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Cronache

Truffe agli anziani, sgominata la “banda del finto carabiniere”: 21 misure cautelari tra Napoli e Genova

Operava in tutta Italia la banda del “finto carabiniere” con base a Napoli: 21 misure cautelari, 33 truffe documentate e un giro d’affari da 300mila euro. Colpiti anziani fragili.

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Spietati, cinici, impietosi. Così agiva la cosiddetta “banda del finto carabiniere”, con base a Napoli ma operativa in diverse regioni italiane. Un’organizzazione criminale specializzata nelle truffe agli anziani, considerate tra le più odiose perché mirate a sfruttare la fragilità delle persone più indifese. L’inchiesta, sviluppata lungo l’asse Napoli-Genova, ha portato all’emissione di 21 ordinanze di custodia cautelare: 15 persone in carcere, due agli arresti domiciliari e quattro sottoposte all’obbligo di dimora.

Un’organizzazione ramificata

Le indagini dei carabinieri hanno accertato che la banda non operava solo in Liguria, ma colpiva anche in Lombardia, Lazio, Sicilia e Calabria. Tra gli arrestati figurano anche due gioiellieri napoletani: uno titolare di una gioielleria a Spaccanapoli e l’altro gestore di un esercizio abusivo al Borgo Orefici. Secondo l’accusa, avrebbero ricettato gioielli e monili sottratti alle vittime quando queste non disponevano di denaro contante.

Le accuse

I reati contestati sono pesanti: associazione per delinquere finalizzata alle truffe in danno di anziani, ricettazione, riciclaggio e autoriciclaggio. Le tecniche utilizzate erano quelle ormai tristemente note: telefonate alle vittime con il racconto di falsi incidenti stradali che avrebbero coinvolto figli o nipoti, con il rischio di arresti o gravi conseguenze giudiziarie. Subentrava poi chi si spacciava per carabiniere o avvocato, spiegando che per “risolvere” la situazione era necessario pagare immediatamente.

I numeri dell’inchiesta

I militari dell’Arma hanno documentato 33 truffe, di cui 27 consumate e sei tentate, per un giro d’affari stimato in circa 300mila euro. Solo una parte del bottino è stata recuperata: 120mila euro in contanti sono stati trovati nascosti in uno scaldabagno, insieme a numerosi gioielli sottratti alle vittime. I cosiddetti “trasfertisti”, incaricati di spostarsi per riscuotere denaro e preziosi, percepivano circa 800 euro a settimana.

Intercettazioni agghiaccianti

Negli atti dell’inchiesta emergono intercettazioni considerate particolarmente inquietanti. In una conversazione del 10 gennaio scorso, la presunta mente della banda elogiava una complice per la sua abilità nelle telefonate: una donna capace di cambiare voce, fingersi carabiniera e poi figlia disperata, piangendo al telefono fino a convincere le anziane vittime a consegnare denaro e gioielli. Dialoghi che restituiscono il livello di cinismo e spregiudicatezza dell’organizzazione.

Le parole della Procura

Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri ha definito l’inchiesta come relativa a «reati odiosi commessi sugli anziani», sottolineando che non si tratta di abilità criminale ma di abuso della fragilità di persone spesso malate e sole. Ha ricordato che, per legge, gli indagati sono da considerarsi presunti innocenti fino a sentenza definitiva, ribadendo però un messaggio chiaro ai cittadini: «I carabinieri non chiamano mai a casa. Se c’è necessità, vengono di persona».

Sulla stessa linea il procuratore aggiunto Pierpaolo Filippelli, che ha coordinato l’indagine, spiegando come molte vittime risultino psicologicamente devastate, paragonabili a chi ha subito violenze gravi.

Sequestri e ulteriori sviluppi

Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati un appartamento nel quartiere Poggioreale, un’agenzia di scommesse, tre autovetture e una moto, ritenuti acquistati con proventi illeciti. Tra i componenti della banda figura anche un minorenne, per il quale procede la Procura competente, incaricato di presentarsi fisicamente dalle vittime per ritirare denaro e gioielli.

Un fenomeno da contrastare

L’inchiesta mette ancora una volta in luce la pericolosità delle truffe agli anziani e la necessità di informazione e prevenzione. Un “brand” criminale spregevole che sfrutta la paura e l’isolamento, e che le forze dell’ordine continuano a contrastare con indagini mirate e operazioni su scala nazionale.

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Cronache

Ponticelli, l’omicidio di Ylenia Musella: per gli investigatori il coltello non fu lanciato ma affondato alla schiena

Nuovi elementi sull’omicidio di Ylenia Musella a Ponticelli. Secondo gli investigatori il coltello non sarebbe stato lanciato ma affondato nella schiena della vittima.

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Non sarebbe stata una tragica fatalità né il risultato di un gesto incontrollato. Secondo gli accertamenti degli investigatori, il coltello che la sera del 3 febbraio scorso ha ucciso a Ponticelli la ventiduenne Ylenia Musella non sarebbe stato lanciato a distanza, ma impugnato e affondato deliberatamente nella schiena della ragazza.

È questa l’ipotesi che emerge dalle indagini coordinate dalla Procura di Napoli, mentre si attendono gli esiti definitivi dell’autopsia.

Per l’omicidio è stato fermato il fratello della vittima, Giuseppe Musella, 25 anni, che ha confessato il delitto.

La versione fornita dal fratello

Durante gli interrogatori, prima in questura e poi davanti al giudice, il giovane ha sostenuto una versione diversa dei fatti.

Secondo il suo racconto, la lite sarebbe nata per il volume alto della musica e di una telefonata mentre lui voleva riposare a causa di un forte mal di testa.

Il contrasto sarebbe degenerato quando, a suo dire, Ylenia avrebbe dato un calcio al cane di famiglia, un pitbull al quale il ragazzo era molto legato.

In quel momento, sempre secondo la sua versione, avrebbe afferrato un coltello da cucina e lo avrebbe lanciato verso la sorella mentre stava scendendo le scale del palazzo nel parco Conocal di Ponticelli.

Durante l’interrogatorio di convalida davanti al gip Maria Rosaria Aufieri, il giovane ha dichiarato:
«Non volevo ucciderla, lei era la mia vita».

Gli elementi che mettono in dubbio la versione

Le verifiche tecniche e i rilievi della polizia scientifica avrebbero però portato gli investigatori a una ricostruzione diversa.

Secondo gli accertamenti, una lama lanciata da una distanza di circa dieci metri difficilmente avrebbe potuto provocare una ferita così profonda da raggiungere il cuore.

Per questo gli inquirenti ritengono più plausibile che il coltello sia stato usato a distanza ravvicinata e con un movimento diretto, un fendente sferrato di punta.

Il coltello ritrovato sotto un camioncino

Un altro elemento analizzato riguarda la posizione dell’arma.

Il coltello non è stato trovato conficcato nel corpo della vittima ma sotto un camioncino nelle vicinanze, e nessuno dei testimoni presenti ha riferito di aver visto qualcuno estrarlo dalla schiena della giovane prima della corsa verso l’ospedale.

Ylenia fu infatti trasportata d’urgenza al Villa Betania, ma per lei non ci fu nulla da fare.

Gli accertamenti sul cane

Le indagini hanno riguardato anche il cane citato nella versione del giovane.

Secondo gli esami effettuati, l’animale non presentava segni di percosse o ferite, ma solo tracce di sangue riconducibili con ogni probabilità alla vittima.

Ylenia Musella

I sospetti su un tentativo di alterare le prove

Gli investigatori hanno inoltre valutato il comportamento del venticinquenne nelle ore successive al delitto.

La rimozione dei profili social del giovane è stata interpretata come un possibile tentativo di eliminare contenuti che mostravano un’immagine aggressiva e riferimenti alla cultura delle armi.

Un elemento che, insieme ad altri, ha contribuito alla convalida del fermo.

Il contesto e le indagini in corso

Le indagini sono coordinate dal sostituto procuratore Ciro Capasso e dall’aggiunto Alessandro Milita.

Gli investigatori continuano a lavorare per chiarire il reale movente della lite, ancora non completamente definito.

Resta inoltre il contesto difficile del rione Conocal di Ponticelli, dove secondo gli inquirenti si sarebbe registrato un clima di reticenza tra alcuni testimoni.

Come previsto dalla legge, il giovane fermato è presunto innocente fino a eventuale sentenza definitiva.

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Cronache

Terra dei Fuochi, protocollo “Clean Streets”: via alla rimozione dei rifiuti dalle strade tra Napoli e Caserta

Firmato il protocollo “Clean Streets” per rimuovere migliaia di tonnellate di rifiuti dalle strade provinciali tra Napoli e Caserta nella Terra dei Fuochi.

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Un nuovo intervento per affrontare uno dei problemi ambientali più gravi della Campania prende forma nella Terra dei Fuochi, tra le province di Napoli e Caserta.

È stato infatti sottoscritto il protocollo operativo “Clean Streets”, un piano finalizzato alla rimozione delle migliaia di tonnellate di rifiuti abbandonati nel corso degli anni lungo le strade provinciali dei due territori.

La firma è avvenuta a Caivano, sede del commissariato per la riqualificazione, con l’obiettivo di avviare un’azione coordinata che coinvolge istituzioni, enti ambientali e aziende pubbliche del settore rifiuti.

Un intervento su oltre 1.400 chilometri di strade

La portata dell’operazione è significativa.

Il piano riguarda infatti 1.440 chilometri di arterie provinciali, distribuite tra la Città Metropolitana di Napoli e la provincia di Caserta, lungo le quali negli anni si sono accumulati rifiuti di ogni tipo.

L’iniziativa nasce da una proposta del prefetto Fabio Ciliano e dispone di un finanziamento iniziale di due milioni di euro, destinato alle prime fasi dell’intervento.

Coinvolti istituzioni ed enti ambientali

Al protocollo hanno aderito i sindaci metropolitani Gaetano Manfredi per Napoli e Anacleto Colombiano per Caserta, insieme ai vertici delle società pubbliche Sapna e Gisec e dell’Arpac, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale.

Per rafforzare l’attività di controllo e gestione dei rifiuti è prevista anche l’assunzione di otto esperti, incaricati di effettuare la valutazione e la caratterizzazione dei materiali raccolti.

Una volta rimossi, i rifiuti saranno destinati a specifiche discariche autorizzate, secondo procedure di smaltimento controllate.

Cabina di regia affidata al commissario straordinario

La cabina di regia dell’operazione sarà affidata al commissario straordinario per le bonifiche, mentre Sapna e Gisec si occuperanno delle operazioni tecniche di caratterizzazione e conferimento dei rifiuti.

L’obiettivo è garantire tracciabilità dei materiali raccolti, corretto smaltimento e continuità delle operazioni.

L’obiettivo: spegnere la Terra dei Fuochi

Secondo il commissario Fabio Ciciliano, l’iniziativa rappresenta una risposta concreta alle richieste dei cittadini.

L’operazione non viene presentata come un intervento temporaneo, ma come parte di un sistema più ampio di contrasto all’inquinamento.

L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni è quello di ridurre progressivamente l’abbandono dei rifiuti e contribuire alla tutela della salute pubblica, intervenendo su uno dei territori più segnati dall’emergenza ambientale degli ultimi decenni.

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Cronache

Metropolitana Linea 1 Napoli, abbattuto il diaframma della stazione Di Vittorio: l’anello verso Capodichino entro il 2028

Abbattuto il diaframma della stazione Di Vittorio della Linea 1 a Napoli. Tre nuove stazioni pronte e collegamento con l’aeroporto previsto entro il 2028.

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