Esteri
Trump chiede al Congresso 88 miliardi: 80 per la guerra in Iran
L’amministrazione Trump ha chiesto al Congresso 87,6 miliardi di dollari in fondi supplementari, di cui 80 miliardi destinati a coprire i costi della guerra in Iran e altre spese legate al conflitto.
La guerra in Iran presenta il conto al Congresso americano. L’amministrazione di Donald Trump ha chiesto 87,6 miliardi di dollari in fondi supplementari, una cifra vicina agli 88 miliardi, destinata in gran parte a coprire i costi militari e le spese collegate al conflitto.
La quota principale, circa 80 miliardi di dollari, è destinata al Pentagono e alle operazioni connesse alla guerra. La richiesta della Casa Bianca conferma l’impatto finanziario dell’intervento e apre ora un nuovo passaggio politico a Washington.
Risorse per difesa, agricoltura e infrastrutture
Il pacchetto non riguarda soltanto la Difesa. Nella richiesta sono previste anche risorse per gli agricoltori statunitensi, interventi contro l’Ebola nell’Africa centrale e progetti infrastrutturali interni.
La struttura del provvedimento indica la volontà dell’amministrazione di inserire nel pacchetto emergenziale anche capitoli non direttamente militari, ma ritenuti strategici o urgenti dalla Casa Bianca.
Il passaggio al Congresso
La decisione finale spetterà al Congresso, chiamato a valutare l’entità dello stanziamento e la distribuzione delle risorse. Il voto potrebbe trasformarsi in un nuovo terreno di confronto politico tra maggioranza e opposizione, soprattutto sul peso economico della guerra in Iran e sulle priorità di spesa federale.
Il dato centrale resta però il costo del conflitto: con questa richiesta, la Casa Bianca formalizza davanti al Parlamento americano la necessità di nuovi fondi per sostenere la linea militare e diplomatica adottata in Medio Oriente.
Esteri
Venticinque anni dopo l’11 settembre, Al Qaeda non è morta: ha cambiato pelle
A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre, Al Qaeda non è scomparsa. Indebolita al vertice e sfidata dall’Isis, si è trasformata in una rete decentralizzata attiva soprattutto nel Sahel, in Somalia, Yemen e Asia meridionale.
La lunga marcia di Osama bin Laden verso l’11 settembre comincia simbolicamente nell’agosto del 1996. È allora che il fondatore di Al Qaeda diffonde la sua dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti, accusati soprattutto per la presenza militare nella penisola arabica.
Due anni dopo arriverà una nuova fatwa, sottoscritta insieme ad altri gruppi jihadisti, che invoca attacchi contro gli americani e i loro alleati. Seguiranno gli attentati del 1998 contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania e, nel 2000, quello contro il cacciatorpediniere USS Cole nello Yemen.
Poi l’11 settembre 2001: quattro aerei di linea dirottati, le Torri Gemelle distrutte, il Pentagono colpito, quasi tremila vittime. L’attacco che cambia la storia contemporanea e inaugura la stagione della “guerra globale al terrorismo”.
Afghanistan e Iraq, due guerre diverse
Gli Stati Uniti rispondono invadendo l’Afghanistan, dove il regime talebano ospitava Bin Laden e le strutture di Al Qaeda. Comincia così il conflitto più lungo della storia americana, concluso nel 2021 con il ritiro occidentale e il ritorno dei talebani al potere.
Nel 2003 arriva anche l’invasione dell’Iraq. Fu presentata dall’amministrazione di George W. Bush nel contesto più ampio della guerra al terrorismo e giustificata con la presunta presenza di armi di distruzione di massa. Quelle armi non furono trovate e non è mai stato dimostrato un coinvolgimento del regime di Saddam Hussein negli attentati dell’11 settembre.
La destabilizzazione irachena contribuì invece alla nascita e alla crescita delle organizzazioni dalle quali sarebbe poi emerso lo Stato Islamico.
La morte dei leader non cancella il movimento
La pressione militare e delle intelligence colpisce progressivamente la struttura centrale di Al Qaeda. Il 2 maggio 2011 Bin Laden viene ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, durante un’operazione delle forze speciali statunitensi.
Il suo successore Ayman al-Zawahiri viene eliminato nel luglio 2022 da un drone americano mentre si trova sul balcone di un’abitazione a Kabul. La sua presenza nella capitale afghana conferma quanto siano rimasti ambigui i rapporti tra il nuovo potere talebano e la rete jihadista.
Le eliminazioni dei vertici hanno indebolito la capacità di comando centrale, ma non hanno cancellato Al Qaeda.
Il presunto successore nascosto in Iran
La guida dell’organizzazione sarebbe oggi nelle mani di Saif al-Adel, ex ufficiale delle forze speciali egiziane e veterano della jihad, soprannominato “la spada della giustizia”.
La successione non è mai stata annunciata ufficialmente. Secondo valutazioni delle Nazioni Unite e di diverse intelligence, al-Adel rappresenterebbe però il leader operativo di fatto. Da anni vivrebbe in Iran, in una condizione difficile da definire tra protezione, sorveglianza e limitazione dei movimenti.
Il suo basso profilo risponde a un’esigenza di sicurezza, ma riflette anche la trasformazione di Al Qaeda: meno centro di comando globale, più rete di organizzazioni regionali.
La sfida dello Stato Islamico
A modificare profondamente il jihadismo è stata soprattutto l’ascesa dello Stato Islamico. Nato dalla componente irachena legata ad Al Qaeda, l’Isis rompe con la casa madre, conquista territori tra Iraq e Siria e nel 2014 proclama il califfato.
La sua propaganda più aggressiva, l’uso sistematico dei social e la capacità di attrarre migliaia di combattenti stranieri oscurano progressivamente Al Qaeda. Anche l’Isis perde però i territori conquistati e molti dei suoi leader vengono uccisi.
Nessuna delle due organizzazioni è scomparsa. Entrambe hanno rinunciato, almeno in parte, al controllo diretto di grandi territori e si sono affidate a cellule, affiliati regionali e sostenitori radicalizzati online.
Il Sahel, nuovo epicentro
Il fronte più preoccupante per Al Qaeda è oggi il Sahel. Il Jnim, coalizione jihadista affiliata alla rete, opera soprattutto in Mali, Burkina Faso e Niger e sta cercando di estendere la propria influenza verso l’Africa occidentale costiera.
Il gruppo sfrutta l’assenza dello Stato, le tensioni etniche, la povertà e gli abusi commessi dagli eserciti locali. In alcune aree ha stabilito collaborazioni tattiche con formazioni separatiste tuareg, pur mantenendo obiettivi differenti.
L’allontanamento delle forze occidentali e l’intervento di strutture militari russe non hanno stabilizzato il Mali. I sequestri e il pagamento dei riscatti restano inoltre importanti strumenti di finanziamento.
Al-Shabaab e la penisola arabica
Nel Corno d’Africa continua a operare Al-Shabaab, organizzazione somala affiliata ad Al Qaeda. Il gruppo combina attentati, guerriglia, estorsioni e forme di amministrazione clandestina nei territori dove riesce a imporre la propria presenza.
Nello Yemen resta attiva Al Qaeda nella penisola arabica, nota come Aqap, per anni considerata una delle articolazioni più capaci di progettare operazioni contro l’Occidente. A questa organizzazione fu ricondotto anche il tentato attentato del 2009 compiuto con esplosivo nascosto nella biancheria intima di un passeggero diretto negli Stati Uniti.
Un’altra componente opera tra Afghanistan, Pakistan e subcontinente indiano, anche se con una capacità inferiore rispetto alle fasi di maggiore espansione.
Il caso della Siria
Più complessa è l’esperienza siriana. Il Fronte al-Nusra nacque come articolazione di Al Qaeda, ma tra il 2016 e il 2017 annunciò la rottura dei legami con l’organizzazione e confluì in Hayat Tahrir al-Sham.
Il gruppo ha progressivamente abbandonato la retorica della jihad globale, costruendo un profilo politico e istituzionale con l’obiettivo di governare la Siria dopo la caduta degli Assad e ottenere una legittimazione internazionale. Resta tuttavia aperto il dibattito sulla profondità di questa trasformazione e sulla reale discontinuità rispetto alle sue origini.
La minaccia degli attentatori individuali
In Occidente la minaccia si presenta oggi in forme più frammentate. Molti attacchi vengono progettati da singoli individui o piccoli nuclei senza un rapporto operativo diretto con le organizzazioni jihadiste.
Al Qaeda e soprattutto l’Isis continuano però a fornire propaganda, simboli e giustificazioni ideologiche capaci di intercettare persone già segnate da isolamento, rancore o fragilità personali. Non sempre è facile distinguere tra terrorismo organizzato, radicalizzazione digitale e violenza individuale.
Venticinque anni dopo l’11 settembre, Al Qaeda non possiede più il santuario afghano e la struttura centralizzata dell’epoca di Bin Laden. Ma il suo modello è sopravvissuto: si è adattato alle crisi locali, si è frammentato e ha spostato il proprio baricentro verso l’Africa. È meno visibile, non necessariamente innocuo.
Esteri
Vance fa le prove per il 2028, Trump promette 5mila dollari agli elettori
Alla convention repubblicana di Dallas, JD Vance attacca i democratici e raccoglie i cori dei sostenitori per il 2028. Trump promette 5mila dollari a ogni adulto se il partito conserverà il Congresso.
JD Vance attacca duramente i democratici, mobilita la base repubblicana in vista delle elezioni di metà mandato e sembra già preparare il terreno per una possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028.
Il vicepresidente statunitense è stato uno dei protagonisti della convention repubblicana di Dallas, accolto all’American Airlines Center dai cori dei sostenitori. Quando dalla platea qualcuno ha gridato “JD 48”, indicando Vance come possibile quarantottesimo presidente degli Stati Uniti, lui ha sorriso: «Dobbiamo occuparci delle elezioni di novembre, poi penseremo a quello che verrà».
L’attacco ai democratici
Vance ha definito i democratici «il partito dell’odio», accusandoli di disprezzare gli Stati Uniti e sostenendo che alcuni esponenti del partito mostrerebbero comprensione verso i nemici dell’America.
«Il Paese appartiene a chi lo ama, non a chi lo odia», ha affermato. Accuse politiche formulate senza presentare elementi a sostegno e respinte dai democratici, che imputano ai repubblicani una campagna fondata sulla paura e sulla polarizzazione.
Il vicepresidente ha invitato gli elettori a non abbandonare il partito per singole divergenze con l’amministrazione. Richiamando l’attivista conservatore Charlie Kirk e le sue posizioni contrarie alle guerre, Vance ha evitato di affrontare direttamente il conflitto con l’Iran.
«Non vi chiedo di essere d’accordo con ogni nostra scelta. Vi chiedo di riconoscere la differenza con i radicali e i risultati ottenuti negli ultimi diciotto mesi», ha detto.
La famiglia e il futuro dell’America
Vance ha costruito parte del discorso intorno alla propria famiglia e ai figli, presentando una visione fondata sull’industria nazionale, sul lavoro americano e sull’accesso alla casa.
«Voglio che le aziende americane abbiano lavoratori americani che realizzino la prossima generazione di grandi prodotti americani. Voglio che i miei figli possano innamorarsi e permettersi una casa nella quale crescere i loro figli», ha dichiarato.
Il discorso ha rafforzato la sua posizione tra i possibili successori di Trump, senza trasformarsi però in un annuncio formale di candidatura.
Trump rilancia il dividendo da 5mila dollari
A chiudere la convention è stato Donald Trump, che ha chiesto agli elettori repubblicani di votare alle elezioni del 3 novembre come se il suo nome fosse sulla scheda.
Il presidente ha ribadito la promessa di distribuire un “dividendo Trump” da 5mila dollari a ogni cittadino americano adulto qualora i repubblicani mantenessero il controllo della Camera e del Senato. La misura costerebbe circa 1.350 miliardi di dollari e richiederebbe l’approvazione del Congresso. Diversi economisti e parlamentari, anche repubblicani, ne mettono in dubbio sostenibilità e coperture.
Trump ha poi invitato il pubblico ad alzare la mano e a impegnarsi ad andare alle urne. «Sapete cosa succede se non votate? Andrete all’inferno», ha scherzato.
La discesa di centinaia di palloncini e l’inno nazionale cantato da Christopher Macchio hanno chiuso la prima convention repubblicana interamente dedicata alle elezioni di metà mandato. Resta da capire se lo spettacolo di Dallas riuscirà a conquistare anche gli elettori moderati e indipendenti.
Esteri
Israele e Libano tornano al tavolo, nuovo round di colloqui a Roma
Israele e Libano dovrebbero tornare al tavolo negoziale a Roma. Secondo i media israeliani, le conversazioni potrebbero iniziare martedì e proseguire mercoledì.
Un nuovo round di colloqui tra Israele e Libano dovrebbe svolgersi a Roma la prossima settimana.
A riferirlo è il Times of Israel, che cita un funzionario israeliano. L’avvio delle conversazioni è previsto per martedì o mercoledì, ma il giorno non sarebbe stato ancora definito ufficialmente.
La televisione pubblica israeliana Kan indica invece un confronto articolato su entrambe le giornate, martedì e mercoledì.
Il difficile negoziato sul Libano meridionale
I colloqui si inseriscono nel percorso diplomatico volto a consolidare la tregua, favorire il ritiro delle forze israeliane e ristabilire il controllo dello Stato libanese nelle aree meridionali del Paese.
Il negoziato resta complesso a causa delle tensioni sul terreno e del nodo legato al disarmo di Hezbollah. Al momento non sono arrivate conferme ufficiali sul calendario né sulla composizione delle delegazioni.


