Esteri
Trump sfida l’Europa prima del G7: «Sull’Iran accordo fatto da soli»
Donald Trump rivendica l’accordo con l’Iran e attacca l’Europa alla vigilia del G7 di Evian. Tajani replica: l’Italia non ha partecipato alla guerra e continua a fare la propria parte. Resta incerta la presenza del presidente americano al vertice.
Donald Trump canta già vittoria sull’Iran e prova a trasformare il possibile accordo con Teheran in un successo personale alla vigilia del G7 di Evian, in programma dal 15 al 17 giugno. Il presidente americano considera l’intesa ormai chiusa, anche se il testo non risulta ancora formalmente firmato.
Il messaggio politico è netto: secondo Trump, gli Stati Uniti avrebbero ottenuto il risultato senza il contributo decisivo dell’Europa e degli altri alleati. Una rivendicazione che riapre le tensioni transatlantiche proprio mentre Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Canada, Giappone, Stati Uniti e Unione europea si preparano al vertice francese.
L’attacco agli alleati europei
Trump ha definito gli europei «irrilevanti» nella partita con l’Iran, pur lasciando aperta la possibilità che possano avere un ruolo in futuro. Una formula che conferma il rapporto difficile tra Washington e le capitali europee, già segnato da mesi di frizioni su difesa, Nato, Ucraina e Medio Oriente.
La presenza del presidente americano al G7 resta un tema osservato con attenzione. Secondo ricostruzioni diplomatiche, l’agenda del vertice è stata costruita anche per evitare nuovi scontri con Trump e mantenere una parvenza di unità tra gli alleati.
Tajani replica: «Non era la nostra guerra»
A respingere le accuse del presidente americano è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il vicepremier ha chiarito che l’Europa non ha partecipato al conflitto con l’Iran e non doveva parteciparvi.
«Noi facciamo la nostra parte», ha spiegato Tajani, ricordando il ruolo dell’Italia e dell’Europa nella sicurezza dei traffici marittimi e nella stabilità regionale. Il ministro ha ribadito che l’Italia non è stata, non è e non sarà in guerra con Teheran.
Crosetto a Washington e il nodo Nato
Il confronto arriva mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto si prepara alla visita a Washington, dove è previsto l’incontro con il capo del Pentagono Pete Hegseth. Sullo sfondo resta il tema della presenza militare americana in Europa e del futuro della Nato.
La Casa Bianca ha già annunciato una riduzione di 5.000 soldati in Germania, mentre nelle scorse settimane Trump non ha escluso decisioni simili anche per altri Paesi europei. Il dossier riguarda da vicino anche l’Italia, in una fase in cui Washington chiede agli alleati maggiori responsabilità sul piano della difesa.
Il G7 tra Iran, Ucraina e sicurezza
Il vertice di Evian si annuncia dominato da Iran, Ucraina e sicurezza globale. La Francia, Paese ospitante, punta a evitare fratture pubbliche e a costruire un’agenda capace di tenere insieme alleati sempre più divisi su priorità e strumenti d’azione.
Sul tavolo ci saranno anche economia, Cina, materie prime critiche e crisi internazionali. Ma il vero banco di prova sarà la capacità del G7 di presentarsi compatto davanti alle tensioni generate dalla linea americana.
Una vittoria da presentare al mondo
Trump vorrebbe arrivare al vertice con in mano la firma dell’intesa con Teheran. Sarebbe il modo per presentarsi agli altri leader come il protagonista di una svolta diplomatica e militare, dopo mesi di accuse agli alleati europei.
Per ora, però, l’accordo resta annunciato più che certificato. La sua forza politica dipenderà dai contenuti reali del memorandum, dalle garanzie sul nucleare iraniano e dalla capacità di reggere alle pressioni di Israele, dell’Iran e degli stessi alleati occidentali.
Il rischio di un nuovo strappo
Il timore, alla vigilia del G7, è che Trump scelga ancora una volta la via dello strappo. La sua eventuale partecipazione al vertice potrebbe dipendere anche dall’esito delle ultime trattative con l’Iran e dalla possibilità di trasformare l’accordo in una vittoria politica personale.
Per l’Europa, la sfida è difficile: respingere l’accusa di irrilevanza senza farsi trascinare in una guerra non propria, mantenere il rapporto con Washington e provare a costruire una posizione autonoma sulle crisi che stanno ridisegnando gli equilibri globali.
Esteri
Zelensky silura Syrsky e nomina Drapatyi: scossa ai vertici militari ucraini
Volodymyr Zelensky ha sostituito Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate ucraine, nominando Mykhailo Drapatyi. La decisione arriva dopo giorni di proteste per la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e le tensioni ai vertici militari.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostituito il generale Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate, nominando al suo posto il maggiore generale Mykhailo Drapatyi.
«Ho deciso che il nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine sarà Mykhailo Drapatyi», ha annunciato Zelensky, ringraziando Syrsky e i soldati ucraini per aver mantenuto solide le posizioni al fronte.
La sostituzione rappresenta il più importante cambiamento ai vertici militari ucraini degli ultimi anni e arriva nel pieno di una crisi politica innescata dal recente rimpasto di governo e dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.
Le proteste dopo la rimozione di Fedorov
La decisione di escludere Fedorov dal nuovo governo aveva provocato manifestazioni a Kiev e in altre città ucraine. Migliaia di persone erano scese in piazza per chiedere il suo reintegro e un rinnovamento della catena di comando militare.
Fedorov era considerato uno dei protagonisti della modernizzazione tecnologica delle forze ucraine, soprattutto nell’impiego di droni, sistemi digitali e nuove procedure di approvvigionamento. La sua estromissione era stata collegata alle profonde divergenze con Syrsky sulla gestione della guerra e sulle riforme dell’esercito.
Gli organizzatori delle proteste avevano dato a Zelensky un ultimatum per reintegrare l’ex ministro, minacciando in caso contrario una mobilitazione generale a tempo indeterminato.
Le scuse tardive di Syrsky
Nelle ore precedenti alla sua rimozione, Syrsky aveva cercato di ridimensionare lo scontro con Fedorov, sostenendo di essere rimasto sorpreso dalle notizie sull’esistenza di un conflitto personale tra loro.
Il generale aveva definito i contrasti come normali divergenze di lavoro tra istituzioni impegnate in una guerra su larga scala e aveva presentato le proprie scuse qualora i suoi modi duri avessero offeso l’ex ministro.
«Il mio lavoro è la guerra: strategia, fronte e uomini», aveva affermato, respingendo le accuse di mancanza di visione strategica. Il tentativo di ricomporre la frattura non è però bastato a evitare la sostituzione.
Chi è Mykhailo Drapatyi
Drapatyi, 43 anni, appartiene a una generazione di ufficiali formatasi direttamente nei combattimenti contro la Russia. Si mise in evidenza già nel 2014 durante le operazioni a Mariupol e, dopo l’invasione russa del 2022, contribuì alla difesa di Kryvyi Rih e alle operazioni nella regione di Kherson.
Ha successivamente ricoperto incarichi di primo piano nello Stato maggiore, nelle forze terrestri e nel comando delle forze congiunte. È considerato un ufficiale favorevole all’innovazione tecnologica, alla riforma dell’addestramento e a una maggiore responsabilizzazione della catena di comando.
Il sostegno a Fedorov
La nomina assume anche un evidente significato politico. Nei giorni scorsi Drapatyi aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Fedorov al ministero della Difesa, sottolineando la nascita di un dialogo concreto tra il governo e le Forze armate.
Il nuovo comandante è quindi considerato più vicino alla linea riformatrice dell’ex ministro rispetto a Syrsky. Zelensky avrebbe intanto offerto a Fedorov un nuovo incarico di primo piano nel governo, dedicato allo sviluppo tecnologico, senza tuttavia reintegrarlo formalmente alla Difesa.
Zelensky: costringere Mosca alla pace
Annunciando il cambio della guardia, Zelensky ha ribadito che l’obiettivo resta quello di rafforzare l’esercito, colpire con maggiore efficacia le forze russe e creare le condizioni per obbligare Mosca a negoziare.
«Vogliamo tutti la stessa cosa: sconfiggere il nemico e creare le condizioni, al fronte e attraverso la pressione sulla Russia, che ci permettano di costringere Mosca alla pace», ha affermato il presidente.
La nomina di Drapatyi tenta quindi di rispondere contemporaneamente alle esigenze militari, alle pressioni della piazza e alla necessità di ricomporre le divisioni che si erano aperte ai vertici dello Stato ucraino.
Esteri
Laura Loomer cambia idea sull’Ucraina: “Ho sbagliato, ho sminuito la sofferenza degli ucraini”
La commentatrice e attivista conservatrice Laura Loomer, alleata di Donald Trump, cambia posizione sulla guerra in Ucraina dopo una visita a Kiev. Su X ammette di aver sottovalutato per anni le sofferenze degli ucraini e ringrazia il presidente Volodymyr Zelensky per l’accoglienza.
Esteri
Trump vuole Gianni Infantino alla guida dell’Onu: l’indiscrezione del New York Post
Donald Trump starebbe valutando di sostenere il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Non è ancora chiaro se il dirigente sportivo sia interessato all’incarico.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vorrebbe sostenere Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. L’indiscrezione è stata pubblicata dal New York Post, che cita fonti vicine alla Casa Bianca. Al momento non risultano però una candidatura formale né una dichiarazione pubblica di Infantino sulla sua disponibilità ad assumere l’incarico.
Secondo una delle fonti citate dal quotidiano americano, Trump considera il presidente della Fifa «rispettato da tutti nel mondo» e gli riconosce una particolare capacità di unire le persone.
Il rapporto tra Trump e il presidente della Fifa
I rapporti tra Trump e Infantino si sono rafforzati durante l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico. Infantino è attualmente presidente della Fifa, incarico nel quale era stato rieletto nel 2023.
La scelta del dirigente sportivo rappresenterebbe un’opzione esterna alla diplomazia tradizionale e potrebbe essere letta come il tentativo di Trump di imprimere una svolta alla gestione delle Nazioni Unite, organizzazione più volte criticata dal presidente americano per la sua presunta inefficacia nella soluzione dei principali conflitti internazionali.
Non è ancora una candidatura ufficiale
Il New York Post precisa che non è chiaro se Trump abbia discusso direttamente dell’ipotesi con Infantino e se il presidente della Fifa sia realmente interessato al ruolo.
Per entrare ufficialmente nella corsa, Infantino dovrebbe essere candidato da uno o più Stati membri. La procedura per la scelta del nuovo segretario generale è già stata avviata e prevede la presentazione delle candidature, audizioni pubbliche e una successiva valutazione da parte del Consiglio di Sicurezza.
Come viene scelto il segretario generale
Il segretario generale non viene eletto direttamente dai 193 Paesi membri. Il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 Stati, deve prima raccomandare un candidato all’Assemblea generale. Ciascuno dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito — può bloccare la scelta esercitando il diritto di veto.
L’Assemblea generale procede quindi alla nomina formale. Il nuovo segretario generale entrerà in carica il 1° gennaio 2027, dopo la conclusione del mandato di António Guterres il 31 dicembre 2026.
Gli altri nomi in corsa
Tra i candidati citati dal quotidiano americano figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’argentino Rafael Grossi.
Bachelet potrebbe incontrare la contrarietà degli Stati Uniti, mentre Grossi potrebbe dover superare eventuali riserve britanniche legate alla storica controversia tra Londra e Buenos Aires sulle isole Falkland-Malvine.
La prassi diplomatica favorirebbe questa volta un candidato proveniente dall’America Latina o dai Caraibi, ma la rotazione geografica non costituisce una regola vincolante. L’eventuale ingresso di Infantino cambierebbe quindi gli equilibri di una competizione ancora aperta e condizionata soprattutto dal confronto tra le grandi potenze.


