proprio su petrolio, gas e trasporti marittimi che il 21° pacchetto continua a incontrare le maggiori resistenze.
Esteri
Droni ucraini paralizzano il Mar d’Azov: Mosca sospende la navigazione, bloccate petrolio e grano
Gli attacchi dei droni ucraini nel Mar d’Azov costringono la Russia a sospendere la navigazione attraverso lo stretto di Kerch e il canale Don-Azov. Colpite decine di imbarcazioni, rallentate le esportazioni di petrolio e cereali e messa sotto pressione la logistica militare del Cremlino.
Il Mar d’Azov, che dopo l’occupazione russa delle sue coste nel 2022 era stato trasformato da Mosca in una sorta di mare interno, è diventato uno dei nuovi fronti più delicati della guerra tra Russia e Ucraina. La crescente offensiva dei droni navali e aerei di Kiev ha costretto il Cremlino a limitare la navigazione commerciale e militare in un’area fondamentale per l’economia e la logistica russe.
Secondo fonti del settore marittimo citate da Reuters, la Russia ha sospeso il traffico attraverso il canale Don-Azov e limitato il passaggio nello stretto di Kerch dopo una serie di attacchi contro navi mercantili e petroliere. La misura, adottata per ragioni di sicurezza, non è stata annunciata ufficialmente dalle autorità russe ma è stata comunicata agli operatori del settore.
Oltre cento navi colpite secondo Kiev
L’Ucraina rivendica una delle più vaste campagne contro la logistica marittima russa dall’inizio della guerra.
Il comandante delle Forze ucraine per i sistemi senza pilota, il tenente colonnello Robert Brovdi, ha dichiarato che nell’ultima settimana sarebbero state colpite 105 imbarcazioni russe nel Mar d’Azov. L’ultimo attacco, secondo Kiev, avrebbe interessato 15 navi, tra cui sette petroliere, cinque cargo, un traghetto e due rimorchiatori.
Questi numeri provengono esclusivamente dalle autorità ucraine e non sono stati confermati in modo indipendente dalla Russia.
Il blocco dello stretto di Kerch
Le restrizioni impediscono alle navi di attraversare lo stretto di Kerch, il passaggio che collega il Mar d’Azov al Mar Nero e, attraverso il Bosforo, al Mediterraneo.
La sospensione della navigazione coinvolge anche il canale Don-Azov, una delle principali arterie commerciali della Federazione Russa. Attraverso questa rotta transitano infatti una quota significativa delle esportazioni di cereali provenienti dalle regioni di Rostov e Krasnodar, oltre a fertilizzanti, prodotti industriali e merci dirette dal bacino del Mar Caspio verso i mercati internazionali.
Secondo analisti del settore, fino a un quarto delle esportazioni russe di grano utilizza questa via marittima. La chiusura ha già provocato tensioni sul mercato internazionale dei cereali e un rialzo dei prezzi sui mercati europei.
La “flotta ombra” nel mirino
Tra gli obiettivi dell’offensiva figurano numerose petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, il sistema di navi utilizzato dalla Russia per continuare a esportare petrolio aggirando, almeno in parte, le sanzioni occidentali.
Negli ultimi giorni Kiev ha intensificato gli attacchi contro queste imbarcazioni, considerate fondamentali per mantenere i flussi energetici verso i mercati internazionali e per rifornire la Crimea occupata.
Un duro colpo alla logistica russa
L’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagorodnyuk sostiene che Mosca stia perdendo il controllo di uno dei propri corridoi logistici più importanti.
La paralisi della navigazione rallenta infatti non solo il commercio civile, ma anche i rifornimenti destinati alle forze russe impegnate nel sud dell’Ucraina.
Per il momento non risultano conferme ufficiali del Cremlino sull’entità dei danni né sulla durata delle restrizioni. Tuttavia, diverse fonti del settore confermano che le limitazioni alla navigazione sono ancora in vigore e che molte navi restano ferme nei porti o impossibilitate a lasciare il Mar d’Azov.
Un nuovo equilibrio nel Mar d’Azov
L’offensiva dimostra come l’impiego dei droni stia modificando profondamente gli equilibri del conflitto.
Un’area che fino a pochi mesi fa appariva saldamente sotto il controllo russo è oggi diventata vulnerabile agli attacchi ucraini, con conseguenze che si estendono ben oltre il piano militare, coinvolgendo esportazioni energetiche, commercio internazionale e approvvigionamenti alimentari.
Resta da capire se la sospensione della navigazione rappresenti una misura temporanea oppure l’inizio di una revisione più ampia della strategia russa nel Mar d’Azov, diventato uno dei teatri più sensibili della guerra.


