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Trump all’attacco, ‘Musk ministro, dazi e deregulation’

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Elon Musk ministro o consigliere, dazi a tutto spiano, deregulation su ambiente e climate change. E’ quanto ha promesso Donald Trump prima del suo comizio nello stato in bilico del Michigan, che ha suscitato polemiche per la scelta di parlare a Howell, cittadina di 10 mila abitanti la cui storia è legata al Ku Klux Klan e dove il mese scorso suprematisti bianchi hanno marciato intonando “Heil Hitler” ed esibendo cartelli con la scritta “White Lives Matter”. Mentre un altro gruppo ha gridato “noi amiamo Hitler, noi amiamo Trump”. La campagna di Kamala Harris – di cui Trump recentemente ha messo in discussione la razza chiedendosi se sia nera o indiana – ha criticato il tycoon per aver pianificato l’evento a Howell senza condannare quella che ha definito una “palese dimostrazione di razzismo e antisemitismo in suo nome”.

“I razzisti e i suprematisti bianchi che hanno marciato in nome di Trump il mese scorso a Howell lo hanno visto elogiare Hitler, difendere i neonazisti a Charlottesville e dire agli estremisti di estrema di destra di ‘stare nelle retrovie e tenersi pronti'”, ha accusato il team dem, riferendosi anche alla frase dell’ex presidente alle milizie paramilitari nel giorno dell’assalto al Capitol. “Le sue parole e le sue azioni li hanno incoraggiati”, ha aggiunto, ricalcando il monito lanciato da Joe Biden nel suo discorso d’addio alla convention. Immediata la replica della campagna del leader repubblicano: “Trump va a Howell per trasmettere un forte messaggio su legge e ordine, chiarendo che criminalità, violenza e odio in qualsiasi forma non avranno alcun posto nel nostro Paese quando tornerà alla Casa Bianca”.

Lo staff del tycoon ha contrattaccato anche ricordando che pure Biden nel 2021 visito’ Howell. Ma fu per sostenere la campagna di una deputata dem in un distretto che comprende anche questa cittadina. La sua storia e’ legata al Kkk: negli anni ’70, il Gran Drago (nome che indica un ruolo leader) Robert Miles aveva un indirizzo postale a Howell e teneva le riunioni in una fattoria lì vicino. Riunioni razziste si sono ripetute sporadicamente fino ai giorni nostri, come il mese scorso, mentre sino al 2021 si trovavano ancora graffiti pro Kkk. La domanda sorge spontanea: perche’ tenere un comizio li’, perche’ ora, dato che i tempi e il simbolismo sono importanti in politica. Di sicuro recentemente gli influencer dell’estrema destra hanno messo sotto accusa la sua campagna per un posizionamento troppo debole e mainstream. Probabile che il tycoon voglia rassicurare questa fetta dell’elettorale molto attiva e influente su internet.

Anche con promesse, se vince, come quella di offrire al suo sostenitore e ormai guru della destra Elon Musk un posto nell’amministrazione, nonostante i conflitti di interesse, essendo il magnate un mega appaltatore del governo. O mostrando i muscoli minacciando di “revocare a Pechino lo status di nazione piu’ favorita a livello commerciale” e di far approvare il “Trump reciprocal trade act”: “se la Cina o qualsiasi altro Paese ci fa pagare il 100% o 200% di tariffe, faremo altrettanto. Occhio per occhio”. Intanto attacca l’intervento di Biden alla convention come un discorso “arrabbiato e farneticante pieno di bugie, dove si è preso il merito di tutto ciò che è stato fatto durante l’amministrazione Trump”.

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Emirati Arabi Uniti: “Abbiamo diritto a difenderci, ma scegliamo la moderazione”

Gli Emirati Arabi Uniti affermano di avere il diritto di difendersi dagli attacchi dell’Iran ma ribadiscono la scelta della moderazione e della diplomazia.

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Gli Emirati Arabi Uniti affermano di avere il diritto di difendersi dagli attacchi in corso attribuiti all’Iran, ma ribadiscono di voler mantenere una linea di moderazione.

A dichiararlo è stato il consigliere presidenziale Anwar Gargash.

Le dichiarazioni del consigliere presidenziale

“Gli Emirati Arabi Uniti hanno il diritto di difendersi da questa aggressione terroristica imposta, ma continuano a dare priorità alla ragione e alla logica”, ha affermato Gargash.

Secondo il consigliere presidenziale, Abu Dhabi sta esercitando moderazione mentre cerca una via d’uscita dalla crisi che coinvolge l’Iran e l’intera regione.

I tentativi di mediazione tra Washington e Teheran

Gargash ha inoltre sottolineato che gli Emirati hanno tentato fino all’ultimo momento di favorire una soluzione diplomatica.

Secondo quanto dichiarato, Abu Dhabi avrebbe compiuto “sforzi sinceri” per mediare tra Washington e Teheran nel tentativo di evitare lo scoppio della guerra.

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Esteri

Trump frena su un accordo con l’Iran: “I termini non sono ancora abbastanza buoni”

Donald Trump afferma di non essere pronto a un accordo per fermare la guerra con l’Iran: “I termini non sono ancora abbastanza buoni”, nonostante segnali di apertura da Teheran.

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di non essere ancora pronto a firmare un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran, nonostante segnali di disponibilità da parte di Teheran.

In un’intervista telefonica rilasciata alla NBC, il presidente ha spiegato che i termini proposti finora non sarebbero soddisfacenti.

“I termini non sono abbastanza buoni”

Secondo Trump, la trattativa non può essere conclusa finché le condizioni dell’intesa non cambieranno.

“Non sono pronto a fare un accordo perché i termini non sono ancora abbastanza buoni”, ha affermato il presidente, evitando però di specificare quali siano le condizioni richieste dagli Stati Uniti.

La posizione della Casa Bianca sul conflitto

Le dichiarazioni arrivano mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a influenzare l’equilibrio della regione e i mercati energetici globali.

Trump ha sostenuto in più occasioni che l’Iran starebbe cercando un’intesa per fermare il conflitto, ma che Washington non accetterà un accordo considerato insufficiente o poco solido.

Diplomazia ancora in stallo

Nonostante le aperture diplomatiche, la prospettiva di un negoziato appare ancora lontana. L’amministrazione statunitense mantiene una posizione rigida sui contenuti di un eventuale accordo, mentre il conflitto continua a generare tensioni geopolitiche e a influenzare il mercato del petrolio.

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Iraq vola in Messico per lo spareggio mondiale nonostante la guerra

La nazionale irachena partirà per il Messico per lo spareggio verso i Mondiali 2026 nonostante le difficoltà legate alla guerra in Medio Oriente.

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La nazionale di calcio dell’Iraq partirà per il Messico per disputare uno spareggio decisivo in vista dei Mondiali del 2026, nonostante le difficoltà logistiche causate dalla guerra che sta interessando il Medio Oriente.

L’annuncio è arrivato dalla federazione calcistica irachena.

Partenza con un aereo privato

Il presidente della federazione, Adnan Dirjal, ha spiegato che la squadra partirà alla fine della settimana a bordo di un aereo privato per raggiungere il Messico.

La decisione è stata presa per superare le difficoltà nei collegamenti aerei causate dal conflitto in corso nella regione.

Il coinvolgimento della Fifa

Dirjal ha riferito di aver contattato la FIFA per facilitare il viaggio della delegazione irachena e garantire che la nazionale possa raggiungere la sede della partita senza ulteriori problemi.

La partita a Monterrey il 31 marzo

Lo spareggio si disputerà il 31 marzo nella città di Monterrey. La sfida rappresenta un passaggio decisivo per le ambizioni dell’Iraq di partecipare alla fase finale dei Mondiali del 2026.

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