Esteri
Trump e la Nato senza gli Usa: il rischio frattura con l’Europa tra difesa, dazi e “dottrina transazionale”
Donald Trump sostiene che Russia e Cina non temono la Nato senza gli Stati Uniti e dubita che l’Alleanza difenderebbe Washington. Un messaggio che, insieme alle recenti uscite su spesa militare, Groenlandia e rapporti commerciali, può incrinare in modo strutturale l’asse Usa-Europa.
«La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno». Con un post su Truth, il presidente Usa Donald Trump rilancia un tema ricorrente della sua comunicazione pubblica: la centralità americana nell’Alleanza Atlantica e, soprattutto, l’idea che il rapporto con gli alleati debba essere misurato in termini di utilità e reciprocità.
Sul piano politico interno, il messaggio parla a un elettorato sensibile a due parole chiave: costi e priorità nazionali. Sul piano esterno, invece, la frase agisce come una pressione diretta sugli alleati europei: la protezione americana non viene presentata come un automatismo politico, ma come un impegno condizionato.
Le uscite recenti e la “logica del contratto”
Letta insieme alle altre dichiarazioni e posizionamenti pubblici delle ultime settimane, la frase sulla Nato appare come un tassello di una linea coerente: una politica estera che tende a trasformare i pilastri tradizionali dell’Occidente in un sistema di scambi.
In questo quadro rientrano:
la spinta a innalzare la soglia di spesa militare richiesta agli alleati
l’uso della leva commerciale (tariffe e accordi) come strumento di negoziazione geopolitica
le frizioni con partner europei su dossier sensibili, a partire dalla Groenlandia e dal controllo di spazi strategici nell’Artico.
Il punto non è solo la singola dichiarazione, ma la direzione: la relazione transatlantica viene presentata come una relazione “transazionale”, più che come un patto politico basato su fiducia e prevedibilità.
Il nodo centrale: la deterrenza vive di credibilità
Sul terreno della sicurezza, le parole contano perché hanno un effetto immediato sul capitale più prezioso dell’Alleanza: la credibilità della deterrenza.
Se l’Europa percepisce che l’impegno Usa possa dipendere da negoziati e contropartite, aumenta la tentazione – e la necessità – di costruire coperture alternative, piani autonomi, filiere industriali più indipendenti. In parallelo, anche i potenziali avversari potrebbero essere incentivati a testare la tenuta dell’Alleanza con pressioni “a bassa intensità”: cyber, intelligence, provocazioni marittime, destabilizzazioni politiche, zone grigie.
In sintesi: l’incertezza diventa un fattore strategico. E l’incertezza, per definizione, indebolisce la deterrenza.
Rapporto Usa-Europa: commercio e difesa stanno diventando la stessa partita
Negli ultimi anni l’asse Usa-Europa ha già vissuto tensioni su industria, energia, supply chain e tariffe. La novità è che, nel racconto politico di Trump, il dossier commerciale e quello militare tendono a convergere.
Quando il messaggio implicito diventa “più spesa militare in cambio di più protezione” o “più allineamento politico in cambio di accesso economico privilegiato”, si altera la natura del legame: non più fiducia stabile, ma contrattazione permanente.
Per l’Europa il rischio è duplice:
ritrovarsi più esposta in una fase in cui la minaccia percepita nel continente resta alta
ritrovarsi più dipendente da scelte americane che possono cambiare tono e priorità rapidamente.
Per gli Stati Uniti, invece, il rischio è perdere ciò che per decenni ha moltiplicato la loro forza globale: un blocco occidentale coeso e prevedibile, capace di agire in modo coordinato.
Che cosa sta tentando di ottenere Trump
Sul piano geopolitico, l’interpretazione più plausibile è che Trump stia provando a:
ribilanciare i costi della sicurezza europea spingendo gli alleati ad aumentare in modo strutturale spesa e capacità operative
rafforzare la gerarchia dell’Alleanza, ribadendo che senza Washington la Nato “non regge”
legare sicurezza e scelte economiche, usando commercio, tariffe e investimenti come leve di una stessa strategia.
Il problema è il metodo: una pressione eccessiva può produrre l’effetto opposto, accelerando la ricerca europea di autonomia strategica e rendendo più fragile la cooperazione militare integrata che, ad oggi, resta il vero vantaggio competitivo dell’Occidente.
Lo scenario più delicato: una frattura non dichiarata
Il rischio maggiore, nel breve periodo, non è una rottura formale. È una frattura “non dichiarata”: alleati che continuano a stare nella stessa architettura, ma si fidano meno, pianificano separatamente, investono in soluzioni non interoperabili, riducono la condivisione di informazioni e obiettivi.
In quel caso, il rapporto Usa-Europa non verrebbe “rotto” in un giorno: verrebbe svuotato nel tempo. Ed è proprio questo lo scenario che, se consolidato, metterebbe seriamente in dubbio non solo l’equilibrio commerciale transatlantico, ma la cooperazione militare strategica su cui si regge la sicurezza europea dal dopoguerra.
Esteri
Zelensky silura Syrsky e nomina Drapatyi: scossa ai vertici militari ucraini
Volodymyr Zelensky ha sostituito Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate ucraine, nominando Mykhailo Drapatyi. La decisione arriva dopo giorni di proteste per la rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov e le tensioni ai vertici militari.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha sostituito il generale Oleksandr Syrsky alla guida delle Forze armate, nominando al suo posto il maggiore generale Mykhailo Drapatyi.
«Ho deciso che il nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine sarà Mykhailo Drapatyi», ha annunciato Zelensky, ringraziando Syrsky e i soldati ucraini per aver mantenuto solide le posizioni al fronte.
La sostituzione rappresenta il più importante cambiamento ai vertici militari ucraini degli ultimi anni e arriva nel pieno di una crisi politica innescata dal recente rimpasto di governo e dalla rimozione del ministro della Difesa Mykhailo Fedorov.
Le proteste dopo la rimozione di Fedorov
La decisione di escludere Fedorov dal nuovo governo aveva provocato manifestazioni a Kiev e in altre città ucraine. Migliaia di persone erano scese in piazza per chiedere il suo reintegro e un rinnovamento della catena di comando militare.
Fedorov era considerato uno dei protagonisti della modernizzazione tecnologica delle forze ucraine, soprattutto nell’impiego di droni, sistemi digitali e nuove procedure di approvvigionamento. La sua estromissione era stata collegata alle profonde divergenze con Syrsky sulla gestione della guerra e sulle riforme dell’esercito.
Gli organizzatori delle proteste avevano dato a Zelensky un ultimatum per reintegrare l’ex ministro, minacciando in caso contrario una mobilitazione generale a tempo indeterminato.
Le scuse tardive di Syrsky
Nelle ore precedenti alla sua rimozione, Syrsky aveva cercato di ridimensionare lo scontro con Fedorov, sostenendo di essere rimasto sorpreso dalle notizie sull’esistenza di un conflitto personale tra loro.
Il generale aveva definito i contrasti come normali divergenze di lavoro tra istituzioni impegnate in una guerra su larga scala e aveva presentato le proprie scuse qualora i suoi modi duri avessero offeso l’ex ministro.
«Il mio lavoro è la guerra: strategia, fronte e uomini», aveva affermato, respingendo le accuse di mancanza di visione strategica. Il tentativo di ricomporre la frattura non è però bastato a evitare la sostituzione.
Chi è Mykhailo Drapatyi
Drapatyi, 43 anni, appartiene a una generazione di ufficiali formatasi direttamente nei combattimenti contro la Russia. Si mise in evidenza già nel 2014 durante le operazioni a Mariupol e, dopo l’invasione russa del 2022, contribuì alla difesa di Kryvyi Rih e alle operazioni nella regione di Kherson.
Ha successivamente ricoperto incarichi di primo piano nello Stato maggiore, nelle forze terrestri e nel comando delle forze congiunte. È considerato un ufficiale favorevole all’innovazione tecnologica, alla riforma dell’addestramento e a una maggiore responsabilizzazione della catena di comando.
Il sostegno a Fedorov
La nomina assume anche un evidente significato politico. Nei giorni scorsi Drapatyi aveva espresso apprezzamento per il lavoro svolto da Fedorov al ministero della Difesa, sottolineando la nascita di un dialogo concreto tra il governo e le Forze armate.
Il nuovo comandante è quindi considerato più vicino alla linea riformatrice dell’ex ministro rispetto a Syrsky. Zelensky avrebbe intanto offerto a Fedorov un nuovo incarico di primo piano nel governo, dedicato allo sviluppo tecnologico, senza tuttavia reintegrarlo formalmente alla Difesa.
Zelensky: costringere Mosca alla pace
Annunciando il cambio della guardia, Zelensky ha ribadito che l’obiettivo resta quello di rafforzare l’esercito, colpire con maggiore efficacia le forze russe e creare le condizioni per obbligare Mosca a negoziare.
«Vogliamo tutti la stessa cosa: sconfiggere il nemico e creare le condizioni, al fronte e attraverso la pressione sulla Russia, che ci permettano di costringere Mosca alla pace», ha affermato il presidente.
La nomina di Drapatyi tenta quindi di rispondere contemporaneamente alle esigenze militari, alle pressioni della piazza e alla necessità di ricomporre le divisioni che si erano aperte ai vertici dello Stato ucraino.
Esteri
Laura Loomer cambia idea sull’Ucraina: “Ho sbagliato, ho sminuito la sofferenza degli ucraini”
La commentatrice e attivista conservatrice Laura Loomer, alleata di Donald Trump, cambia posizione sulla guerra in Ucraina dopo una visita a Kiev. Su X ammette di aver sottovalutato per anni le sofferenze degli ucraini e ringrazia il presidente Volodymyr Zelensky per l’accoglienza.
Esteri
Trump vuole Gianni Infantino alla guida dell’Onu: l’indiscrezione del New York Post
Donald Trump starebbe valutando di sostenere il presidente della Fifa Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Non è ancora chiaro se il dirigente sportivo sia interessato all’incarico.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump vorrebbe sostenere Gianni Infantino come prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. L’indiscrezione è stata pubblicata dal New York Post, che cita fonti vicine alla Casa Bianca. Al momento non risultano però una candidatura formale né una dichiarazione pubblica di Infantino sulla sua disponibilità ad assumere l’incarico.
Secondo una delle fonti citate dal quotidiano americano, Trump considera il presidente della Fifa «rispettato da tutti nel mondo» e gli riconosce una particolare capacità di unire le persone.
Il rapporto tra Trump e il presidente della Fifa
I rapporti tra Trump e Infantino si sono rafforzati durante l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2026, ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico. Infantino è attualmente presidente della Fifa, incarico nel quale era stato rieletto nel 2023.
La scelta del dirigente sportivo rappresenterebbe un’opzione esterna alla diplomazia tradizionale e potrebbe essere letta come il tentativo di Trump di imprimere una svolta alla gestione delle Nazioni Unite, organizzazione più volte criticata dal presidente americano per la sua presunta inefficacia nella soluzione dei principali conflitti internazionali.
Non è ancora una candidatura ufficiale
Il New York Post precisa che non è chiaro se Trump abbia discusso direttamente dell’ipotesi con Infantino e se il presidente della Fifa sia realmente interessato al ruolo.
Per entrare ufficialmente nella corsa, Infantino dovrebbe essere candidato da uno o più Stati membri. La procedura per la scelta del nuovo segretario generale è già stata avviata e prevede la presentazione delle candidature, audizioni pubbliche e una successiva valutazione da parte del Consiglio di Sicurezza.
Come viene scelto il segretario generale
Il segretario generale non viene eletto direttamente dai 193 Paesi membri. Il Consiglio di Sicurezza, composto da 15 Stati, deve prima raccomandare un candidato all’Assemblea generale. Ciascuno dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito — può bloccare la scelta esercitando il diritto di veto.
L’Assemblea generale procede quindi alla nomina formale. Il nuovo segretario generale entrerà in carica il 1° gennaio 2027, dopo la conclusione del mandato di António Guterres il 31 dicembre 2026.
Gli altri nomi in corsa
Tra i candidati citati dal quotidiano americano figurano l’ex presidente cilena Michelle Bachelet e il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’argentino Rafael Grossi.
Bachelet potrebbe incontrare la contrarietà degli Stati Uniti, mentre Grossi potrebbe dover superare eventuali riserve britanniche legate alla storica controversia tra Londra e Buenos Aires sulle isole Falkland-Malvine.
La prassi diplomatica favorirebbe questa volta un candidato proveniente dall’America Latina o dai Caraibi, ma la rotazione geografica non costituisce una regola vincolante. L’eventuale ingresso di Infantino cambierebbe quindi gli equilibri di una competizione ancora aperta e condizionata soprattutto dal confronto tra le grandi potenze.


