Esteri
Trump, il Dipartimento di Giustizia sospende il fondo da 1,8 miliardi per i casi di “weaponization”
Il Dipartimento di Giustizia americano rispetterà l’ordine del tribunale che sospende temporaneamente il fondo da 1,776 miliardi di dollari destinato a risarcire persone che sostengono di essere state vittime di un uso politico della giustizia durante l’amministrazione Biden.
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti rispetterà la decisione del tribunale che ha sospeso temporaneamente il fondo da 1,776 miliardi di dollari istituito dall’amministrazione Trump per risarcire persone che sostengono di essere state vittime di un uso politico della giustizia e delle agenzie federali durante l’amministrazione Biden.
Il fondo, denominato Anti-Weaponization Fund, era stato creato nell’ambito dell’accordo per chiudere la causa intentata da Donald Trump contro l’Internal Revenue Service, l’agenzia fiscale americana, dopo la diffusione non autorizzata delle sue dichiarazioni dei redditi.
La decisione della giudice federale
A bloccare temporaneamente il fondo è stata la giudice federale Leonie Brinkema, del tribunale di Alexandria, in Virginia. L’ordine impedisce all’amministrazione di procedere con la creazione operativa del fondo, di valutare richieste di risarcimento e di distribuire denaro mentre resta pendente il contenzioso.
Il Dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che rispetterà la decisione del tribunale, pur contestandone l’impostazione. Una nuova udienza è prevista per valutare se prorogare o modificare la sospensione.
Le polemiche anche tra i repubblicani
Il fondo ha provocato forti polemiche politiche. Le critiche sono arrivate non solo dai democratici e dalle associazioni di controllo sulla trasparenza della pubblica amministrazione, ma anche da esponenti repubblicani preoccupati per l’assenza di criteri chiari e per il rischio di risarcimenti politicamente orientati.
Uno dei punti più controversi riguarda la possibilità che potessero accedere ai risarcimenti anche persone coinvolte nei fatti del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. Proprio questa eventualità ha alimentato le accuse di voler trasformare il fondo in uno strumento di compensazione per alleati politici del presidente.
Un fondo nato dalla causa contro l’IRS
L’Anti-Weaponization Fund nasce dentro una vicenda giudiziaria molto specifica: la causa di Trump contro l’IRS per la fuga di notizie sulle sue dichiarazioni fiscali. L’amministrazione aveva presentato il fondo come uno strumento per esaminare e risarcire casi di presunta persecuzione politica da parte del governo federale.
I critici, invece, contestano la mancanza di trasparenza del meccanismo, il suo collegamento con una causa personale del presidente e il possibile utilizzo di denaro pubblico per chiudere una partita politica e giudiziaria di forte impatto.
La Casa Bianca valuta il passo indietro
Secondo diverse ricostruzioni dei media americani, la pressione politica e giudiziaria avrebbe spinto l’amministrazione Trump a valutare un ridimensionamento o persino l’abbandono del fondo, almeno nella sua forma attuale.
La vicenda resta aperta. Per ora il dato certo è che il Dipartimento di Giustizia non potrà procedere con i pagamenti e dovrà attendere le prossime decisioni del tribunale. Il caso, però, resta politicamente esplosivo perché tocca uno dei temi centrali della narrazione trumpiana: l’accusa di “weaponization”, cioè di uso politico della giustizia contro il presidente e i suoi sostenitori.
Esteri
Usa-Iran, il canale segreto di Trump con i Pasdaran: Barzani mediatore con Vahidi
L’amministrazione Trump avrebbe utilizzato Nechirvan Barzani per contattare segretamente il comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi e verificare il sostegno dell’ala militare iraniana ai negoziati con Washington.
L’amministrazione Trump avrebbe aperto a maggio un canale riservato con il comandante dei Guardiani della rivoluzione iraniana, Ahmad Vahidi, utilizzando come intermediario Nechirvan Barzani, presidente della Regione del Kurdistan iracheno.
Il retroscena è stato pubblicato da Axios e firmato da Barak Ravid, che cita tre fonti con conoscenza diretta dei contatti. La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dai protagonisti.
I dubbi di Washington sui negoziatori iraniani
Dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile e il vertice di Islamabad, Stati Uniti e Iran avevano avviato colloqui per cercare di chiudere il conflitto. All’inizio di maggio la Casa Bianca riteneva possibile un accordo, ma la risposta iraniana tardava ad arrivare.
Washington cominciò quindi a dubitare che il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi fossero realmente autorizzati a impegnare anche i vertici dei Pasdaran, diventati sempre più influenti nelle decisioni sulla sicurezza e sulla politica estera iraniana.
Intorno al 10 maggio, secondo Axios, l’allora direttrice dell’Intelligence nazionale Tulsi Gabbard contattò Barzani, con l’autorizzazione di Trump e del vicepresidente JD Vance, chiedendogli di raggiungere direttamente Vahidi.
La telefonata cifrata con Vahidi
Barzani avrebbe accettato il ruolo grazie ai suoi rapporti con entrambe le parti. Durante la guerra tra Iran e Iraq aveva vissuto in territorio iraniano, studiato all’Università di Teheran e imparato il farsi, costruendo relazioni personali con esponenti del sistema politico e militare della Repubblica islamica.
Il 14 maggio un funzionario dei Guardiani della rivoluzione sarebbe arrivato nell’ufficio di Barzani a Erbil con un telefono cifrato. Durante la conversazione, Vahidi avrebbe assicurato che i Pasdaran sostenevano la linea negoziale di Ghalibaf e Araghchi e preferivano risolvere la crisi attraverso il dialogo.
Barzani riferì subito il contenuto del colloquio a Gabbard, che informò la Casa Bianca. Gli Stati Uniti proposero successivamente di organizzare a Erbil un incontro segreto tra alti rappresentanti americani e iraniani. Teheran non avrebbe escluso l’ipotesi, manifestando però timori per la sicurezza della delegazione. L’incontro non si è mai svolto.
A giugno Stati Uniti e Iran raggiunsero un memorandum d’intesa, successivamente naufragato. I contatti indiretti sarebbero proseguiti attraverso mediatori pakistani e qatarioti, senza produrre finora progressi significativi.
Il caso mostra la difficoltà incontrata da Washington nel negoziare con un sistema iraniano nel quale il potere formale delle istituzioni civili convive con quello politico e militare dei Guardiani della rivoluzione.
Esteri
Droni sulla regione di Mosca, brucia il maxi hub Wildberries: Kyiv rivendica sette centri fuori uso
Un attacco con droni ha provocato un vasto incendio nel centro Wildberries di Koledino, vicino Mosca. L’Ucraina rivendica la messa fuori uso di sette dei dieci maggiori poli logistici dell’azienda, ma il dato non ha conferme indipendenti.
Un vasto incendio ha colpito il centro logistico di Wildberries a Koledino, nella regione di Mosca, durante il massiccio attacco con droni condotto nella notte tra il 15 e il 16 agosto. Le autorità regionali russe hanno confermato che il rogo è divampato dopo l’arrivo dei velivoli senza pilota.
La struttura, situata nel distretto di Podolsk, è uno dei principali poli distributivi di Wildberries, il più grande operatore russo del commercio elettronico, spesso definito la “Amazon russa”. Il personale sarebbe stato evacuato prima che le fiamme si propagassero e, secondo le informazioni disponibili, all’interno del complesso non si registrerebbero vittime.
La rivendicazione del Ministero ucraino
Il Ministero della Difesa ucraino sostiene che l’attacco abbia provocato la sospensione delle attività nel centro di Koledino, indicato come il più grande magazzino dell’azienda, con una superficie di circa 250mila metri quadrati.
Kyiv afferma inoltre di avere messo complessivamente fuori uso sette dei dieci maggiori centri logistici di Wildberries presenti in Russia. Il dato, inserito dalle autorità ucraine nel bilancio delle operazioni condotte nelle ultime settimane, non risulta al momento verificabile in modo indipendente.
Le immagini diffuse sui social mostrano una colonna di fumo denso sollevarsi dall’area industriale. Restano da accertare l’estensione dei danni, la quantità di merci coinvolte e i tempi necessari per un’eventuale ripresa delle attività.
Un secondo incendio a Domodedovo
Un altro incendio è scoppiato nella stessa notte all’interno di una struttura logistica nella zona di Domodedovo, vicino a uno dei principali aeroporti della capitale russa. Le prime informazioni russe parlano di un deposito utilizzato anche per medicinali, senza confermare che si tratti di un secondo centro Wildberries.
L’attacco segna una nuova estensione delle operazioni ucraine contro infrastrutture economiche e logistiche situate nelle regioni interne della Russia. Mosca ha riferito di avere intercettato numerosi droni, ma anche in questo caso i numeri forniti dalle parti non possono essere verificati indipendentemente.
Esteri
Afghanistan, 724 camion di aiuti Onu attraversano Torkham
Il Pakistan ha consentito il passaggio attraverso Torkham di 724 camion con aiuti umanitari dell’Onu diretti in Afghanistan. Le frontiere restano però chiuse al normale traffico commerciale a causa delle tensioni tra Islamabad e Kabul.
Sono 724 i camion carichi di aiuti umanitari delle Nazioni Unite entrati in Afghanistan dal Pakistan attraverso il valico di Torkham.
A comunicarlo è stato Mohamed Yahya, coordinatore residente e umanitario dell’Onu in Pakistan. In un messaggio pubblicato su X, il rappresentante delle Nazioni Unite ha ringraziato Islamabad e quanti hanno permesso di mantenere operativo il corridoio, consentendo alle forniture di raggiungere le famiglie maggiormente bisognose.
Il vicepremier e ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha espresso soddisfazione per il contributo offerto dal suo Paese all’operazione umanitaria.
Le frontiere restano chiuse al commercio
Il passaggio dei convogli non rappresenta una normalizzazione delle relazioni tra Pakistan e Afghanistan. I principali valichi sono chiusi al normale traffico commerciale dall’ottobre 2025, dopo gli scontri armati e l’aumento delle tensioni lungo il confine.
Islamabad accusa le autorità talebane di non contrastare adeguatamente i gruppi responsabili di attacchi in territorio pachistano. Kabul respinge le contestazioni e critica le restrizioni imposte dal Pakistan.
Nonostante la sospensione del commercio e del transito ordinario, Torkham è stato aperto in maniera limitata alle spedizioni umanitarie dell’Onu. La chiusura prolungata delle frontiere ha aggravato le difficoltà economiche delle comunità locali e ostacolato l’arrivo in Afghanistan di generi alimentari e medicinali.


